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Invenzione della Croce – 3 maggio

Il 3 maggio il calendario liturgico celebra la festa dell’inventio crucis, il ritrovamento della croce da parte della madre dell’imperatore Costantino (†337). Elena (†329) è venerata dai cattolici come santa Elena Imperatrice

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Il Ritrovamento delle tre croci, Piero della Francesca e aiuti. Ciclo delle Storie della Vera Croce, cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo, Databile al 1458-1466. L’affresco raffigura l’episodio centrale dell’inventio crucis: Elena ha ritrovato la croce di Gesù e quelle dei due ladroni. Non riuscendo a capire quale possa essere quella di Cristo, ella le fa esporre tutte e tre sopra il cadavere di un giovane appena defunto, che risorge miracolosamente allorché viene a contatto con la reliquia.

 

Il lignum crucis, il legno della croce di Cristo che così tanta importanza riveste non solo nel culto cristiano ma nell’intero immaginario occidentale, è una reliquia strettamente legata al fenomeno dei pellegrinaggi in Terrasanta. La tradizione della sua leggenda ha un’origine ben precisa che si colloca nel pieno del medioevo latino. La storia è narrata dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine che, come egli stesso afferma, la raccoglie da altri autori precedenti.

Elena, madre dell’imperatore Costantino, giunta a Gerusalemme, chiese alle autorità se conoscevano il luogo nel quale si trovava la Croce della Passione di Cristo. Solo un tale di nome Giuda lo sapeva e dopo che fu costretto a rivelarlo si scavò nel luogo da lui indicato dove vennero fuori tre croci che furono consegnate all’imperatrice. A quel punto, continua la Legenda, non sapendo come distinguere la croce di Cristo da quelle dei ladroni, le misero tutte in mezzo alla piazza di Gerusalemme aspettando che si manifestasse la gloria del Signore. Ed ecco che venne portato un giovane morto: furono posate sul corpo senza vita prima una croce, poi un’altra e il giovane non risorse ma appena gli fu avvicinata la terza croce il morto tornò in vita.

La Legenda aurea è una collezione di vite di santi compilata dal domenicano Jacopo da Varagine intorno al 1260 e veniva probabilmente usata come manuale di predicazione. Nel tardo medioevo la Legenda fu tradotta in molte lingue europee compreso il francese. La più importante di tali traduzioni è quella realizzata intorno al 1333 da Jean de Vignay di cui sono sopravvissuti sedici manoscritti corredati di belle miniature.

Fu proprio in questa traduzione francese che anche la leggenda del Volto Santo entrò nella raccolta della Legenda aurea che così tanta importanza rivestiva per il periodo medievale.

Il Volto Santo di Lucca infatti era ben conosciuto nel Nord Europa ed era oggetto di grande devozione da parte della nobiltà francese del tardo medioevo. Quando la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù, entrò a far parte del calendario liturgico fu il momento in cui la leggenda del Volto Santo venne integrata nel compendio che originariamente accoglieva solo le vite dei santi ordinate secondo il calendario liturgico.

Iacopo da Varagine, Legenda aurea, traduttore Jean de Vignay, continuatore Jean Golein, datazione  ca. 1470

Invenzione ed esaltazione della croce. Iacopo da Varagine, Legenda aurea, edizione Lipsia (Graesse) 1850

 

 

Donna de paradiso

Montone
Deposizione di Montone – Umbria, XIII secolo

Jacopone da Todi (1230-36 circa – 1306) è autore di circa 100 laude in volgare di carattere religioso, in forma di ballate di settenari o ottonari. La conversione, avvenuta sull’onda di una forte esperienza emotiva (scoprì il cilicio sul corpo della moglie morta durante una festa), il suo ingresso nell’ordine francescano, la scomunica comminata dal papa Bonifacio VIII (per essersi opposto alle gerarchie ecclesiastiche) e la vicinanza con l’ala più rigorosa dei francescani lo allontanano progressivamente dalla società umana. Ne deriva una visione cupa e pessimista, caratterizzata, soprattutto nelle laude dialogate, di cui Donna de Paradiso è l’esempio migliore, da una particolare attenzione all’animo umano e ai suoi tormenti. In tal modo, avviene una sorta di ‘umanizzazione’ tanto della Vergine quanto di Cristo (che soffre delle torture inflitte) che, accanto a un linguaggio facilmente comprensibile anche da un pubblico popolare e alla forma della rappresentazione drammatica, contribuisce al forte coinvolgimento dei fedeli.

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«Donna de Paradiso, lo tuo figliolo è preso Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide che la gente l’allide;

credo che lo s’occide, tanto l’ho flagellato»

«Como essere porria, che non fece follia,

Cristo, la spene mia, om l’avesse pigliato?».

«Madonna, ello è traduto, Iuda sì ll’à venduto;

trenta denar’ n’à auto, fatto n’à gran mercato».

«Soccurri, Madalena, ionta m’è adosso piena!

Cristo figlio se mena, como è annunzïato».

«Soccurre, donna, adiuta, cà ’l tuo figlio se sputa

e la gente lo muta; òlo dato a Pilato».

«O Pilato, non fare el figlio meo tormentare,

ch’eo te pòzzo mustrare como a ttorto è accusato».

«Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege contradice al senato».

«Prego che mm’entennate, nel meo dolor pensate!

Forsa mo vo mutate de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni;

de spine s’encoroni, ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio!

Figlio, chi dà consiglio al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi, figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi al petto o’ sì lattato?».

