Icone

pieve_nera

ponte_nero

ospitale-nero

 

 

pieve_celeste2

 

ponterosso

 

ospedale-arancio

 

ospedale-giallo

torre

 

voltosanto

 

 

pieve_grigio

pieve_celeste

 

ponte

 

 

 

ponteblu

pieve_verde

Versilia

pieve_rosa

Pescaglia

pieve_arancio

Pistoiese

Val di Lima

Val di Lima

pieve_lilla

Pisa

pieve_giallo

Garfagnana

 

 

 

cerchio_arancione

cerchio_blu

cerchio_giallo

cerchio_verde

trilobite

 

 


 

pieve_giallo

pieve_fucsia

pieve_blu

pieve_verde

ponte giallo

castello

Invenzione della Croce – 3 maggio

Il 3 maggio il calendario liturgico celebra la festa dell’inventio crucis, il ritrovamento della croce da parte della madre dell’imperatore Costantino (†337). Elena (†329) è venerata dai cattolici come santa Elena Imperatrice

Piero,_arezzo,_Discovery_and_Proof_of_the_True_Cross_01

Il Ritrovamento delle tre croci, Piero della Francesca e aiuti. Ciclo delle Storie della Vera Croce, cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo, Databile al 1458-1466. L’affresco raffigura l’episodio centrale dell’inventio crucis: Elena ha ritrovato la croce di Gesù e quelle dei due ladroni. Non riuscendo a capire quale possa essere quella di Cristo, ella le fa esporre tutte e tre sopra il cadavere di un giovane appena defunto, che risorge miracolosamente allorché viene a contatto con la reliquia.

 

Il lignum crucis, il legno della croce di Cristo che così tanta importanza riveste non solo nel culto cristiano ma nell’intero immaginario occidentale, è una reliquia strettamente legata al fenomeno dei pellegrinaggi in Terrasanta. La tradizione della sua leggenda ha un’origine ben precisa che si colloca nel pieno del medioevo latino. La storia è narrata dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine che, come egli stesso afferma, la raccoglie da altri autori precedenti.

Elena, madre dell’imperatore Costantino, giunta a Gerusalemme, chiese alle autorità se conoscevano il luogo nel quale si trovava la Croce della Passione di Cristo. Solo un tale di nome Giuda lo sapeva e dopo che fu costretto a rivelarlo si scavò nel luogo da lui indicato dove vennero fuori tre croci che furono consegnate all’imperatrice. A quel punto, continua la Legenda, non sapendo come distinguere la croce di Cristo da quelle dei ladroni, le misero tutte in mezzo alla piazza di Gerusalemme aspettando che si manifestasse la gloria del Signore. Ed ecco che venne portato un giovane morto: furono posate sul corpo senza vita prima una croce, poi un’altra e il giovane non risorse ma appena gli fu avvicinata la terza croce il morto tornò in vita.

La Legenda aurea è una collezione di vite di santi compilata dal domenicano Jacopo da Varagine intorno al 1260 e veniva probabilmente usata come manuale di predicazione. Nel tardo medioevo la Legenda fu tradotta in molte lingue europee compreso il francese. La più importante di tali traduzioni è quella realizzata intorno al 1333 da Jean de Vignay di cui sono sopravvissuti sedici manoscritti corredati di belle miniature.

Fu proprio in questa traduzione francese che anche la leggenda del Volto Santo entrò nella raccolta della Legenda aurea che così tanta importanza rivestiva per il periodo medievale.

Il Volto Santo di Lucca infatti era ben conosciuto nel Nord Europa ed era oggetto di grande devozione da parte della nobiltà francese del tardo medioevo. Quando la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù, entrò a far parte del calendario liturgico fu il momento in cui la leggenda del Volto Santo venne integrata nel compendio che originariamente accoglieva solo le vite dei santi ordinate secondo il calendario liturgico.

