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Canti di pellegrinaggio – Llibre Vermell de Montserrat


“Quia interdum peregrini quando vigilant in ecclesia Beate Marie de Monte Serrato volunt cantare et trepudiare, et etiam in platea de die, et ibi non debeant nisi honestas ac devotas cantilenas cantare, idcirco superius et inferius alique sunt scripte. Et de hoc uti debent honeste et parce, ne perturbent perseverantes in orationibus et devotis contemplationibus”.  Llibre Vermell de Montserrat c. 22v


 

Canto: “Ad mortem festinamus”, Llibre Vermell de Montserrat, cc. 26v-27r.

 


 

Ad Mortem Festinamus, dal concerto El Llibre Vermell de Montserrat,  Barcellona chiesa di Santa Maria Del Pi, 25 Novembre 2013. Direzione di Jordi Savall, solisti de La Capella Reial de Catalunya, musicisti di Hespèrion XXI.

 

Scribere proposui de contemptu mundano / ut degentes seculi non mulcentur in vano / iam est hora surgere / a sompno mortis pravo / a sompno mortis pravo

Vita brevis breviter in brevi finietur / mors venit velociter quae neminem veretur / omnia mors perimit / et nulli miseretur / et nulli miseretur.

Ad mortem festinamus / peccare desistamus / peccare desistamus.

Ni conversus fueris et sicut puer factus / et vitam mutaveris in meliores actus / intrare non poteris / regnum Dei beatus / regnum Dei beatus.

Tuba cum sonuerit dies erit extrema / et iudex advenerit vocabit sempiterna / electos in patria / prescitos ad inferna / prescitos ad inferna.

Ad mortem festinamus / peccare desistamus / peccare desistamus.

 


Llibre Vermell de Montserrat, introduzione a cura di Francesc Xavier Altés i Aguiló, Barcelona, 1989

Benet Ribas i Calaf, História de Montserrat (888-1258), Barcelona 1990


Ilaria Sabbatini, Il cammino di Santiago. La guida del pellegrino, in «InStoria» n. 15 – Marzo 2009 (XLVI)

Ilaria Sabbatini, Il culto di Santiago tra devozione e politica, in «InStoria» n. 12 – Dicembre 2008 (XLIII)

 

El camino catalán

 


Musica e canti dei pellegrinaggi, conferenza di Giovannangelo Di Gennaro, per I Mercoledì con la storia del Centro di Studi Normanno-Svevi di Bari, 15 aprile 2009

 

Dall’Islam alle Crociate

Sulle vie della Fede” un programma di Alberto Castellani sul fenomeno del pellegrinaggio, 24 maggio ore 21.20 – 25 maggio ore 21.00 – TV 2000. Con la  consulenza di Ilaria Sabbatini per la puntata “Dall’Islam alle Crociate“.

TV 2000 streaming

Pellegrini cristiani entrano al Sepolcro, Riccoldo da Montecroce, “Liber peregrinationis”. Bibliothèque Nationale, Paris, ms. fr 2810, fol 274