«Madonna, ecco la croce, che la gente l’aduce,

ove la vera luce déi essere levato».

«O croce, e que farai? El figlio meo torrai?

E que ci aponerai, che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia, cà ’l tuo figliol se spoglia;

la gente par che voglia che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire, lassatelme vedere,

com’en crudel firire tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa;

con un bollon l’ò fesa, tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende, ennella croce se stende

e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato.

Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno;

onne iontur’ aprenno, tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto; figlio, lo meo deporto,

figlio, chi me tt’à morto, figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto ch’el cor m’avesser tratto,

ch’ennella croce è tratto, stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta? Mortal me dà’ feruta,

cà ’l tuo plagner me stuta ché ’l veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito, figlio, pat’e mmarito!

Figlio, chi tt’à firito? Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni? Voglio che tu remagni,

che serve mei compagni, ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire! Voglio teco morire,

non me voglio partire fin che mo ’n m’esc’el fiato.

C’una aiàn sepultura, figlio de mamma scura,

trovarse en afrantura mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto, entro ’n le man’ te metto

de Ioanni, meo eletto; sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate: tollila en caritate,

àginne pietate, cà ’l core sì à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita,

figlio de la sparita, figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio,

figlio e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo,

figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e piacente, figlio de la dolente,

figlio àte la gente mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello, morto s’è ’l tuo fratello.

Ora sento ’l coltello che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate d’una morte afferrate,

trovarse abraccecate mat’e figlio impiccato!».

Jacopone da Todi, Laude, a cura di F. Mancini, Laterza, Bari 1974


Laude di Iacopone da Todi testo in PDF


Donna de paradiso, recitata da Irene Papas

dallo spettacolo Stabat Mater al Teatro San Carlo di Napoli
sacra rappresentazione su testi di Jacopone da Todi

Aniconismo e iconoclastia

Riguardo alle recenti questioni sull’islam e le immagini si tende spesso a parlare di iconoclastia ma questo è profondamente errato e genera confusione. Bisognerebbe infatti parlare di aniconismo. C’è una differenza sostanziale tra iconococlastia e aniconismo, la stessa che passa tra distruggere un’immagine e scegliere una forma d’espressione non-figurativa.

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Queste sono le definizioni di Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclostia fu la dottrina e l’azione che nell’Impero bizantino, tra VII e IX secolo, avversò il culto religioso e l’uso delle immagini sacre, dando origine a una serie di contrasti religiosi e politici che provocarono la distruzione di un notevole patrimonio di arte sacra.

Aniconismo è il divieto di raffigurazione del volto umano e divino come precetto di alcune religioni. Esso è norma fondamentale dell’antico ebraismo e del giudaismo medievale e moderno. Appare anche nell’Islam, principalmente per quanto riguarda il volto di Maometto e di Alì.

Per intenderci la distruzione dei Buddha di Bamijan (2001) da parte dei Talebani è stato un gesto iconoclasta mentre l’islam in sè è tendenzialmente aniconico, non iconoclasta.

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Quelle che seguono, invece, sono brevi trattazioni su Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclastia:

La lotta contro le immagini cominciò con le disposizioni prese nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico immediato (togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani) sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini particolarmente e fanaticamente venerate. Alle disposizioni aderirono alcuni vescovi, mentre il patriarca di Costantinopoli resistette e fu perciò rimosso (729). Stessa sorte toccò ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I papi Gregorio II e Gregorio III protestarono, e quest’ultimo fece dichiarare la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731. In risposta, Leone III confiscò le rendite della Chiesa romana nei territori bizantini dell’Italia e ne sottopose le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Costantino V Copronimo, successore di Leone III, fu dapprima più prudente, ma, rafforzatosi sul trono, anch’egli fece proclamare il divieto delle immagini da un concilio ecumenico nel 754 (tenutosi nel palazzo imperiale di Hieria, nella periferia asiatica di Costantinopoli). Ma il popolo e i monaci non si sottomisero, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento, 764). Mitigò alquanto la persecuzione Leone IV; successivamente l’imperatrice Irene, madre e reggente del giovane Costantino VI (780-798), si rivolse al papa Adriano I (785) chiedendo la convocazione di un concilio che a Nicea (787) definì la dottrina ortodossa riguardo le immagini. Tuttavia l’iconoclastia non terminò: Leone V l’Armeno, nell’813, riprese a perseguitare il culto delle immagini; e queste rimasero proibite sotto gli imperatori Michele II e Teofilo; solo con l’imperatrice Teodora, deposto il patriarca iconoclasta Giovanni I, si ristabilì l’ortodossia (843) e si cominciò a celebrare, nella Chiesa bizantina, la ‘festa dell’ortodossia’.

Aniconismo:

Dalla metà dell’VIII secolo, e forse anche prima, l’aniconismo era stato formalmente proclamato come dottrina dominante della fede, con deroghe occasionali, come nei bagni. Tuttavia, perlomeno nei primi secoli, l’aniconismo era relativamente raro e non si tramutò in un’effettiva distruzione delle immagini come si verificò per altre religioni. Un’apparente eccezione è quella del cosiddetto editto di Yazīd II, del 723, il quale avrebbe condotto a consistenti alterazioni, nei mosaici cristiani in Siria, Palestina e Giordania. Ma sussiste molta incertezza sull’effettiva esistenza di quell’editto. Altre motivazioni, interne e di origine cristiana, potrebbero spiegare, in maniera migliore di quanto farebbe un ordine del califfo omayyade, la rimozione di raffigurazioni dai mosaici pavimentali delle chiese di villaggi e di piccole città. Esempi di una reale e sistematica iconoclastia si verificarono molto più spesso alle frontiere del crescente impero islamico, specialmente in Asia centrale, dove erano connessi piuttosto alla lotta al paganesimo. Il rifiuto della rappresentazione di esseri viventi è dovuto al fatto che, per il loro nesso con la vita, avrebbero potuto facilmente essere considerate idoli, come era avvenuto nel caso del paganesimo arabo.