Iacopo da Varagine, Legenda aurea, traduttore Jean de Vignay, continuatore Jean Golein, datazione  ca. 1470

Invenzione ed esaltazione della croce. Iacopo da Varagine, Legenda aurea, edizione Lipsia (Graesse) 1850

 

 

Donna de paradiso

Montone

Deposizione di Montone – Umbria, XIII secolo

Jacopone da Todi (1230-36 circa – 1306) è autore di circa 100 laude in volgare di carattere religioso, in forma di ballate di settenari o ottonari. La conversione, avvenuta sull’onda di una forte esperienza emotiva (scoprì il cilicio sul corpo della moglie morta durante una festa), il suo ingresso nell’ordine francescano, la scomunica comminata dal papa Bonifacio VIII (per essersi opposto alle gerarchie ecclesiastiche) e la vicinanza con l’ala più rigorosa dei francescani lo allontanano progressivamente dalla società umana. Ne deriva una visione cupa e pessimista, caratterizzata, soprattutto nelle laude dialogate, di cui Donna de Paradiso è l’esempio migliore, da una particolare attenzione all’animo umano e ai suoi tormenti. In tal modo, avviene una sorta di ‘umanizzazione’ tanto della Vergine quanto di Cristo (che soffre delle torture inflitte) che, accanto a un linguaggio facilmente comprensibile anche da un pubblico popolare e alla forma della rappresentazione drammatica, contribuisce al forte coinvolgimento dei fedeli.

.

«Donna de Paradiso, lo tuo figliolo è preso Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide che la gente l’allide;

credo che lo s’occide, tanto l’ho flagellato»

«Como essere porria, che non fece follia,

Cristo, la spene mia, om l’avesse pigliato?».

«Madonna, ello è traduto, Iuda sì ll’à venduto;

trenta denar’ n’à auto, fatto n’à gran mercato».

«Soccurri, Madalena, ionta m’è adosso piena!

Cristo figlio se mena, como è annunzïato».

«Soccurre, donna, adiuta, cà ’l tuo figlio se sputa

e la gente lo muta; òlo dato a Pilato».

«O Pilato, non fare el figlio meo tormentare,

ch’eo te pòzzo mustrare como a ttorto è accusato».

«Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege contradice al senato».

«Prego che mm’entennate, nel meo dolor pensate!

Forsa mo vo mutate de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni;

de spine s’encoroni, ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio!

Figlio, chi dà consiglio al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi, figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi al petto o’ sì lattato?».

«Madonna, ecco la croce, che la gente l’aduce,

ove la vera luce déi essere levato».

«O croce, e que farai? El figlio meo torrai?

E que ci aponerai, che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia, cà ’l tuo figliol se spoglia;

la gente par che voglia che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire, lassatelme vedere,

com’en crudel firire tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa;

con un bollon l’ò fesa, tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende, ennella croce se stende

e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato.

Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno;

onne iontur’ aprenno, tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto; figlio, lo meo deporto,

figlio, chi me tt’à morto, figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto ch’el cor m’avesser tratto,

ch’ennella croce è tratto, stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta? Mortal me dà’ feruta,

cà ’l tuo plagner me stuta ché ’l veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito, figlio, pat’e mmarito!

Figlio, chi tt’à firito? Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni? Voglio che tu remagni,

che serve mei compagni, ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire! Voglio teco morire,

non me voglio partire fin che mo ’n m’esc’el fiato.

C’una aiàn sepultura, figlio de mamma scura,

trovarse en afrantura mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto, entro ’n le man’ te metto

de Ioanni, meo eletto; sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate: tollila en caritate,

àginne pietate, cà ’l core sì à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita,

figlio de la sparita, figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio,

figlio e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo,

figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e piacente, figlio de la dolente,

figlio àte la gente mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello, morto s’è ’l tuo fratello.

Ora sento ’l coltello che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate d’una morte afferrate,

trovarse abraccecate mat’e figlio impiccato!».

Jacopone da Todi, Laude, a cura di F. Mancini, Laterza, Bari 1974


Laude di Iacopone da Todi testo in PDF


Donna de paradiso, recitata da Irene Papas

dallo spettacolo Stabat Mater al Teatro San Carlo di Napoli
sacra rappresentazione su testi di Jacopone da Todi

Il combattimento in armatura nel XV secolo

La video se décompose en deux parties. La première montre la mobilité du chevalier en armure, et la seconde explique les différentes techniques de combat, reconstituées d’après un corpus de 52 manuscrits traitant du combat en armure, qui couvrent de la fin du 14siècle jusqu’à la première moitié du 16e.

