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Protetto: Laboratorio di studi storici digitali

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Protetto: Laboratorio di ricerca storica online

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Didattica

Lumsa

https://www.medievista.it/2019/03/18/esegesi-delle-fonti-in-ambito-digitale/
https://www.medievista.it/2020/03/05/realizzare-presentazioni-didatticamente-efficaci/
Presentazione del Master in Analisi delle Fonti e Metodologia della Ricerca Storica

Protetto: Realizzare presentazioni didatticamente efficaci

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Nuovo master universitario tra Roma e Lucca dedicato alle fonti storiche

Reblog da Historia Ludens

 

L’istruzione universitaria italiana offre molti percorsi post lauream eccellenti nelle discipline umanistiche: in Storia, Archivistica, Archeologia e Storia dell’Arte. Nonostante la ricchezza e la proliferazione di percorsi specifici quali master e scuole di specializzazione manca ancora, però, un’offerta rivolta a coloro che, provvisti di un titolo di laurea magistrale in discipline umanistiche o architettoniche, intendano ampliare il proprio bagaglio di conoscenze alla metodologia della ricerca storica e all’utilizzo e alla consapevolezza delle fonti documentarie, artistiche e archeologiche.

 

Per tali motivi, dopo un complesso lavoro scientifico di collazione tra i vari percorsi e curricula dei master esistenti in Italia, LUMSA e Accademia Maria Luisa di Borbone hanno pensato ad un nuovo modo di “conoscere” la documentazione presente nei nostri ricchissimi archivi. È nato così il master biennale di 2° Livello in Analisi delle Fonti e Metodologia della Ricerca Storica, che mira a fornire un approccio completo alla metodologia indispensabile a guidare coloro che saranno interessati nel mondo della ricerca. L’idea è quella di introdurre il laureato nell’ambiente della ricerca attraverso insegnamenti specifici e specialistici di Storia, dal Medioevo all’Età Contemporanea, arricchendo il percorso con Storia della Chiesa, Storia degli ordini cavallereschi e Storia delle dinastie.

 

Il percorso è stato poi arricchito con la conoscenza approfondita dell’Archivistica e pensato come cantiere di esperienze seminariali di stampo teorico e pratico. Uno stage e un elaborato finale concluderanno il master. In definitiva, tale itinerario formativo si propone come orientamento al mondo del lavoro e della ricerca ma con nuovi approcci in particolare nei confronti delle discipline storico-documentarie. Tra gli sbocchi occupazionali sarà possibile ottenere crediti formativi universitari utili per l’abilitazione alle varie classi di concorso per l’insegnamento nella scuola di primo e secondo grado, nonché costituire un titolo di specializzazione per concorsi pubblici.

 

Coloro che concluderanno il percorso, inoltre, otterranno titoli e conoscenze utili per diventare direttori, dirigenti, funzionari e dipendenti delle pubbliche amministrazioni, in particolare per gli Archivi di Stato, per le Università, per enti pubblici e privati di natura economica, scolastica, documentaristica e di ricerca, enti locali come Comuni e Fondazioni, personale preposto a servizi statistici, a biblioteche, a mezzi di diffusione telematica della documentazione, nonché a ruoli di dirigenza di opere di restauro architettonico per i quali sia prevista non solo la laurea in Architettura, ma anche un titolo specialistico di conoscenza della storia e delle fonti per una corretta ricostruzione “storica” del bene culturale sul quale si lavora. Possibilità di sbocco nella varie soprintendenze archivistiche e bibliografiche, per i beni artistici e architettonici e paesaggistici.

 

LUMSA e Accademia Maria Luisa di Borbone, inoltre, per permettere un’ampia partecipazione al master, hanno bandito anche due borse di studio a totale copertura delle quote di partecipazione ai corsi. Le iscrizioni terminano il 20 settembre 2018.