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Distruzione delle immagini cristiane durante l’iconoclastia Salterio Chludov, Mosca, Hist. Mus. MS. D.129, F. 67

 

Di seguito potete leggere uno stralcio da un articolo pubblicato sulla rivista Diritto e questioni pubbliche (Università degli studi di Palermo) che definisce la questione dell’aniconismo:

«L’Arabia preislamica pullulava d’idoli e immagini, sotto forma di statue o pitture; con l’Islam, pur non essendovi un espresso divieto nella rivelazione del Corano, le rappresentazioni vennero sempre meno utilizzate. Un’intera civiltà, senza un’imposizione diretta, accettò, quasi con sentimento collettivo, di rinunciare all’immagine.

Quando Maometto entrò alla Mecca gli idoli presenti nella Ka’ba vennero distrutti; bisogna ricordare, però, che venne salvata l’immagine della Vergine col Bambino, andato distrutto in un successivo incendio.

Maometto stesso aveva salvato quindi un’immagine sacra e non aveva vietato l’uso dell’immagine, ne aveva semmai sconsigliato l’uso nei luoghi di preghiera e di raccoglimento, perché non vi fossero distrazioni durante le orazioni. Ma la distruzione degli idoli, è bene non dimenticarlo, si ricollega all’unicità di Dio e alla difesa di tale credo.

Certe posizioni riflettono l’attitudine spontanea dei musulmani a proteggere l’assoluta trascendenza divina dalle tendenze antropomorfe o idolatre, in modo tale, che ne risulti un divieto di fatto, anche se non giuridicamente fondato. L’idea di fondo di questa concezione è che l’immagine rinvii a una realtà troppo sacra per essere materializzata; l’arte non potrà fare a meno della calligrafia e i versetti coranici prenderanno la forma di un animale, di un uomo, di una barca o di un edificio. (…)

Il principale oppositore delle rappresentazioni umane fu lo shāfi’īta Al- Nawawī del XIII secolo, secondo il quale, in base ad un hadīth, bisognava evitare le rappresentazioni che portassero ombra, la quale darebbe maggior risalto alle forme del corpo; questa è un’interpretazione restrittiva che proibirebbe di fatto la statuaria, di cui, infatti, non possediamo grandi esempi artistici. Nel 1898 però furono scoperti gli affreschi di Qusayr ‘Amrā risalenti al periodo ommaiade. Questi non erano un caso eccezionale, ma si inserivano in un repertorio artistico comune del tempo, e mettevano di fatto in crisi le tesi contrarie alle immagini avanzate sino a quel momento. Ali Enani sostiene che lo stesso Corano contenga il divieto: traduce infatti ansāb (Sura V,92) che comunemente significa idoli con bilder, ovvero ritratti. Questa, però, tra le posizioni degli studiosi musulmani, è tra le più estreme; altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta. I modernisti che si richiamano a Mohammed Abduh, ritengono che l’Islam sia stato contrario alle rappresentazioni umane, fino a quando potevano essere di appoggio all’idolatria o alla diffusione di qualche malcostume: il divieto per quanto riconosciuto dagli ulemā (giuristi), spesso non veniva osservato a causa dello scarso zelo religioso, come nel periodo ommaiade, o per l’opposizione delle tradizioni artistiche come avvenne in Persia. Con lo sviluppo, in ambito bizantino, della reazione iconoclasta, che raggiunse il suo apice durante VIII secolo, periodo di formazione del diritto musulmano, si vennero a creare le condizioni per una diffusione e affermazione di alcuni hadīth che limitavano la produzione figurativa. Pur tuttavia il sistema giuridico era ancora in costruzione e gli Ommaiadi ebbero ampio spazio per i propri progetti edili e di abbellimento delle proprie corti, poiché il divieto non costituiva ancora un valore normativo.

Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadīth che è contenuto il divieto dato agli uomini di cancellare con una rasatura perfetta i tratti primigeni del volto di Adamo30 e di riprodurre raffigurazioni naturalistiche, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita. La “fabbricazione” di Adamo non è imitabile e gli esseri più vicini a Dio non hanno la “ricetta” relativa».

(A. Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto?)