Codex Calixtinus

Il Codex Calixtinus (occasionalmente chiamato anche Codex Compostellarum), composto da cinque libri e la cui redazione è databile alla metà del secolo XII, è una delle testimonianze manoscritte più importanti per lo studio della cultura medievale: infatti non solo contiene informazioni dettagliate sulla vita quotidiana dei pellegrini diretti a Santiago di Compostela, sulle vicende di San Giacomo e sul relativo culto, ma documenta anche il più antico repertorio musicale polifonico di area francese. Le sue 226 carte pergamenacee si suddividono in cinque sezioni più un’appendice, aggiunta probabilmente intorno agli anni 1160-’65; è proprio quest’ultima parte del codice a tramandare una ventina di brani polifonici (organa e conductus) molto vicini agli stilemi musicali della Francia del Nord (nonostante utilizzino invece la medesima notazione della Francia meridionale), e dotati dei nomi degli autori – anche in questo caso si tratta di una novità assoluta, per composizioni di tipo polifonico. Il I libro contiene a sua volta brani musicali, ma si tratta di composizioni monodiche (ovvero, scritti per un’unica voce, e quindi eseguiti all’unisono da un piccolo coro); i libri II, III, IV sono dedicati alla vita di San Giacomo, mentre il V costituisce la celebre guida “pratica” per i pellegrini sulla via di Santiago, la più antica a noi nota. Investito presto da una grande popolarità, il Codex venne copiato in moltissimi altri esemplari (oggi ne rimangono circa 300, cifra ragguardevole, trattandosi di testimonianze di più di otto secoli fa), ed il suo testo venne “sezionato” e tramandato tramite innumerevoli estratti, adattamenti ed edizioni ridotte, spesso ancora prima che l’intero manoscritto fosse terminato; il corpus di tutte queste preziose testimonianze è denominato complessivamente Liber Sancti Jacobi, e consta soprattutto di libelli dal formato ridotto, maneggevoli e “pratici”, adatti alle esigenze dei numerosissimi pellegrini che si mettevano in viaggio alla volta di Compostela. Le vicende della transazione delle spoglie di San Giacomo in Galizia e la successiva scoperta della sepoltura ad opera di Carlo Magno ebbero notevole fortuna, ma furono soprattutto i racconti relativi ai miracoli compiuti dal santo a rendere il Codex Calixtinus (o sue determinate sezioni) un vero best-seller del basso Medioevo. Quanto al termine calixtinus, esso deriva dalla lettera, attribuita in passato a papa Callisto II (1119-1129) e presente all’inizio del manoscritto, che il pontefice avrebbe inviato ai monaci benedettini di Cluny dichiarandosi responsabile dell’esecuzione del codice e raccomandandone la lettura; tuttavia, si è ormai da tempo accertato che il copista (molto probabilmente si trattò di uno solo, di provenienza franca ma temporaneamente residente a Santiago) non fu il papa, ma un compilatore a tutt’oggi rimasto anonimo. Ma fu lo stesso copista ad alimentare la convinzione che il codice fosse opera di papa Callisto, affermandolo in una sorta di dichiarazione autografa sugli obiettivi del suo lavoro, compresa nello stesso manoscritto e “corroborata”, nelle carte finali, da un ulteriore documento in cui Innocenzo III (1130-1143) ribadisce la paternità calistina del Codex.

Le composizioni musicali di tipo polifonico sono costituite soprattutto da conductus; talvolta è presente anche un ritornello, dotato di intonazione musicale differente da quella della strofa. Grande è il legame con le melodie gregoriane: mentre infatti quasi tutti i brani polifonici di provenienza aquitana (quindi attinenti alla parte meridionale della Francia) venivano composti interamente ex novo, nel caso del Calixtinus gli autori si basavano sulla melodia gregoriana, sulla quale imponevano la seconda voce; inoltre, la monodia “tradizionale” interrompeva la composizione polifonica in modo da creare alternanza tra esecuzione a più voci ed esecuzione all’unisono. Tutto questo era assente nella prassi compositiva aquitana, gravitante soprattutto (ma non esclusivamente) intorno al centro di San Marziale: anche i brani polifonici a noi noti provenienti da quest’area geografica (circa 70, tutti a due voci) si organizzano nella struttura del conductus, ma vengono denominati versus, e nascono quasi esclusivamente per un contesto paraliturgico e devozionale, e non liturgico in senso stretto – ecco quindi la preferenza per l’argomento natalizio o mariano, ed il forte legame con le manifestazioni processionali. Al contrario, le consuetudini musicali documentate dal Calixtinus denotano il forte legame dei brani polifonici con la liturgia di Messa e Ufficio, già da tempo accompagnata da composizioni monodiche tratte dal repertorio gregoriano, ma che ora, con la polifonia, si arricchivano di uno splendore sonoro tutto particolare – oltre ovviamente a costituire una pietra miliare per l’evoluzione dell’arte musicale in Occidente. Come si è detto, si parla di brani tutti a due voci, ma in un caso – più precisamente, per il famoso Congaudeant Catholici – sussiste l’ipotesi che esso sia il primo esempio noto di polifonia a tre voci: sul tetragramma sono riportate infatti tre linee melodiche, due vergate in inchiostro nero ed una in rosso; tuttavia, se si trattasse davvero dell’esecuzione simultanea di tutte e tre le melodie si realizzerebbero scontri dissonanti “sospetti” per l’epoca, invece assenti se si procede all’esecuzione di due melodie per volta (la più grave nera con la mediana rossa, oppure le due in nero). D’altra parte, l’esecuzione di forti dissonanze in polifonia era prassi consolidata già intorno alla metà del 1100, sia in quella a due voci sia nell’unico altro brano (sicuramente) a tre voci databile al secolo XII, ovvero il Verbum Patris umanatur tràdito dal Cambridge Songbook: anche qui le dissonanze sono forti, ma inequivocabili, visto che la notazione utilizzata è uniforme e l’inchiostro per le diverse parti melodiche è il medesimo. Riassumendo: anche se non ve n’è la certezza, il Codex Calixtinus potrebbe dimostrarsi “pionieristico” anche sul lato dell’organico polifonico, contenendo una probabile composizione a tre voci, la più antica conosciuta, che ad ogni modo non sarebbe un esempio del tutto isolato, vista l’esistenza di un brano analogo nel repertorio inglese.

Questo è un mio articolo inerente a una parte specifica del Codex Calixtinus

IL CAMMINO DI SANTIAGO – LA GUIDA DEL PELLEGRINO
http://www.instoria.it/home/cammino_santiago.htm

Troppa formazione fa male

Molti, adesso, si scandalizzano per la mancata risposta dei concorrenti a un quiz televisivo sull’anno in cui Hitler arrivò al potere. Io mi chiedo cosa ci sia di strano in questo. La cultura passa sempre di più attraverso il mezzo “televisivo” e se un concorrente “televisivo” non sa distinguere tra gli anni ’30, ’50, ’60 e ’70 (perché questa era l’unica vera difficoltà) è solo la conseguenza e lo specchio di quello che la società ha costruito. Una società basata sull’immagine e sul pragmatismo spicciolo. Forse qualcuno non se ne era accorto ma da molto tempo si è affermata l’idea che si debba fare (e apprendere) solo ciò che è funzionale a un utile, ciò che ha un risvolto pratico immediato. L’errore non è di non saper rispondere a un quiz. L’errore è considerare la cultura come se fosse un quiz e fare finta di stupirsi se qualcuno non sa le risposte.

Ilaria Sabbatini

Universita_RS_19_01_2014

Come potete verificare il primo video è stato rimosso. La motivazione è la seguente: i contenuti sono stati bloccati dallo stesso proprietario per motivi di copyright. Spezzoni analoghi ma privi di questo stesso significato sono normalmente disponibili su youtube. Allego una manipolazione satirica al fine di rappresentare l’accaduto.

https://www.youtube.com/watch?v=EiM0M9lrQPA&app=desktop

 

 

Conchiglia, storia e simbolo

di Ilaria Sabbati per Cuco30

Spesso capita nelle nostre chiese di vedere il simbolo della conchiglia riprodotto in varie situazioni pittoriche e decorative ma in modo del tutto particolare nelle acquasantiere. Queste occorrenza simbolica non è affatto casuale poiché la conchiglia ha rivestito per tutto il medioevo un significato proprio legato all’acqua ma anche alla resurrezione e quindi alla tomba. La polisemia della parola arca, termine derivato da arcēre, proteggere, è particolarmente adatta a spiegare la densità di significati che si raccoglie intorno alla figura-simbolo della conchiglia. Arca, infatti, è un semantema pertinente al sarcofago, alla cassa dove si ripongono gli oggetti preziosi (si pensi all’arca dell’alleanza) e all’imbarcazione biblica per eccellenza. Curiosamente, ma non troppo, arca è anche un genere di bivalvi comune in tutto il Mediterraneo catalogato con questo nome da Linneo (1758) per la sua forma che collega così l’immagine del sepolcro alla simbologia della conchiglia. La duplice valenza della conchiglia, emblema di fertilità e al contempo simbolo della tomba, trova spiegazione nel fatto che in entrambi i casi si tratta di un occultamento che prelude a un disvelamento secondo un punto di vista precedente anche all’avvento del pensiero cristiano. Su tale substrato, come sempre avviene nei casi di tessiture simboliche così ricche e cangianti, il cristianesimo ha posto il suo impianto interpretativo facendo diventare il binomio conchiglia-sepolcro un emblema non solo di vita ma anche di redenzione. È evidente che il primo e più perfetto frutto della conchiglia-sepolcro, in un’ottica squisitamente cristiana, non può essere che il Cristo il quale è dunque perla di perfezione. Anche Giovanni, il figlio che aveva sussultato nel ventre materno al saluto di Maria, gode di un’iconografia che gli attribuisce la valva della conchiglia quale strumento di identificazione del suo ruolo di battista, ossia di precursore del Cristo-perla. Il Physiologus, primo bestiario cristiano a cui si ispireranno gli altri testi a venire, descrive il rapporto tra Giovanni e Cristo come simile a quello tra la perla e l’agata che, per la sue proprietà intrinseche, era utilizzata nella pesca delle conchiglie: «Vi è una pietra che è chiamata agata: i cercatori di perle le trovano per mezzo della pietra d’agata; i pescatori infatti legano l’agata con un filo solidissimo e lo lasciano affondare in mare; e l’agata va verso la perla e non si muove più; allora i pescatori possono così seguire la fune e recuperare la perla» (Physiologus latinus, VIII sec., par. XXII). L’agata sta alla perla come Giovanni sta Gesù poiché come l’una pietra mostra l’altra, così il Battista rivela agli uomini il Salvatore.

Pescatori di perle – Physiologus, Berna, Bürgerbibliothek, IX sec.

Un passo del Tesoro di Brunetto Latini, peraltro ripreso dal suddetto Physiologus, descrive il comportamento della conchiglia: «Cochilla è un pesce di mare, lo quale sta chiuso con due ossa grosse, ed apre e chiude, e sta in fondo di mare, e la mattina e la sera viene a sommo, e toglie la rugiada. E poi sta al sole, e indurano alquanto queste gocciole della rugiada (…); poi quando sono cavate di queste cochille elle indurano e queste sono quelle che l’uomo chiama perle, le quali sono pietre di grande nobiltà, e specialmente in medicina; e come la rugiada è pura e netta, così sono le perle bianche e nette».

Ostrica che riceve i raggi del sole – Bestiario, Biblioteca Municipale di Valenciennes, 1230-1260 ca.

Ecco dunque che il simbolo che così spesso troviamo negli edifici sacri cristiani, ma non solo, prende senso alla luce della storia che ci ha preceduti e della sua interpretazione della natura. Anche se troppo spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto.

Ilaria Sabbatini

Memoria storica, tecnocrazia e dittatura dell’economia

Democrazia e dittatura sono eguali per quattro ragazzi su dieci. Lo dicono i risultati della ricerca della Freie Universität di Berlino pubblicati sullo Spiegel del 28 giugno 2012. I ragazzi tedeschi non sanno più chi è Hitler.

Beh provate a chiedere a un ragazzo italiano chi era Mussolini. O magari chi era Carlo Magno o Lorenzo de’ Medici. Io non vedo proprio il motivo di tanto scandalo. Era logico che sarebbe finita così.

Se il lavoro di pensiero e i valori immateriali sono sempre più sminuiti rispetto ai valori pragmatici, tecnici ed economici perché mai i ragazzi dovrebbero preoccuparsi di sapere chi era Hitler?

Gli porta soldi, vantaggi, prestigio, lavoro o qualcos’altro che conti? NO. E allora perché dovrebbero fregarsene?

Si sta accettando senza colpo ferire l’idea che la cultura ha senso solo se può produrre denaro o convenienza. E a desso ci accorgiamo che esiste anche altro?

Delle due una: o si ricalibra il sistema di priorità e valori oppure non ci lamentiamo del fatto che stiamo lasciando un’eredità aberrante.

Consideriamo poi un altro dato.

Il numero di giornalisti professionali nelle redazioni dei grandi giornali è enormemente calato. Il numero degli avventizi è in crescita, spesso non sono neppure assunti e vengono retribuiti un tanto a riga.

Gli articoli delle pagine culturali e scientifiche vengono comprati su appositi mercati senza una selezione adeguata per le varie parti del mondo. Gli incidenti come la pubblicazione di interviste mai concesse si moltiplicano.

Gli operatori del settore asseriscono che molti articoli degli avventizi vengono pagati 0,04 centesimi a riga. Articoli di 100 righe sono pagati 4 euro. (I dati sono stati raccolti dal dibattito alla camera del 28 giugno 2012).

La conclusione è una sola: senza cultura o informazione, il voto è falsato, come ha detto un mio contatto, e la democrazia è in bilico.

Scriveva Ernst Gombrich: «Se crediamo in un’istruzione per l’umanità, allora dobbiamo rivedere le nostre priorità e occuparci di quei giovani che, oltre a giovarsene personalmente, possono far progredire le discipline umanistiche e le scienze, le quali dovranno vivere più a lungo di noi se vogliamo che la nostra civiltà si tramandi. Sarebbe pura follia dare per scontata una cosa simile. Si sa che le civiltà muoiono. Coloro che tengono i cordoni della borsa amano ripetere che “chi paga il pifferaio sceglie la musica”. Non dimentichiamo che in una società tutta volta alla tecnica non c’è posto per i pifferai, e che quando chiederanno musica si scontreranno con un silenzio ottuso. E se i pifferai spariscono, può darsi che non li risentiremo mai».

Ilaria Sabbatini

 

La notizia riportata dal Corriere

http://www.corriere.it/esteri/12_giugno_29/hitler-studenti-tedeschi-pensano-fosse-un-democratico_49419b36-c208-11e1-8b65-125b10ae7983.shtml

 

La notizia originale sullo Spiegel

http://www.tagesspiegel.de/wissen/schuelerstudie-demokratie-oder-diktatur-ganz-egal/6806228.html

 

Un pezzo di Tomaso Montanari sul valore etico e la convenienza economica

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/09/dubbio-manifesto/196385/

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