L’eclissi dell’anno mille

Rodolfo il Glabro (Rodulphus o Radulphus Glaber) fu un monaco e cronista del sec. XI, nato in Borgogna verso il 985. Dal 1026 a dopo il 1044, tra Cluny e Saint-Germain, scrisse gli Historiarum libri quinque che narrano i fatti dal 900 al 1044. Come già Beda (Historia ecclesiastica gentis Anglorum) e Paolo Diacono (Historia Langobardorum) per i loro popoli, così Rodolfo si propose di scrivere una storia universale avente per centro gli eventi della Chiesa e dello Stato nel popolo franco. Nel quarto libro delle Historiae  di Rodolfo il Glabro si parla anche dell’eclissi di sole che si verificò nell’anno mille.

 

La descrizione dell’eclissi dell’anno mille in Raoul Glaber, Historiarum libri quinque, ed. Prou, Parigi, 1886:

 

Il testo dell’eclissi nell’edizione italiana di Rodolfo il Glabro, a cura di Andenna e Tuniz, Milano, 2004:

 

Due astronomi arabi del IX-X secolo

Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al Farghani fu un astronomo arabo persiano del IX secolo oriundo della provincia detta Farghānah. La sua fama in Oriente e in Occidente è dovuta al suo compendio d’astronomia in 30 capitoli, intitolato Kitāb fī ǵiawām i‛ ‛ilm annuǵiūm (Il libro delle nozioni elementari intorno alla scienza degli astri). Fu tradotto in latino da Giovanni di Siviglia nel 1135 e da Gherardo da Cremona († 1187). La versione di Giovanni di Siviglia fu stampata a Ferrara nel 1493 e a Norimberga nel 1537.

Abu Abdallah Mohammad ibn Jabir Al-Battani (ca. 850 – 929) fu un matematico e astronomo (e fabbricante di strumenti astronomici) arabo musulmano. Durante il suo lavoro di osservazione catalogò 489 stelle, perfezionò l’accertamento della durata dell’anno (365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 24 secondi), calcolò il valore della precessione degli equinozi. In opposizione a Tolomeo stabilì che la luna può assumere un diametro apparente minore di quello del sole: in questo modo riuscì a spiegare il fenomeno delle eclissi anulari. La sua opera, Kitab al-Zij, venne tradotta in latino nel 1116 da Platone da Tivoli con il titolo De motu stellarum.

 

Sotto alcune carte dei Rvdimenta Astronomica AlfragraniItem Albategnivs Astronomvs Peritissimvs De Motv Stellarvm che contengono sia l’opera di al-Farghani che l’opera di Al-Battani nell’edizione a stampa Norimberga 1537.

 

A questo link si possono leggere i Rudimenta astronomica (Rvdimenta Astronomica AlfragraniItem Albategnivs Astronomvs Peritissimvs De Motv Stellarvm) 

A questo link la notizia del ritorvamento dell’Officiolum di Francesco da Berberino

 

Il canone delle streghe di Reginone di Prum (906)

Luca Signorelli – Duomo di Orvieto (1499)

 

Per caso mi sono imbattuta in una notizia molto adatta alla giornata di oggi, otto marzo, ma declinata nella mia chiave di lettura: quella della storia. Questo brano è, a quanto pare, un passaggio fondamentale nella rappresentazione della donna-strega. Buon divertimento. Soprattutto è convinto che la storia sia noiosa, pedante e lontana. Consiglio di leggere bene la chiusa per avere idea di quale fosse la considerazione del fenomeno, al di là dei miti pseudostorici.

Quando nel 906 Reginone, abate di Prum, scrisse il suo Canon Episcopi, fissò, nel testo, lo stereotipo che, per tutto il medioevo e oltre, venne impiegato per descrivere e trattare il fenomeno delle streghe. Dice, infatti: «certe donne depravate, rivolte a Satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di caval care la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Ero diade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire a lei come loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio. Volesse il Cielo che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non avessero trascinato parecchi altri nella perdizione dell’anima! Moltissimi, infatti, si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ciò sia vero, e in tal modo si allontanano dalla vera fede e cadono nel l’errore dei pagani, credendo che vi siano altri dei o divinità, oltre all’unico Dio. Perciò, nelle chiese a loro assegnate, i preti devono predicare con grande diligenza al popolo di Dio affinché si sappia che queste cose sono completamente false e che tali fantasie sono evocate nella mente dei fedeli non dallo spirito divino ma dallo spirito malvagio. Infatti […] durante le ore del sonno inganna la mente che tiene prigioniera, alter nando visioni liete a visioni tristi, persone note a persone ignote, e conducendole attraverso cammini mai praticati; e benché la donna in­fedele esperimenti tutto ciò solo nello spirito, ella crede che avvenga non nella mente ma nel corpo».