Uno stralcio dalle disposizioni del Secondo concilio di Nicea (787)

«Alcuni, dunque, incuranti di questo dono, come se avessero ricevuto le ali dal nemico ingannatore, hanno deviato dalla retta ragione opponendosi alla tradizione della chiesa cattolica, non hanno più raggiunto la conoscenza della verità. E, come dice il proverbio, sono andati errando per i viottoli, del proprio campo e hanno riempito le loro mani di sterilità; hanno tentato, infatti, di screditare le immagini dei sacri monumenti dedicati a Dio; sacerdoti, certo, di nome, ma non nella sostanza. Di questi il Signore dice cosi nella profezia: Molti Pastori hanno devastato la mia vigna; hanno contaminato la mia parte, seguendo, infatti, uomini scellerati, e trascinati dalle loro passioni, hanno accusato la santa chiesa, sposata a Cristo Dio, e non distinguendo il sacro dal profano, hanno messo sullo stesso piano le immagini di Dio e dei suoi santi e le statue degli idoli diabolici. (…)

Noi intendiamo custodire gelosamente intatte tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia scritte che orali. Una di queste, in accordo con la predicazione evangelica, è la pittura delle immagini, che giova senz’altro a confermare la vera e non fantastica incarnazione del Verbo di Dio, e ha una simile utilità per noi infatti, le cose, che hanno fra loro un rapporto di somiglianza, hanno anche senza dubbio un rapporto scambievole di significato.

In tal modo, procedendo sulla via regia, seguendo in tutto e per tutto l’ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della chiesa cattolica riconosciamo, infatti, che lo Spirito santo abita in essa noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. Non si tratta, certo, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, com’era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto. (…)

Chi, perciò, oserà pensare o insegnare diversamente, o, conformemente agli empi eretici, o oserà impugnare le tradizioni ecclesiastiche, o inventare delle novità, o gettar via qualche cosa di ciò che è consacrato a Dio, nella chiesa, come il Vangelo, l’immagine della croce, immagini dipinte, o le sante reliquie dei martiri, o pensare con astuti raggiri di sovvertire qualcuna delle legittime tradizioni della chiesa cattolica; o anche di servirsi dei vasi sacri come di vasi comuni, o dei venerandi monasteri (come di luoghi profani), in questo caso, quelli che sono vescovi o chierici siano deposti, i monaci e i laici, vengano esclusi dalla comunione».


Ecco infine dei materiali su un documento storico poco conosciuto: i Libri Carolini (Treccani).

I Libri carolini sono una polemica, assai aspra, contro il secondo concilio di Nicea (VII ecumenico; 787) che riconobbe il culto delle immagini. Ma la polemica è fondata sopra l’imperfetta traduzione latina degli Atti del Concilio (fu poi rifatta da Anastasio bibliotecario), che rendeva molto infelicemente proskynesis (prosternazione) con l’ambiguo termine adoratio, e su altri equivoci (Pincherle). L’opera doveva confutare le disposizioni sul culto delle immagini formulate in ventidue canoni disciplinari dal concilio di Nicea del 787. Incerti sono gli artefici e la data della stesura dei Libri Carolini, posti più o meno direttamente in relazione con il concilio di Francoforte del 794, presieduto dallo stesso imperatore, che deliberò la condanna dei canoni niceni. I Libri Carolini prefigurano la condanna dei canoni niceni giudicandoli non scevri da tendenze all’iconolatria; nel complesso, stigmatizzano come peccato qualunque forma di culto delle immagini, ma insieme ne affermano la liceità del possesso, prendendo chiaramente le distanze dalle posizioni degli iconoclasti. Le immagini sono oggetti materiali, manufatti estranei alla sfera del sacro: la parola divina non è rivelata in esse, ma va cercata nel Vecchio e nel Nuovo Testamento “non in picturis, sed in Scripturis” (Réfice).

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Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus, IX-X secolo, Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663

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Alcuni link utili

Francesco Arduini, La disputa iconoclasta Indagine sulle ragioni in InStoria

Andrea Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto? in Diritto e questioni pubbliche

Vito Augugliaro, I Libri Carolini sive Caroli Magni Capitulare de imaginibus di Teodulfo d’Orléans in Spolia

Disposizioni del secondo concilio di Nicea 787, Mansi, Concilia, Tomo XII.

Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663 (IX-X secolo)

Enluminure en Islam sito della mostra della Bibliothèque nationale de France

Jami’ al-Tawarikh (Storia del mondo), di Rashid al-Din, Persia, 1307 ca. (una delle opere dove si può vedere l’immagine di Maometto).

Europa – Febvre

L’Europa non è un continente, non è una dimensione geografica; l’Europa è, semplicemente, una unità storica comparsa col Medio Evo, unità storica fatta, come tutte le altre, di diversità, di pezzi strappati da unità storiche anteriori, a loro volta fatte di pezzi, di cocci e frammenti di unità precedenti.

Quest’idea dell’Europa non si definisce in base a stretti confini geografici, cioè dall’esterno, con l’aiuto di mari, monti, fiumi e laghi. Si definisce dall’interno, con il suo stesso manifestarsi, con le grandi correnti che non cessano di attraversarla. Correnti politiche, economiche, intellettuali, scientifiche, artistiche; correnti spirituali e religiose. Naturalmente unità europea non è uniformità. Nella storia dell’Europa, il capitolo delle diversità resta importante quanto quello delle somiglianze.

L’Europa nasce dopo la fine della civiltà mediterranea di forma imperiale e romana. Nasce dalla unione e dalla lenta fusione di elementi nordici e di elementi mediterranei (questo concetto, in particolare, è fondamentale in tutta l’opera).

Durante tutto il Medio Evo l’azione potente e politica del cristianesimo ha ostacolato la formazione di solide patrie nazionali. D’altro canto, sempre nel Medio Evo, la stessa azione del cristianesimo, facendo continuamente pesare sulle frontiere di regni diversi grandi correnti di civiltà cristiana, ha contribuito a dare agli europei una coscienza comune, che sovrasta le frontiere e che, laicizzatasi a poco a poco, è diventata una coscienza europea. Diciamo, riassumendo, che quella stessa azione potente e che ritardava lo schiudersi delle patrie nazionali, aiutava a contrario, in modo potente la genesi di un’Europa cristiana destinata a laicizzarsi sempre più, a svilupparsi in modo autonomo, destinata alla fine ad acquisire tutto ciò che la cristianità, in quanto raggruppamento storico, avrebbe via via perduto.