Programma del master

Regolamento per la domanda di borse di studio

Modulistica

 

La santa dei gatti, Gertrude di Nivelles

Santa Gertrude che gira il fuso con gatto. Ore di Maastricht, Paesi Bassi (Liegi), inizi XIV secolo, Stowe MS 17, c. 34r

 

Questa figura femminile che lavora insieme al felino che le tiene il fuso è Santa Gertrude protettrice dei gatti. Nata nel 626, alla morte del padre si fa monaca con la madre Itta e la sorella Begga. La madre trasforma il castello di famiglia in un monastero misto e Gertrude ne diventa la badessa, subito dopo di lei. Gertrude cerca un’approfondita conoscenza delle Sacre Scritture così chiama dall’Irlanda monaci dotti nelle Scritture e manda gente a Roma per rifornire la comunità di libri liturgici. I suoi resti sono sepolti nella chiesa di San Pietro a Nivelles, che prende il nome di Chiesa di Santa Gertrude nel X secolo. Una leggenda del XV secolo considera la sua intercessione efficace contro le invasioni di ratti e topi. Nell’iconografia medievale, la santa è già associata a ratti e topi che si arrampicano lungo il suo vestito o lungo il bastone. La sua complicità con i gatti sarebbe l’origine del suo potere di intercessione per far fuggire i roditori. Secondo la tradizione invocare Santa Gertrude serve anche per guarire o recuperare i gatti persi. La donna morì il 17 Marzo 659 e il suo corpo venne deposto in una cappella che poi diventerà chiesa e basilica.

 

Bassorilievo raffigurante Santa Gertrude e topi o topi a Utrecht

 

Statua di Santa Gertrude, Collegiata di Santa Gertrude, Nivelles

 

Collegiata del convento di Santa Gertrude a Nivelles

 

Santa Gertrude di Nivelles negli Acta Sanctorum:

Vita sanctae Geretrudis, in Monumenta Germaniae historica

Per chi vuole approfondire:

Nivelles

 

Fonti:

Annales Marbacenses

Annales Mettenses

Annales Xantenses

Bibliografia.: Vita, in Acta Sanctorum, marzo, II, p. 592; ediz. critica di B. Krusch, in Monum. Germ. Hist., Script. Rerum Meroving., II (1888), p. 447 segg.; cfr. J. Ghesquière, Acta Sanct. Belgii, III, Bruxelles 1785, p. 141 segg.

I Re Magi e Marco Polo

I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.
I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.

I Magi, erano sacerdoti dell’antica religione persiana (probabilmente zoroastriani) cui tarde tradizioni greche attribuivano doti di astrologi e indovini. Il vangelo non dice il loro numero ma solo che, guidati da una stella, giunsero a Betlemme per onorare Gesù, portandogli in dono oro, incenso e mirra. La più tarda tradizione agiografica li chiamò “re” fissandone il numero a tre, in ragione del numero di doni che portavano, ma non mancano autori che parlano di due, quattro o sei Magi.

 

Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano, Formella del portale del duomo di Pisa, 1180
Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano , formella del portale del duomo di Pisa, 1180.

 

La narrazione di Marco Polo

De la grande provincia di Persia: de’ 3 Magi.

Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma ‘l presente l’ànno guasta li Tartari. In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente. Andando 3 giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco ‘castello de li oratori del fuoco’; e è ben vero che quelli del castello adoran lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre lo’ re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s’era signore terreno, incenso per sapere s’era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.

De li tre Magi.

Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che ‘l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch’aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch’aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada;e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada; e tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade. L’uno delli re fu di Saba, l’altro de Iava, lo terzo del Castello.

(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

La narrazione del vangelo di Matteo

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Matteo 2, 1-12 (Bibbia CEI)

 

La traslazione delle reliquie

Le reliquie dei Re Magi sono conservate a Colonia, nella cattedrale dei Santi Pietro e Maria, appositamente costruita per ospitarle. Giovanni di Hildesheim (†1375), teologo, maestro alla Sorbona e priore di Kassel, raccontò la storia delle reliquie nel Liber de trium regum corporibus Coloniam translatis. Le reliquie erano originariamente conservate nella basilica di Sant’Eustorgio a Milano dove le aveva volute trasportare lo stesso vescovo milanese. Eustorgio, con l’approvazione dell’imperatore Costante, aveva fatto giungere i resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli dove erano stati portati da sant’Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Intorno ai resti Eustorgio aveva fatto costruire, verso l’anno 344, la basilica che porta il suo nome. Tutt’oggi, nel transetto destro, si trova la cappella dei Magi in cui è conservata una grande arca vuota che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum. Quando il Barbarossa mise a sacco la città portò con sé le reliquie dei Re Magi e le donò all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo di Dassel, che era in conflitto con il papa di Roma. Rainaldo di Dassel, nel 1164, trasferì i corpi attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino a Colonia.

Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile
Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile

 

Ilaria Sabbatini

Il giardino del balsamo

Lavorando sull’odeporica (diari di viaggio e di pellegrinaggio) si incontrano spesso leggende apocrife con sviluppi e tradizioni proprie. Una delle più gentili e piene di tenerezza quotidiana è quella del giardino del balsamo, nell’oasi di Matarea, oggi Matarieh, sobborgo del Cairo.
L’episodio che molti viaggiatori del pieno e tardo Medioevo narrano è riferito alla vicenda della fuga in Egitto. Giuseppe, come riporta il vangelo di Matteo, viene avvertito di portare in salvo il bambino e la madre per sottrarli alla persecuzione di Erode il Grande, re della Giudea, allora sotto il protettorato romano. Il resto proviene dal vangelo arabo dell’infanzia, facente parte della serie degli apocrifi. I fuggiaschi incontrano l’oasi di Matarea dove il bambino fa sgorgare una sorgente. La madre lava la sua camicia in quell’acqua e dove cadono le gocce dei panni stesi ad asciugare nasce in quel giardino il balsamo. La leggenda è risalente al XIII secolo e può essere un’interpolazione dell’apocrifo (Craveri).

La Fuga in Egitto di Giotto e bottega nel transetto destro della basilica inferiore di Assisi

Vangelo di Matteo
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio» (Es 1, 15). Mt 2, 13-15

 

Vangelo arabo dell’infanzia

Da qui si diressero alla (città del) famoso sicomoro, che oggi si chiama Matarea, e a Matarea il Signore Gesù fece sgorgare una fontana nella quale santa Maria lavò la sua tunica. E dal sudore del Signore Gesù, che essa fece lì gocciolare, si produsse in quella regione il balsamo. Vangelo dell’infanzia arabo siriaco, in I vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi, Torino, 1990, p. 127.

 

Laurenziana, Ms. 387, c. 5r

 

Il racconto di Leonardo Frescobaldi nel 1385

Questo luogo della Materia è quel luogo dove prima si riposò nostra Donna innanzi che entrasse nel Cairo. E ivi avendo sete, lo disse al suo fanciullino Cristo Gesù, ed egli col piede razzolò in terra, e ivi di subito nacque una grandissima fonte e copiosa di buona acqua. E quando si furono riposati, ella lavò colle sue santissime mani i pannicelli del fanciullo; e lavati che gli ebbe, gli tese a rasciugare in su certi arbuscellini di grandezza di mortine di due anni; le loro foglie sono come di basilico, e da quel punto in qua quegli arbuscelli sempre hanno menato e menano balsimo che più non ne nasce nel mondo (…).

Questo fattore [il turcimanno Elia n.d.r.] ci menò a vedere il giardino e come si coglie il balsimo, il quale si coglie in questo modo: che levano di quelle foglie che sono intorno al gambo come di basilico, e di quindi esce certe gocciuole bianche a modo di lattificio di fico, e con un poco di bambagia ricolgono questo liquore; e quando hanno inzuppata la bambagia, la premono colle dita in una ampoluzza, e penasi un gran pezzo ad averne un poco. In questo luogo stemo tutto questo dì, e per simonia n’ebbi tutto quello che si colse e parecchie altre ampolluzze, e così n’ebbe alcuno de’ compagni, ma minore quantità.

In questo giardino si è un fico di Faraone, il quale ha un ramo cavato, dove nostra Donna pose il fanciullo mentre ch’ella lavò i panni. E sappiate che per tutto questo paese per insino al Cairo non è altra acqua, e con questa innacquano tutta la contrada con certi anificii che fanno volgere a’ buoi; e mai non vogliono volgere dal sabato sera a vespro insino al lunedì mattina. In questo luogo recamo ogni nostro guernimento,salvo che acqua, per passare ‘l diserto, e quivi al tardi empiemo i nostri otri d’acqua e caricamo i nostri cammelli, mettendoci nel nome di Cristo per lo diserto, tenendo verso il mare Rosso per fare la via di Santa Caterina.

Leonardo FrescobaldiViaggio in Terrasanta (1385), in Pellegrini scrittori: viaggiatori toscani del Trecento in Terrasanta, a cura di Antonio Lanza e Marcellina Troncarelli, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.