Aniconismo e iconoclastia

Riguardo alle recenti questioni sull’islam e le immagini si tende spesso a parlare di iconoclastia ma questo è profondamente errato e genera confusione. Bisognerebbe infatti parlare di aniconismo. C’è una differenza sostanziale tra iconococlastia e aniconismo, la stessa che passa tra distruggere un’immagine e scegliere una forma d’espressione non-figurativa.

.

Queste sono le definizioni di Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclostia fu la dottrina e l’azione che nell’Impero bizantino, tra VII e IX secolo, avversò il culto religioso e l’uso delle immagini sacre, dando origine a una serie di contrasti religiosi e politici che provocarono la distruzione di un notevole patrimonio di arte sacra.

Aniconismo è il divieto di raffigurazione del volto umano e divino come precetto di alcune religioni. Esso è norma fondamentale dell’antico ebraismo e del giudaismo medievale e moderno. Appare anche nell’Islam, principalmente per quanto riguarda il volto di Maometto e di Alì.

Per intenderci la distruzione dei Buddha di Bamijan (2001) da parte dei Talebani è stato un gesto iconoclasta mentre l’islam in sè è tendenzialmente aniconico, non iconoclasta.

.

Quelle che seguono, invece, sono brevi trattazioni su Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclastia:

La lotta contro le immagini cominciò con le disposizioni prese nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico immediato (togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani) sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini particolarmente e fanaticamente venerate. Alle disposizioni aderirono alcuni vescovi, mentre il patriarca di Costantinopoli resistette e fu perciò rimosso (729). Stessa sorte toccò ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I papi Gregorio II e Gregorio III protestarono, e quest’ultimo fece dichiarare la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731. In risposta, Leone III confiscò le rendite della Chiesa romana nei territori bizantini dell’Italia e ne sottopose le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Costantino V Copronimo, successore di Leone III, fu dapprima più prudente, ma, rafforzatosi sul trono, anch’egli fece proclamare il divieto delle immagini da un concilio ecumenico nel 754 (tenutosi nel palazzo imperiale di Hieria, nella periferia asiatica di Costantinopoli). Ma il popolo e i monaci non si sottomisero, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento, 764). Mitigò alquanto la persecuzione Leone IV; successivamente l’imperatrice Irene, madre e reggente del giovane Costantino VI (780-798), si rivolse al papa Adriano I (785) chiedendo la convocazione di un concilio che a Nicea (787) definì la dottrina ortodossa riguardo le immagini. Tuttavia l’iconoclastia non terminò: Leone V l’Armeno, nell’813, riprese a perseguitare il culto delle immagini; e queste rimasero proibite sotto gli imperatori Michele II e Teofilo; solo con l’imperatrice Teodora, deposto il patriarca iconoclasta Giovanni I, si ristabilì l’ortodossia (843) e si cominciò a celebrare, nella Chiesa bizantina, la ‘festa dell’ortodossia’.

Aniconismo:

Dalla metà dell’VIII secolo, e forse anche prima, l’aniconismo era stato formalmente proclamato come dottrina dominante della fede, con deroghe occasionali, come nei bagni. Tuttavia, perlomeno nei primi secoli, l’aniconismo era relativamente raro e non si tramutò in un’effettiva distruzione delle immagini come si verificò per altre religioni. Un’apparente eccezione è quella del cosiddetto editto di Yazīd II, del 723, il quale avrebbe condotto a consistenti alterazioni, nei mosaici cristiani in Siria, Palestina e Giordania. Ma sussiste molta incertezza sull’effettiva esistenza di quell’editto. Altre motivazioni, interne e di origine cristiana, potrebbero spiegare, in maniera migliore di quanto farebbe un ordine del califfo omayyade, la rimozione di raffigurazioni dai mosaici pavimentali delle chiese di villaggi e di piccole città. Esempi di una reale e sistematica iconoclastia si verificarono molto più spesso alle frontiere del crescente impero islamico, specialmente in Asia centrale, dove erano connessi piuttosto alla lotta al paganesimo. Il rifiuto della rappresentazione di esseri viventi è dovuto al fatto che, per il loro nesso con la vita, avrebbero potuto facilmente essere considerate idoli, come era avvenuto nel caso del paganesimo arabo.