La nozione di Europa è nata anzitutto da un ragionamento astratto, non dall’osservazione ma da considerazioni teoriche, senza rapporto con l’esistenza. Abbiamo avuto una Europa teorica prima di una Europa geografica, e a maggior ragione prima di una Europa politica. Si ebbe un’Europa concepita per la soddisfazione di un bisogno dello spirito, prima che gli uomini si preoccupassero di dare un contenuto reale alla parola Europa. Lo spirito era quello greco. I greci avevano creato la nozione di continente applicandola a tre parti diverse; l’Europa, l’Asia, la Libia.

La Grecia ha inventato l’Europa. Ma il mondo greco non era un mondo europeo. La prodigiosa espansione dell’ellenismo non coincide, geograficamente, con l’Europa. Neppure soltanto con l’Asia, se si vuole la coincidenza maggiore è con il Mediterraneo. Lo stesso concetto vale per la nozione di Romanità che trova la sua espressione più alta nell’Impero. Quella romana fu un’Europa circum-mediterranea.

Fino a quando questa romanità esercitò il suo influsso, non ci fu alcun avvenire per la nozione di Europa, non ci fu la possibilità che questo nome, scaturito da bisogni puramente teorici, divenisse il nome di una unità sostanziale, di una unità di civiltà: in altre parole, fino a quando sopravvisse l’Impero romano, l’Europa non fu in Europa. L’Europa fu nel Mediterraneo. La civiltà europea fu la civiltà mediterranea.

Il termine civiltà ha due sensi. Il primo, assai vago, si riferisce ai progressi, alle sconfitte, alle conquiste de “la” civiltà, e riguarda un giudizio di valore. Investe tutti, la collettività, giacché la civiltà, intesa in questo senso, è un patrimonio collettivo. L’altro senso della parola civiltà è molto più preciso e positivo. Ha un senso etnografico. Ogni gruppo umano costituito possiede una civiltà, la sua civiltà; è l’insieme delle caratteristiche che esso presenta agli occhi di un osservatore oggettivo. È la vita collettiva di un gruppo (vita materiale, politica e sociale, intellettuale, morale, religiosa). È un concetto che non implica alcun giudizio di valore. Non si riferisce agli individui, essa è unicamente di ordine collettivo. Caratterizza una data società.

Riassumendo: un’Europa umana, fatta di gruppi di umani capaci di creare, condividere, propagare una civiltà europea, nell’antichità non è possibile trovarla. Nell’antichità è possibile trovare una parola, che è la parola Europa. Ma questa parola esprime un’idea del tutto formale di Europa, che non ha nulla a che vedere con la nozione umana che stiamo cercando: la nozione umana di un’Europa fondata su una unità di civiltà.

Quando, nell’antichità classica, gli uomini che portavano ad altri uomini la fiamma di una civiltà più elevata, hanno concepito per tramite delle città, delle tribù e dei regni, una unità più vasta a fondamento culturale, a questa unità hanno dato per base l’ellenismo. Ma questa nozione non ha nulla a che vedere con la nozione di Europa, di mondo europeo, di cultura europea. Questa nozione non è europea, è mediterranea.

Che cos’è il Mediterraneo? Un mare? Sì, ma non soltanto. Uno spazio? E quale? No! Il Mediterraneo è prima di tutto un mondo o, se si preferisce, una famiglia di esseri storici diversi, opposti, ma legati, armonizzati dalle esigenze vincolanti di un insieme. E ancora, il Mediterraneo è un complesso di mari e di terre solidarmente uniti.

Tutto questo ci mostra e ci fa capire perché la parola Europa è restata una parola vuota nel corso di tanti secoli. Il fatto è che la parola Impero romano bastava a designare tutto l’insieme culturale che potevano concepire, al di là della loro cerchia di vita quotidiana, gli uomini colti del tempo.

La civiltà non è una fatalità di contesto, non è una fatalità di etnia. La civiltà è un volere umano.

Quando è nata la nostra Europa? Quando si sono trovati e riuniti, raccolti ed evidenti, gli elementi costitutivi della nostra Europa? La risposta migliore è stata offerta da Marc Bloch che ha scritto “l’Europa è sorta esattamente quando l’Impero romano è crollato”. L’Europa, vale a dire un certo tipo di civiltà, una comunità di civiltà che ha bisogno per accrescere di un minimo di protezione che solo un’organizzazione politica può darle. Ecco l’Europa di cui cerchiamo l’origine dopo la fine dell’Impero di Roma: una organizzazione, una civiltà.

La secessione dell’Oriente: ecco la prima condizione perché possa nascere l’Europa. Dopo la secessione dell’oriente, ci sarà la non meno grave secessione del Maghreb. L’Africa del nord, così profondamente cristianizzata e romanizzata, bruscamente volge le spalle al mondo romano, e per secoli passa nel cerchio dell’anti Europa.

Secessione dell’Oriente, secessione dell’Africa minore, ma anche secessione dell’Occidente che a modo suo tradisce. Tradisce perché, a partire dalla fine del V secolo, è interamente nelle mani dei germani, che cominciano a stabilirsi e a conquistare il territorio.