Il racconto di Marco di Bartolomeo Rustici
Inverso levante e tramontanaIn Egitto vi sta una villa acasata, chiamasi la Mattalia, nella quale quando la vergine Maria madre di Cristo fugiva in Egitto per la persecuzione di Erode col suo figliuolo santissimo Iesù Cristo, insieme col vechierello Giusepo andando di drieto all’asino. E in quelo luogo le venne grande sete, lei subito il guardando in faccia i·suo santo figliuolo, dicendo: «Io ho sete»; di onde lei beve Gioseppe, e poi in questa acqua lei lavò gli panni al suo figliuolo. Lavato ch’ebe gli panni, quante gocciole d’acqua cade da quelli panni di Cristo tanti albori mi nascerono, e quelli fanno il balsimo. E avisandovi che i·niuna parte del mondo si truova balsimo acetto che in questo luogo.
Marco di Bartolomeo Rustici, Dimostrazione dell’andata e viaggio al Santo Sepolcro e al Monte Sinai, (1442-1457), a cura di K. Olive e N. Newbigin, in Codice Rustici, vol. 2, Firenze, Olschki, 2015, p. 222.


Historia Plantarum, XIV sec., Biblioteca Casanatense di Roma, Ms. 459, c. 33v

 

Il balsamo

“Il balsamo si trova presso Babilonia in un certo campo in cui vi sono sette fonti. Se si trasferisce altrove non fa né fiori né frutti. In estate i suoi rami si incidono con un coltello non tropo profondamente per far fuoriuscire il succo. Le gocce si raccolgono in vasi di vetro sospesi in corrispondenza delle incisioni. Il succo ha virtù energica, ma è molto costoso”.
Historia Plantarum, a cura di V. Segre Rutz, Cosimo Panini Editore.
Nota: Potrebbe trattarsi del Commiphora opobalsamum Commiphora gileadensis.

Nicola di Mira, Santa Claus, Babbo Natale

 

Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), è poi eletto vescovo di Mira, nella stessa Licia. Un passionario del VI secolo afferma che ha subito le ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.

Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore: 25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo. La sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira, richiama pellegrinaggi. Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.

Oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, Nicola di Mira diventa Nicola di Bari. Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore (già soggetta ai Turchi) arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari.

Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare. Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale (è già avvenuto lo scisma d’Oriente). Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia.

Nell’iconografia San Nicola è facilmente riconoscibile perché tiene in mano tre sacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d’oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d’oro. Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre, non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie, avesse deciso di mandarle a prostituirsi. Nicola, venutone a conoscenza, fornì tre sacchietti di monete d’oro che costituirono quindi la dote delle ragazze.

Il suo culto (patrono dei naviganti, delle fanciulle e degli scolari) raggiunse il culmine verso la fine del Medioevo, e le sue leggende furono celebrate in pitture e in sacre rappresentazioni. Nell’Europa centro-settentrionale e orientale la sua figura corrisponde a quella di Babbo Natale: per la sua festa (6 dicembre) si scambiano doni e, fin dal XIII secolo, si eleggeva in quel giorno il “vescovo dei fanciulli”. Con la Riforma, questi usi furono per lo più trasferiti al Natale e il nome Sanctus Nicolaus si corruppe in Santa Claus.

Prima della conversione al cristianesimo, il folklore tedesco narrava che Odino ogni anno tenesse una grande battuta di caccia nel periodo del solstizio invernale accompagnato dagli altri dei e dai guerrieri caduti.

La tradizione voleva che i bambini lasciassero i propri stivali nei pressi del caminetto, riempendoli di carote, paglia o zucchero per sfamare il cavallo volante del dio. In cambio, Odino avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi. Questa pratica è sopravvissuta in Belgio e Paesi Bassi anche in epoca cristiana, associata alla figura di san Nicola.

I bambini, ancor oggi, appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d’inverno, perché vengano riempite di dolci e regali da san Nicola. Anche nell’aspetto, quello di vecchio barbuto dall’aria misteriosa, Odino era simile a san Nicola.

La tradizione germanica arrivò negli Stati Uniti attraverso le colonie olandesi di New Amsterdam (rinominata dagli inglesi in New York) prima della conquista britannica del XVII secolo.

Un’altra tradizione folklorica germanica racconta le vicende di un sant’uomo alle prese con un demone che uccideva nei sogni. La leggenda narra di un mostro che si insinuava nelle case attraverso la canna fumaria durante la notte, aggredendo e uccidendo i bambini.

Il sant’uomo cattura il demone imprigionandolo con dei ferri magici (o benedetti). Obbligato ad obbedire agli ordini del santo, il demone viene costretto a passare di casa in casa per fare ammenda portando dei doni ai bambini.

 

San Nicola resuscita tre fanciulli messi in salamoia, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola resuscita tre fanciulli messi in salamoia, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola dona la dote alle fanciulle povere, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola dona la dote alle fanciulle povere, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola Salva una nave dalla tempesta, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola Salva una nave dalla tempesta, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola calma la tempesta, Bicci di Lorenzo (1373-1452), Ashmolean Museum, Oxford, Predella d’altare dipinta per San Niccolò in Cataggio, Firenze. La chiesa è stata distrutta nel 1787

 

La carità di san Nicola, Ambrogio Lorenzetti (1290-1348), Louvre

 


 

 


Il testo della leggenda di san Nicola in latino
Jacobi a Voragine, Legenda Aurea: Vulgo Historia Lombardica Dicta, a cura di J. G. T. Grasse, Lipsia, Librariae Arnoldianae, 1850

 


 

Il testo della leggenda di san Nicola in italiano

Jacopo da Varagine, Leggenda aurea, Traduzione di C. Lisi, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina,1999

 


 

Scarica i testi delle fonti agiografiche tradotti in italiano

Praxis de stratelatis

Proclo di Costantinopoli

Teodoro Anagnostes

Procopio di Cesarea

Vita Nicolai Sionitae

Eustrazio di Costantinopoli

Calendario Palestino Georgiano

Passionario Romano

Praxis De Tributo

Andre di Creta

Michele Archimandrita

Teodoro di Myra al concilio Niceno II (787)

Teodoro Studita – Inno a San Nicola

Legenda Aurea traduzione C. Lisi

 

Link alle fonti agiografiche in greco e latino

 


 

Cartoline e stampe vintage


L’evoluzione di Santa Claus

L'evoluzione di Santa Claus nel tempo, Peggy Jo Ackley per "Renaissance Greeting Cards" in Springvale, Maine, USA
L’evoluzione di Santa Claus nel tempo, Peggy Jo Ackley per “Renaissance Greeting Cards” in Springvale, Maine, USA

 


 

Siti consulati

http://www.treccani.it/enciclopedia/nicola-di-mira-santo/

http://www.historyextra.com/feature/festive-features

http://www.stnicholascenter.org/pages/home/

http://www.centrostudinicolaiani.it/ita/home

http://www.santiebeati.it/dettaglio/30300

Danza macabra

Pinzolo, Chiesa di San Vigilio. La morte e le parole che rivolge agli uomini. Simone Baschenis, Danza Macabra, 1539

Testo:

Io sont la morte che porto corona / Sonte signora de ognia persona / Et cossì son fiera e dura / Che trapaso le porte et ultra le mura / Et son quela che fa tremar el mondo / Revolzendo mia falze atondo atondo.

Ov’io tocco col mio strale / Sapienza, beleza forteza niente vale. / Non è signor, madona nè vassallo / Bisogna che lor entri in questo ballo / Mia figura o peccator contemplarai / Sinche a mi tu diverrai.

Non ofender a Dio per tal sorte / Che al transire non temi la morte, / Che più oltre no me impazo in be’ nè in male, / Che l’anima lasso al giudice eternale. / E come tu avrai lavorato / Lassù hanc sarai pagato.

 

Chiesa di Pinzolo con affreschi

 

 

 

Testo integrale della danza macabra di Pinzolo XVI secolo

Io sont la morte che porto corona / Sonte signora de ognia persona / Et cossì son fiera e dura / Che trapaso le porte et ultra le mura / Et son quela che fa tremar el mondo / Revolzendo mia falze atondo atondo.

Ov’io tocco col mio strale / Sapienza, beleza forteza niente vale. / Non è signor, madona nè vassallo / Bisogna che lor entri in questo ballo / Mia figura o peccator contemplarai / Sinche a mi tu diverrai.

Non ofender a Dio per tal sorte / Che al transire non temi la morte, / Che più oltre no me impazo in be’ nè in male, / Che l’anima lasso al giudice eternale. / E come tu avrai lavorato / Lassù hanc sarai pagato.

O peccator più no peccar no più / Che ‘l tempo fuge et tu no te n’ avedi / Dela tua morte che certeza ai tu ? / Tu sei forse alo extremo et no lo credi / De ricorri col core al bon Jesu / Et del tuo fallo perdonanza chiedi.

Vedi che in croce la sua testa inchina / Per abrazar l’anima tua meschina / O peccatore pensa de costei / La me à morto mi che son signor di ley.

O sumo pontifice de la cristiana fede / Christo è morto come se vede / a ben che tu abia de san Piero al manto / acceptar bisogna de la morte il guanto.

In questo ballo ti cone intrare / Li antecessor seguire et li succesor lasare, / Poi che ‘l nostro prim parente Adam è morto / Sì che a te cardinale no le fazo torto.

Morte cossì fu ordinata / In ogni persona far la intrata / Sì che episcopo mio jocondo / È giunto il tempo de abandonar el mondo.

O Sacerdote mio riverendo / Danzar teco io me intendo / A ben che di Christo sei vicario / Mai la morte fa divario.

Buon partito pilgiasti o patre spirituale / A fuzer del mondo el pericoloso strale / Per l’anima tua può esser alla sicura / Ma contra di me non avrai scriptura.

O cesario imperator vedi che li altri jace / Che a creatura umana la morte non à pace. / Tu sei signor de gente e de paesi o corona regale / Ne altro teco porti che il bene el male.

In pace portarai gentil regina / Che ho per comandamento di non cambiar farina. / O duca signor gentile / Gionta a te son col bref sottile.

Non ti vale scientia ne dotrina / Contra de la morte non val medicina. / O tu homo gagliardo e forte / Niente vale l’arme tue contra la morte.

O tu ricco nel numero deli avari / Che in tuo cambio la morte non vuol danari. / De le vostre zoventù fidar no te vole / Però la morte chi lei vole tole.

Non dimandar misericordia o poveretto zoppo / A la morte, che pietà non li dà intopo. / Per fuzer li piazer mondani monica facta sei / Ma da la sicura morte scapar no poi da lei.

Non giova ponpe o belese / Che morte te farà puzar e perdere le treze. / Credi tu vecchia el mondo abbandonare / Che no pe(s?)a… cu(elo?)… ch (morte?) fa fare.

O fantolino de prima etade / Come sei igenerato tu sei in libertade. / Fate bene tanto che siete in vita / Che come lombra tornerete in sepoltura / De li nostri deliti penitenza fate / Presto…

 

 

Come avrete notato Io sont la morte che porto corona  è l’incipit della canzone di Branduardi Ballo In Fa Diesis Minore. L’operazione è stata di fondere il testo con una melodia di provenienza diversa: Schiarazula marazula.

 

Schiarazula marazule da: Il primo libro de’ balli accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte de instromenti di Giorgio Mainerio (1585ca-1582) Parmeggiano Maestro di Capella della S. Chiesa d’Aquilegia fu stampato da Angelo Gardano a Venezia nel 1578.

Partitura di Schiarazula marazula in PDF

Le parole della canzone conosciuta come Schiarazula marazula sono state composte nella seconda metà del Novecento dal poeta friulano Domenico Zannier, ignorando il testo originale che pare fosse citato in una lettera di denuncia all’inquisizione del 1624 che indicava come donne e uomini di Palazzolo eseguissero questa danza.

 

Scjaraçule Maraçule

la lusigne e la craçule,

la piçule si niçule

di polvara si tacule.

O scjaraçule maraçule

cu la rucule e la cocule,

la fantate je une trapule

il fantat un trapulon.

Bastone e finocchio,

la lucciola e la raganella,

la piccola si dondola

di polvere si macchia.

Bastone e finocchio,

con la rucola e la noce,

la ragazza è una bugiarda

il ragazzo un bugiardone

 

Ballo In Fa Diesis Minore

Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona  / E così sono crudele, così forte sono e dura / Che non mi fermeranno le tue mura
 
Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona / E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare / E dell’oscura morte al passo andare
 
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo / Posa la falce e danza tondo a tondo / Il giro di una danza e poi un altro ancora / E tu del tempo non sei più signora
 .
 

 

 

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