iconoclasm-850

Distruzione delle immagini cristiane durante l’iconoclastia Salterio Chludov, Mosca, Hist. Mus. MS. D.129, F. 67

 

Di seguito potete leggere uno stralcio da un articolo pubblicato sulla rivista Diritto e questioni pubbliche (Università degli studi di Palermo) che definisce la questione dell’aniconismo:

«L’Arabia preislamica pullulava d’idoli e immagini, sotto forma di statue o pitture; con l’Islam, pur non essendovi un espresso divieto nella rivelazione del Corano, le rappresentazioni vennero sempre meno utilizzate. Un’intera civiltà, senza un’imposizione diretta, accettò, quasi con sentimento collettivo, di rinunciare all’immagine.

Quando Maometto entrò alla Mecca gli idoli presenti nella Ka’ba vennero distrutti; bisogna ricordare, però, che venne salvata l’immagine della Vergine col Bambino, andato distrutto in un successivo incendio.

Maometto stesso aveva salvato quindi un’immagine sacra e non aveva vietato l’uso dell’immagine, ne aveva semmai sconsigliato l’uso nei luoghi di preghiera e di raccoglimento, perché non vi fossero distrazioni durante le orazioni. Ma la distruzione degli idoli, è bene non dimenticarlo, si ricollega all’unicità di Dio e alla difesa di tale credo.

Certe posizioni riflettono l’attitudine spontanea dei musulmani a proteggere l’assoluta trascendenza divina dalle tendenze antropomorfe o idolatre, in modo tale, che ne risulti un divieto di fatto, anche se non giuridicamente fondato. L’idea di fondo di questa concezione è che l’immagine rinvii a una realtà troppo sacra per essere materializzata; l’arte non potrà fare a meno della calligrafia e i versetti coranici prenderanno la forma di un animale, di un uomo, di una barca o di un edificio. (…)

Il principale oppositore delle rappresentazioni umane fu lo shāfi’īta Al- Nawawī del XIII secolo, secondo il quale, in base ad un hadīth, bisognava evitare le rappresentazioni che portassero ombra, la quale darebbe maggior risalto alle forme del corpo; questa è un’interpretazione restrittiva che proibirebbe di fatto la statuaria, di cui, infatti, non possediamo grandi esempi artistici. Nel 1898 però furono scoperti gli affreschi di Qusayr ‘Amrā risalenti al periodo ommaiade. Questi non erano un caso eccezionale, ma si inserivano in un repertorio artistico comune del tempo, e mettevano di fatto in crisi le tesi contrarie alle immagini avanzate sino a quel momento. Ali Enani sostiene che lo stesso Corano contenga il divieto: traduce infatti ansāb (Sura V,92) che comunemente significa idoli con bilder, ovvero ritratti. Questa, però, tra le posizioni degli studiosi musulmani, è tra le più estreme; altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta. I modernisti che si richiamano a Mohammed Abduh, ritengono che l’Islam sia stato contrario alle rappresentazioni umane, fino a quando potevano essere di appoggio all’idolatria o alla diffusione di qualche malcostume: il divieto per quanto riconosciuto dagli ulemā (giuristi), spesso non veniva osservato a causa dello scarso zelo religioso, come nel periodo ommaiade, o per l’opposizione delle tradizioni artistiche come avvenne in Persia. Con lo sviluppo, in ambito bizantino, della reazione iconoclasta, che raggiunse il suo apice durante VIII secolo, periodo di formazione del diritto musulmano, si vennero a creare le condizioni per una diffusione e affermazione di alcuni hadīth che limitavano la produzione figurativa. Pur tuttavia il sistema giuridico era ancora in costruzione e gli Ommaiadi ebbero ampio spazio per i propri progetti edili e di abbellimento delle proprie corti, poiché il divieto non costituiva ancora un valore normativo.

Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadīth che è contenuto il divieto dato agli uomini di cancellare con una rasatura perfetta i tratti primigeni del volto di Adamo30 e di riprodurre raffigurazioni naturalistiche, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita. La “fabbricazione” di Adamo non è imitabile e gli esseri più vicini a Dio non hanno la “ricetta” relativa».

(A. Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto?)