Questa tendenza sulla soglia del IX secolo, nell’800, finisce col trovare la sua espressione politica, la sua prima espressione; diventa l’Impero carolingio. Non si tratta solo di un cambio di dinastie. Ben di più, è la consacrazione politica di un profondo cambiamento di strutture del mondo occidentale, l’integrazione ufficiale, pubblica, dell’elemento nordico nella storia d’Occidente, non più come un elemento secondario e accessorio, ma come un elemento fondamentale è determinante.

È possibile misurare questo cambiamento. Tra il quarto e il sesto secolo, in vastissime parti dell’Impero ci si mette a parlare germanico. E quelli che non parlano germanico, non parlano più latino, parlano romanzo. Ma non è solo il latino in gioco. E’ tutta una civiltà che, con il latino, si confronta con un’altra civiltà; con una civiltà barbara che porta con sé elementi tratti da tante fonti diverse, raccolti lungo tutte le strade dell’Europa orientale e nordica; una civiltà barbara che ha le sue forme d’arte, l’oreficeria, i gioielli, gli oggetti smaltati, tutto uno stile di una freschezza primitiva che si espande a poco a poco verso l’Occidente; una civiltà barbara che ha i suoi costumi, i suoi modi di vestire, le sue chiese e le sue case di legno, la sua letteratura epica e guerresca, il suo diritto, la sua concezione della famiglia e del matrimonio.

Perché una nuova civiltà possa dispiegarsi pienamente è necessario che la vecchia civiltà si decomponga sino in fondo. Il primo sviluppo dei germi di una civiltà nuova, o rinnovata, coincide in modo evidente con la rovina più totale della civiltà romana. Questa civiltà nuova è frutto di un meticciato, di un mescolamento di razze. Ancora una volta la storia lo conferma: non è la purezza, è l’impurità razziale ad essere feconda: non è la separazione dei sangui, ma la frammistione. Così come, lo sanno bene gli uomini di scienze e di studio, non è all’interno di ogni scienza, ma alla frontiera tra le diverse scienze che si fanno le grandi scoperte, allo stesso modo è dall’urto di gruppi umani che nascono i grandi rinnovamenti di civiltà.

Riassumendo, perché l’Impero crollasse, perché l’Europa sorgesse sulle sue rovine è stato necessario che l’Oriente si separasse dall’Occidente, e soprattutto che il Maghreb si staccasse dalla romanità; e d’altra parte è stato necessario che una parte dell’Impero si aprisse, si consegnasse ai germani. Sono stati necessari questi tre “tradimenti” per preparare le condizioni favorevoli alla nascita di una Europa storica e umana.

Che cos’è la morte della civiltà romana? È soltanto “l’arrivo dei barbari”? In verità le invasioni cominciano nel III secolo e finiscono due secoli più tardi, con l’insediamento dei vandali in Africa e degli ostrogoti in Italia. Ma la morte della civiltà romana coincide anche con l’avvio della conquista araba che riversa, nel corso del VII secolo, masse affamate sulla Siria, sull’Egitto, sulla Spagna, con l’instaurazione nel Mediterraneo di una religione ostile a quella dei vecchi cittadini dell’Impero. È la conquista araba a sostituire nel Mediterraneo il Profeta a Gesù, il diritto musulmano a quello romano, la lingua araba alla lingua greca e latina? Di fatto è il primo avvenimento, l’arrivo dei barbari, che ha aperto la strada alla seconda, la conquista araba. È lo spezzettamento dell’Impero, trasformatosi in regni barbarici, che spiega in parte il successo fondamentale dell’Islam.

Resta vero che a partire dall’inizio del VII secolo fino al XIX, al XX secolo, la storia può ritmare la vita dell’Europa al ritmo delle continue avanzate e ritirate dell’Islam e del cristianesimo.

Come spiegare dunque la nascita di questo nuovo Impero nordico? Pirenne ha detto: guardate verso il Mediterraneo, guardate verso l’Islam e subito vedrete. Carlo Magno è impensabile senza Maometto, i cui discepoli e fedeli, occupando il Mediterraneo, hanno fissato per secoli il destino dell’Europa.

L’impero carolingio è una forma di difesa dell’Europa, lo scopo ultimo è continuare a dominare il pianeta come per il passato. In questo senso quella di Europa è una nozione di crisi. Nozione di crisi o di paura, di invocazione dell’Europa, di una Europa protettrice; quando gli europei hanno paura e si sentono minacciati riscoprono il valore dell’Europa. Lo fanno quando hanno paura di vedere l’Europa invasa da forme sociali diverse dalle forme sociali tradizionali, quando hanno paura delle proprie discordie: tutto questo c’è in fondo al mito europeo. I tedeschi sono stati davvero gli artigiani, gli operai di una Europa di mezzo. L’hanno costruita passo dopo passo, centimetro per centimetro e poi l’hanno difesa fino al giorno in cui è accaduto ciò che essi non vogliono vedere, ciò che negano.

Dunque, è l’Impero carolingio, l’Impero di Carlo Magno che ha dato forma per la prima volta a ciò che noi chiamiamo Europa, giacché l’impero romano non aveva fatto altro che dare forma politica al mondo mediterraneo, un mondo che si estendeva su tutte le rive del Mediterraneo senza chiedersi se fossero europee, asiatiche, africane.

Carlo Magno non ha semplicemente ereditato l’Impero romano, come sempre si dice. L’impero carolingio non è la ripresa pura e semplice di Roma. È la prima forma politica di un mondo nuovo, di un mondo che non finisce più al Reno e al Danubio. Un mondo che immediatamente integra nella sua unità politica e culturale lo spazio via via crescente, giacché in effetti questo spazio si accresce ogni giorno, a spese degli slavi, di quella che ben presto cessa di essere la Germania per diventare l’Alemagna.

L’impero carolingio è terrestre, continentale e non più marittimo con tutte le conseguenze che comporta il fatto di non essere più centrato su un grande mare frequentato, attivo. L’impero carolingio è rurale, di contadini. Niente in comune con quel Mediterraneo animato da società diverse.

Non è un caso se il regime della signoria, destinato a dominare l’Europa per secoli, si impianta fortemente e si generalizza esattamente nel momento in cui il Mediterraneo si chiude agli europei. Quando cessa quasi completamente la circolazione commerciale e porti importanti, come Marsiglia, si vedono paralizzati, lavorare per l’esportazione è un’espressione che non ha più senso. Ed è allora, è in questo modo che si stabilisce per tutta l’Europa un regime di economia chiusa, un regime di economia senza sbocchi che è precisamente il regime della signoria, quel regime che ci ostiniamo a chiamare regime feudale.

Una delle cose più difficili è fissare i confini dell’Europa verso l’est? Gli Urali sono un falso confine. Tutt’al più sono un pilastro di una porta, ma una porta aperta non è un confine. Ad est un vero limite geografico dell’Europa non c’è: possiamo forse definire un confine etnico? Gli slavi di fronte ai germani? Ma chi oserebbe escludere dall’Europa il mondo slavo, per altro così diverso, così multiforme? Quel mondo slavo che comincia con la Polonia, la Serbia, e che continua con l’Ucraina e la Russia? Possiamo definirlo un confine culturale? Sì, se si vuole. I confini dell’Europa sono i confini della civiltà europea.

L’Europa è essenzialmente questo: la collaborazione a una medesima opera di civiltà, la partecipazione a un medesimo ideale di cultura, a un medesimo ideale di vita, la collaborazione, la partecipazione di popolazioni assai diverse; le une mediterranee, le altre oceaniche, o nordiche, o orientali, ma tutte hanno conosciuto destini diversi, e anche molto diversi; tutte sono state segnate fortemente, e diversamente, da avvenimenti storici che hanno pesato su tutte ma che alla civiltà comune di cui godono tutte hanno contribuito, hanno collaborato con apporti di cui è difficile dire in modo esatto quali siano stati i più considerevoli, ma che hanno avuto tutti importanza. Sia che simili contributi i popoli europei li abbiano tratti da se stessi e dal loro spirito di inventiva; sia che questi contributi non rappresentino altro che elementi presi in prestito, di cui tali popolazioni sono state solo veicolo, e elementi presi in prestito dalle popolazioni e dalle civiltà che circondano l’Europa e il mondo europeo.

Anche oggi l’Europa non è una nozione geografica che sta in piedi. L’Europa è un ideale, un sogno. L’Europa è una nozione culturale. Una estensione di territori estensibili, continuamente e estensibili, che si allarga di fatto non solo verso est, ma anche verso ovest, a dispetto dei confini dell’oceano.

Lucien Febvre, L’Europa. Storia di una civiltà, Roma, Donzelli, 1999

L‘écriture pragmatique. Un concept d’histoire médiévale à l’échelle européenne

Paris, Bibl. nat. de France, ms. Latin 3305 A, fol. 57r Sermones de sanctis et diversis. De sancta Cecilia

ÉCRITURE PRAGMATIQUE

Problématique

Vingt ans après le collectif Pragmatische Schriftlichkei, le concept d’écriture pragmatique s’est imposé dans le champ de l’histoire des pratiques textuelles médiévales. Mais au-delà d’un usage désormais convenu pour qualifier et valoriser tout un spectre de sources écrites, qu’entend-on exactement quand on parle d’écriture(s) pragmatique(s) ? La popularisation de la notion a-t-elle conduit à son évidement, ou à sa dilution dans un champ trop vaste ? Son succès est-il dû à son efficacité heuristique ? Pour tenter de répondre à ces questions, et d’en soulever quelques autres, le Laboratoire de Médiévistique Occidentale de Paris a organisé le 12 avril 2012 une journée-débat, centrée autour de la comparaison des usages de la notion dans quatre grands champs de recherche médiévale européenne : l’Italie, l’espace germanophone, la France et le Royaume-Uni. On trouvera ici un ensemble de quatre textes (I. Bretthauer, H. Dewez, H. Lacey et I. Lazzarini) reflétant la partie des échanges qui a porté sur les usages de la notion en France, au Royaume-Uni et en Italie, ainsi que le lien directif vers un compte rendu circonstancié de l’intégralité des débats rédigé par Sébastien Barret et Dominique Stutzmann.

Pragmatic Writing. A Concept in Medieval History on a European Scale. Twenty years after the collective project Pragmatische Schriftlichkiet, the concept of pragmatic writing is well established in the field of the history of medieval textual practice. But beyond a now accepted usage which can be used to denote and promote a broad variety of written sources, what do we mean exactly by ‘pragmatic literacy’, or even ‘pragmatic literacies’ ? Has the popularisation of this notion hollowed it out, or diluted it in too vast a field ? Is its success due to its interpretative usefulness ? In an effort to answer these questions, and to raise a number of additional ones, the Laboratoire de Médiévistique Occidentale de Paris organised a day of debates on 12 April 2012, centred on the comparison between usages of this concept in current medieval research in four European areas : Italy, the German-speaking world, France and Great Britain. Reproduced here are four texts (by I. Bretthauer, H. Dewez, H. Lacey and I. Lazzarini) which reflect the exchanges which took place over the use of this notion in France, Britain and in Italy, as well as a link to an account of the entirety of the debates compiled by Sébastien Barret and Dominique Stutzmann.

Sommaire

- Isabelle Bretthauer, La notion d’écriture pragmatique dans la recherche française du début du XXIe siècle ;

- Harmony Dewez, Réflexions sur les écritures pragmatiques ;

- Helen Lacey, Pragmatic Literacy and Political Consciousness in Later Medieval England ;

- Isabella Lazzarini, De la ‘révolution scripturaire’ du Duecento à la fin du Moyen Âge : pratiques documentaires et analyses historiographiques en Italie.


Esegesi delle fonti

Esegesi delle fonti storiche medievali, Maria Luisa Ceccarelli Lemut, a.a. 2001-2002

ESEGESI DELLE FONTI STORICHE MEDIEVALI

Introduzione alla Medievistica

G. Tabacco, Profilo di storia del medioevo latino germanico, Torino 1996.

 

Introduzione alla medievistica

introduzione

Analfabetismo funzionale

I nuovi analfabeti: usano Facebook, ma non sanno interpretare la realtà

http://www.wired.it/play/cultura/2014/04/11/nuovi-analfabeti-usano-facebook-ma-non-sanno-interpretare-la-realta/

Se chiudo gli occhi e immagino un analfabeta, penso ad una persona che firma con una X al posto del nome.
Ma sbaglio.
Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE pochi giorni fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
Certo, sono due analfabetismi diversi: quello di secondo tipo si chiama analfabetismo funzionale e riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa.

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.
Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.
Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Tre italiani su 10, ci dice l‘OCSE, si informano (o non si informano), votano (o non votano), lavorano (o non lavorano), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi, che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.
Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

Sarà che forse sono un po’ analfabeta funzionale anche io, ma leggendo i dati dell’OCSE ho subito pensato ad un dialogo di qualche anno fa, tra me e una collega.
All’epoca ero una maestra della scuola primaria. Era una bella giornata di sole: io e la mia collega di italiano avevamo portato le classi in terrazza per la ricreazione e parlavamo del più e del meno. Ad un certo punto mi è venuto in mente di consigliare alla collega di italiano la lettura di un libro che avevo appena terminato e lei mi rispose, candidamente: Grazie, ma io non leggo libri.
Mai? chiesi.
Mai – rispose la collega – l’ultimo libro l’ho letto quando ho preso la maturità, perché dovevo portarlo all’esame. Non ho mica tempo, per leggere, e poi mi annoio.

Davanti ai dati dell’OCSE l’ex Ministro Carrozza si è affrettata a sottolinearne la drammaticità chiedendo una forte inversione di tendenza.
Ma, anche se all’allarme corrispondesse un reale investimento dell’attuale Governo – e, purtroppo, la storia recente ci porta a dubitarne – quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se a chi ci deve rappresentare e a chi ci deve insegnare non si impone di essere più preparato, e non meno preparato, del proprio popolo, dei propri impiegati, o della propria classe?
Non esiste cura, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i nostri insegnanti, i nostri manager, i nostri politici.

La scuola italiana, da sempre fondata sul dogmatismo, ha visto annullate le proprie spinte verso un insegnamento diverso, riducendosi alla trasmissione di competenze inutili, perché si dimenticano il giorno dopo l’interrogazione, e che non insegnano a capire, ad analizzare, a criticare, a soppesare, a riassumere.
Era il 1974, quando Sergio Endrigo, ispirandosi a Gianni Rodari, incise su un disco questo prologo illuminante: Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente. Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore. Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!

Dal 1974 le cose, se possibile, sono generalmente peggiorate.
I parametri Invalsi – lo strumento Europeo per la valutazione delle competenze – sono diventati in fretta praticamente l’unica cosa che la scuola si preoccupa di insegnare, riducendo la lungimiranza dell’insegnamento alla verifica in programma, all’esame di fine anno.
Ma cosa rimane fuori da una scuola sdraiata sui parametri Invalsi (per i quali, in ogni caso, non brilliamo, come competenza, in particolar modo nel Sud Italia)?
Rimangono fuori proprio le competenze che fanno di una persona un cittadino attivo, e non un analfabeta funzionale: la capacità di scegliere un libro interessante, e di immergersi nella lettura, la scelta di comprare un quotidiano, la capacità di valutare le proposte economiche e politiche nella loro (grandissima) complessità.

Per rispondere all’allarme dell’OCSE questo paese deve ribaltare il concetto stesso di competenza.
Una scuola dogmatica è una scuola che respinge, e che insegna senza insegnare.
Una scuola che costruisce e valorizza le competenze, invece, è una scuola capace di accogliere, e di insegnare gli strumenti di comprensione del mondo.
Un analfabeta può anche imparare a memoria che Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769, e che nel 1805 si promosse re d’Italia, ma non per questo avrà gli strumenti per accogliere ed analizzare la complessità della società in cui vive.
E anche lui, come i ragazzi che spesso la nostra scuola respinge – quelli che non vengono messi in grado neanche imparare le date a memoria – rischia di entrare a far parte di quel folto gruppo per i quali la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta la bolletta del gas.

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