Uno stralcio dalle disposizioni del Secondo concilio di Nicea (787)

«Alcuni, dunque, incuranti di questo dono, come se avessero ricevuto le ali dal nemico ingannatore, hanno deviato dalla retta ragione opponendosi alla tradizione della chiesa cattolica, non hanno più raggiunto la conoscenza della verità. E, come dice il proverbio, sono andati errando per i viottoli, del proprio campo e hanno riempito le loro mani di sterilità; hanno tentato, infatti, di screditare le immagini dei sacri monumenti dedicati a Dio; sacerdoti, certo, di nome, ma non nella sostanza. Di questi il Signore dice cosi nella profezia: Molti Pastori hanno devastato la mia vigna; hanno contaminato la mia parte, seguendo, infatti, uomini scellerati, e trascinati dalle loro passioni, hanno accusato la santa chiesa, sposata a Cristo Dio, e non distinguendo il sacro dal profano, hanno messo sullo stesso piano le immagini di Dio e dei suoi santi e le statue degli idoli diabolici. (…)

Noi intendiamo custodire gelosamente intatte tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia scritte che orali. Una di queste, in accordo con la predicazione evangelica, è la pittura delle immagini, che giova senz’altro a confermare la vera e non fantastica incarnazione del Verbo di Dio, e ha una simile utilità per noi infatti, le cose, che hanno fra loro un rapporto di somiglianza, hanno anche senza dubbio un rapporto scambievole di significato.

In tal modo, procedendo sulla via regia, seguendo in tutto e per tutto l’ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della chiesa cattolica riconosciamo, infatti, che lo Spirito santo abita in essa noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. Non si tratta, certo, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, com’era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto. (…)

Chi, perciò, oserà pensare o insegnare diversamente, o, conformemente agli empi eretici, o oserà impugnare le tradizioni ecclesiastiche, o inventare delle novità, o gettar via qualche cosa di ciò che è consacrato a Dio, nella chiesa, come il Vangelo, l’immagine della croce, immagini dipinte, o le sante reliquie dei martiri, o pensare con astuti raggiri di sovvertire qualcuna delle legittime tradizioni della chiesa cattolica; o anche di servirsi dei vasi sacri come di vasi comuni, o dei venerandi monasteri (come di luoghi profani), in questo caso, quelli che sono vescovi o chierici siano deposti, i monaci e i laici, vengano esclusi dalla comunione».


Ecco infine dei materiali su un documento storico poco conosciuto: i Libri Carolini (Treccani).

I Libri carolini sono una polemica, assai aspra, contro il secondo concilio di Nicea (VII ecumenico; 787) che riconobbe il culto delle immagini. Ma la polemica è fondata sopra l’imperfetta traduzione latina degli Atti del Concilio (fu poi rifatta da Anastasio bibliotecario), che rendeva molto infelicemente proskynesis (prosternazione) con l’ambiguo termine adoratio, e su altri equivoci (Pincherle). L’opera doveva confutare le disposizioni sul culto delle immagini formulate in ventidue canoni disciplinari dal concilio di Nicea del 787. Incerti sono gli artefici e la data della stesura dei Libri Carolini, posti più o meno direttamente in relazione con il concilio di Francoforte del 794, presieduto dallo stesso imperatore, che deliberò la condanna dei canoni niceni. I Libri Carolini prefigurano la condanna dei canoni niceni giudicandoli non scevri da tendenze all’iconolatria; nel complesso, stigmatizzano come peccato qualunque forma di culto delle immagini, ma insieme ne affermano la liceità del possesso, prendendo chiaramente le distanze dalle posizioni degli iconoclasti. Le immagini sono oggetti materiali, manufatti estranei alla sfera del sacro: la parola divina non è rivelata in esse, ma va cercata nel Vecchio e nel Nuovo Testamento “non in picturis, sed in Scripturis” (Réfice).

regiacarol_arsenal_663

Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus, IX-X secolo, Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663

.

Alcuni link utili

Francesco Arduini, La disputa iconoclasta Indagine sulle ragioni in InStoria

Andrea Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto? in Diritto e questioni pubbliche

Vito Augugliaro, I Libri Carolini sive Caroli Magni Capitulare de imaginibus di Teodulfo d’Orléans in Spolia

Disposizioni del secondo concilio di Nicea 787, Mansi, Concilia, Tomo XII.

Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663 (IX-X secolo)

Enluminure en Islam sito della mostra della Bibliothèque nationale de France

Jami’ al-Tawarikh (Storia del mondo), di Rashid al-Din, Persia, 1307 ca. (una delle opere dove si può vedere l’immagine di Maometto).

San Valentino e i Lupercalia

Satiro che suona l’aulos. Vaso a figure rosse del 500 a.C. Siracusa, Museo Archeologico Regionale

Non amo le feste dei sorrisi obbligatori, i cuoricini di San Valentino, i cioccolatini per la festa della mamma e le trovate come le cene per sole donne dell’otto marzo. Cioccolatini, fiori e cene vanno bene sempre, non solo quando lo indica la pubblicità. Perciò oggi mi divertirò a smontare questa festa commerciale restituendola a ciò che è: un culto pagano orgiastico che celebra la fertilità e propizia l’imminente primavera.

I Lupercalia erano una festività religiosa romana che si celebrava il 15 di febbraio, in onore del dio della fertilità Luperco, protettore del bestiame e delle messi. La festa celebrava la fertilità della terra e delle donne. In quel periodo, infatti, si raggiungeva il culmine del periodo invernale, con il riposo delle terre agricole.

Plutarco ne dà una descrizione minuziosa nelle sue Vite parallele (Vita di Giulio Cesare, cap. 61). I Lupercalia venivano celebrati nella grotta chiamata appunto Lupercale, sul colle romano del Palatino dove, secondo la leggenda, i fondatori di Roma, Romolo e Remo sarebbero cresciuti allattati da una lupa.

Secondo il rito celebrativo, nel giorno antecedente i Lupercalia, le donne ancora in cerca di marito scrivevano il loro nome su un biglietto che veniva messo in un grande contenitore; successivamente tali biglietti, estratti a sorte, venivano abbinati ai nomi dei maschi presenti così da formare delle coppie; queste coppie passavano insieme tutto il giorno della festività danzando e cantando; poteva succedere che alla fine dei festeggiamenti alcune di esse decidessero di sposarsi.

Inoltre, il giorno stesso, due ragazzi (i luperci) di famiglia patrizia, in una grotta sul palatino consacrata al dio, venivano segnati sulla fronte con del sangue di capra. Il sangue veniva quindi asciugato con della lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano sorridere.

Venivano poi fatte loro indossare le pelli degli animali sacrificati, le quali venivano poi fatte a striscie costituendo le februa o amiculum Iunonis, da usare come fruste. Con queste ultime i due giovani dovevano correre intorno al colle colpendo chiunque incontrassero e in particolare le donne, le quali volontariamente si offrivano per purificarsi e ottenere la fecondità.

Un altro rito della celebrazione era la februatio, la purificazione della città, in cui le donne scendevano in strada con dei ceri accesi.

I Lupercalia furono osteggiati verso la fine del V secolo da Papa Gelasio I che volle contrapporre loro la festa di San Valentino come festa delle persone che si amano.

miens - BM - ms. 108    f. 221 Sujet  Claude II et la décollation de saint Valentin Titre  Bible en images Datation  1197

Biblioteca municipale di Amiens, ms. 108, f. 221
Bibbia di Pamplona, 1197 – Claudio II e la decollazione di San Valentino

Fra il 492 e il 496 Gelasio decise di sostituire la ricorrenza pagana con una nuova ricorrenza legata ad un santo e, nella fattispecie, a San Valentino. L’intento era quello di trasformare la festa della fertilità in una festa dell’amore legata a un messaggio cristiano e l’anniversario della morte di Valentino cadeva proprio in quei giorni. La data della ricorrenza venne dunque fissata al 14 febbraio.

Sul perché di quella scelta si sa poco: c’è chi sostiene che la decisione sia ricaduta su quel santo grazie alla sua predicazione dell’amore (nel termine più ampio del termine) e il rispetto reciproco in anni in cui quei concetti erano estranei a gran parte dei cristiani stessi, altri sostengono che la scelta sia stata perlopiù casuale e motivata solo dalla contingenza di trovare un sostituto alla festa pagana.

San Valentino si convertì al cristianesimo e venne ordinato vescovo da san Feliciano di Foligno nel 197. Nel 207 l’imperatore Claudio II tentò di convincerlo a tornare al paganesimo, ma Valentino si oppose e come contromossa cercò di convertire al cristianesimo l’imperatore stesso. I suoi sforzi furono vani e rischiò di essere giustiziato per il suo gesto anche se all’ultimo momento Claudio II decise di graziarlo. Sotto Aureliano venne nuovamente arrestato e questa volta non sfuggì alla persecuzione: venne decapitato il 14 febbraio 269.

Nel tempo la festa assunse una connotazione maggiormente legato all’amore fra due persone anche grazie al gesto di papa Paolo II che, il 14 gennaio 1400, decise di cogliere l’occasione di quella ricorrenza per distribuire una dote alle donne nubili in modo da aumentare il numero dei matrimoni. Quel gesto creò un’associazione fra la festa di San Valentino e i matrimoni ed i fidanzamenti.

Ilaria Sabbatini

San Valentino nella Legenda aurea

San Valentino nella Legenda aurea

San Valentino nella Legenda aurea

San Valentino nella Legenda aurea

Smithfield Decretals, XIII-inizi XIV secolo, British Library, Londra

Smithfield Decretals, XIII-inizi XIV secolo, British Library, Londra

Il Volto Santo tra Lucca e l’Europa

Arvo_CartolinaConvegno_WEBMAIL copia

I Re Magi nella narrazione di Marco Polo

I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.

I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.

I Magi, erano sacerdoti dell’antica religione persiana (probabilmente zoroastriani) cui tarde tradizioni greche attribuivano doti di astrologi e indovini. Il vangelo non dice il loro numero ma solo che, guidati da una stella, giunsero a Betlemme per onorare Gesù, portandogli in dono oro, incenso e mirra. La più tarda tradizione agiografica li chiamò “re” fissandone il numero a tre, in ragione del numero di doni che portavano, ma non mancano autori che parlano di due, quattro o sei Magi.

 

Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano, Formella del portale del duomo di Pisa, 1180

Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano , formella del portale del duomo di Pisa, 1180.

 

La narrazione di Marco Polo

De la grande provincia di Persia: de’ 3 Magi.

Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma ‘l presente l’ànno guasta li Tartari. In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente. Andando 3 giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco ‘castello de li oratori del fuoco’; e è ben vero che quelli del castello adoran lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre lo’ re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s’era signore terreno, incenso per sapere s’era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.

De li tre Magi.

Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che ‘l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch’aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch’aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada; e

(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

 

La narrazione del vangelo di Matteo

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Matteo 2, 1-12 (Bibbia CEI)

La traslazione delle reliquie

Le reliquie dei Re Magi sono conservate a Colonia, nella cattedrale dei Santi Pietro e Maria, appositamente costruita per ospitarle. Giovanni di Hildesheim (†1375), teologo, maestro alla Sorbona e priore di Kassel, raccontò la storia delle reliquie nel Liber de trium regum corporibus Coloniam translatis. Le reliquie erano originariamente conservate nella basilica di Sant’Eustorgio a Milano dove le aveva volute trasportare lo stesso vescovo milanese. Eustorgio, con l’approvazione dell’imperatore Costante, aveva fatto giungere i resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli dove erano stati portati da sant’Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Intorno ai resti Eustorgio aveva fatto costruire, verso l’anno 344, la basilica che porta il suo nome. Tutt’oggi, nel transetto destro, si trova la cappella dei Magi in cui è conservata una grande arca vuota che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum. Quando il Barbarossa mise a sacco la città portò con sé le reliquie dei Re Magi e le donò all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo di Dassel, che era in conflitto con il papa di Roma. Rainaldo di Dassel, nel 1164, trasferì i corpi attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino a Colonia.

Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile

Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile

 

Progetto ARVO

LOGO_Arvo fondo bianco

Questo blog aderisce ai principi

OAlogo

Recent Facebook Posts

Daniele

20 hours ago

Religione in Europa, quale è maggioritaria e dove? La mappa

2 days ago

CERM - Centro Europeo Ricerche Medievali

2 days ago

ARVO - Archivio Digitale del Volto Santo

1 week ago

ARVO - Archivio Digitale del Volto Santo

1 week ago

Marcella

1 week ago

Livre d'or pour les 80 ans de l'IRHT

2 weeks ago

L’epopea di un popolo che seppe cucire le differenze E che dopo il Nord trovò la sua identità nel Meridione

2 weeks ago

Fotografie libere per i Beni Culturali

2 weeks ago

Carocci editore

2 weeks ago

Follow

Get every new post on this blog delivered to your Inbox.

Join other followers: