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La santa dei gatti, Gertrude di Nivelles

Santa Gertrude che gira il fuso con gatto. Ore di Maastricht, Paesi Bassi (Liegi), inizi XIV secolo, Stowe MS 17, c. 34r

 

Questa figura femminile che lavora insieme al felino che le tiene il fuso è Santa Gertrude protettrice dei gatti. Nata nel 626, alla morte del padre si fa monaca con la madre Itta e la sorella Begga. La madre trasforma il castello di famiglia in un monastero misto e Gertrude ne diventa la badessa, subito dopo di lei. Gertrude cerca un’approfondita conoscenza delle Sacre Scritture così chiama dall’Irlanda monaci dotti nelle Scritture e manda gente a Roma per rifornire la comunità di libri liturgici. I suoi resti sono sepolti nella chiesa di San Pietro a Nivelles, che prende il nome di Chiesa di Santa Gertrude nel X secolo. Una leggenda del XV secolo considera la sua intercessione efficace contro le invasioni di ratti e topi. Nell’iconografia medievale, la santa è già associata a ratti e topi che si arrampicano lungo il suo vestito o lungo il bastone. La sua complicità con i gatti sarebbe l’origine del suo potere di intercessione per far fuggire i roditori. Secondo la tradizione invocare Santa Gertrude serve anche per guarire o recuperare i gatti persi. La donna morì il 17 Marzo 659 e il suo corpo venne deposto in una cappella che poi diventerà chiesa e basilica.

 

Bassorilievo raffigurante Santa Gertrude e topi o topi a Utrecht

 

Statua di Santa Gertrude, Collegiata di Santa Gertrude, Nivelles

 

Collegiata del convento di Santa Gertrude a Nivelles

 

Santa Gertrude di Nivelles negli Acta Sanctorum:

Vita sanctae Geretrudis, in Monumenta Germaniae historica

Per chi vuole approfondire:

Nivelles

 

Fonti:

Annales Marbacenses

Annales Mettenses

Annales Xantenses

Bibliografia.: Vita, in Acta Sanctorum, marzo, II, p. 592; ediz. critica di B. Krusch, in Monum. Germ. Hist., Script. Rerum Meroving., II (1888), p. 447 segg.; cfr. J. Ghesquière, Acta Sanct. Belgii, III, Bruxelles 1785, p. 141 segg.

I Re Magi e Marco Polo

I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.
I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.

I Magi, erano sacerdoti dell’antica religione persiana (probabilmente zoroastriani) cui tarde tradizioni greche attribuivano doti di astrologi e indovini. Il vangelo non dice il loro numero ma solo che, guidati da una stella, giunsero a Betlemme per onorare Gesù, portandogli in dono oro, incenso e mirra. La più tarda tradizione agiografica li chiamò “re” fissandone il numero a tre, in ragione del numero di doni che portavano, ma non mancano autori che parlano di due, quattro o sei Magi.

 

Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano, Formella del portale del duomo di Pisa, 1180
Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano , formella del portale del duomo di Pisa, 1180.

 

La narrazione di Marco Polo

De la grande provincia di Persia: de’ 3 Magi.

Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma ‘l presente l’ànno guasta li Tartari. In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente. Andando 3 giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco ‘castello de li oratori del fuoco’; e è ben vero che quelli del castello adoran lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre lo’ re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s’era signore terreno, incenso per sapere s’era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.

De li tre Magi.

Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che ‘l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch’aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch’aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada;e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada; e tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade. L’uno delli re fu di Saba, l’altro de Iava, lo terzo del Castello.

(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

La narrazione del vangelo di Matteo

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Matteo 2, 1-12 (Bibbia CEI)

 

La traslazione delle reliquie

Le reliquie dei Re Magi sono conservate a Colonia, nella cattedrale dei Santi Pietro e Maria, appositamente costruita per ospitarle. Giovanni di Hildesheim (†1375), teologo, maestro alla Sorbona e priore di Kassel, raccontò la storia delle reliquie nel Liber de trium regum corporibus Coloniam translatis. Le reliquie erano originariamente conservate nella basilica di Sant’Eustorgio a Milano dove le aveva volute trasportare lo stesso vescovo milanese. Eustorgio, con l’approvazione dell’imperatore Costante, aveva fatto giungere i resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli dove erano stati portati da sant’Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Intorno ai resti Eustorgio aveva fatto costruire, verso l’anno 344, la basilica che porta il suo nome. Tutt’oggi, nel transetto destro, si trova la cappella dei Magi in cui è conservata una grande arca vuota che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum. Quando il Barbarossa mise a sacco la città portò con sé le reliquie dei Re Magi e le donò all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo di Dassel, che era in conflitto con il papa di Roma. Rainaldo di Dassel, nel 1164, trasferì i corpi attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino a Colonia.

Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile
Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile

 

Ilaria Sabbatini

Il giardino del balsamo

Lavorando sull’odeporica (diari di viaggio e di pellegrinaggio) si incontrano spesso leggende apocrife con sviluppi e tradizioni proprie. Una delle più gentili e piene di tenerezza quotidiana è quella del giardino del balsamo, nell’oasi di Matarea, oggi Matarieh, sobborgo del Cairo.
L’episodio che molti viaggiatori del pieno e tardo Medioevo narrano è riferito alla vicenda della fuga in Egitto. Giuseppe, come riporta il vangelo di Matteo, viene avvertito di portare in salvo il bambino e la madre per sottrarli alla persecuzione di Erode il Grande, re della Giudea, allora sotto il protettorato romano. Il resto proviene dal vangelo arabo dell’infanzia, facente parte della serie degli apocrifi. I fuggiaschi incontrano l’oasi di Matarea dove il bambino fa sgorgare una sorgente. La madre lava la sua camicia in quell’acqua e dove cadono le gocce dei panni stesi ad asciugare nasce in quel giardino il balsamo. La leggenda è risalente al XIII secolo e può essere un’interpolazione dell’apocrifo (Craveri).
La Fuga in Egitto di Giotto e bottega nel transetto destro della basilica inferiore di Assisi
Vangelo di Matteo
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio» (Es 1, 15). Mt 2, 13-15

 

Vangelo arabo dell’infanzia

Da qui si diressero alla (città del) famoso sicomoro, che oggi si chiama Matarea, e a Matarea il Signore Gesù fece sgorgare una fontana nella quale santa Maria lavò la sua tunica. E dal sudore del Signore Gesù, che essa fece lì gocciolare, si produsse in quella regione il balsamo. Vangelo dell’infanzia arabo siriaco, in I vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi, Torino, 1990, p. 127.

 

Laurenziana, Ms. 387, c. 5r

 

Il racconto di Leonardo Frescobaldi nel 1385

Questo luogo della Materia è quel luogo dove prima si riposò nostra Donna innanzi che entrasse nel Cairo. E ivi avendo sete, lo disse al suo fanciullino Cristo Gesù, ed egli col piede razzolò in terra, e ivi di subito nacque una grandissima fonte e copiosa di buona acqua. E quando si furono riposati, ella lavò colle sue santissime mani i pannicelli del fanciullo; e lavati che gli ebbe, gli tese a rasciugare in su certi arbuscellini di grandezza di mortine di due anni; le loro foglie sono come di basilico, e da quel punto in qua quegli arbuscelli sempre hanno menato e menano balsimo che più non ne nasce nel mondo (…).

Questo fattore [il turcimanno Elia n.d.r.] ci menò a vedere il giardino e come si coglie il balsimo, il quale si coglie in questo modo: che levano di quelle foglie che sono intorno al gambo come di basilico, e di quindi esce certe gocciuole bianche a modo di lattificio di fico, e con un poco di bambagia ricolgono questo liquore; e quando hanno inzuppata la bambagia, la premono colle dita in una ampoluzza, e penasi un gran pezzo ad averne un poco. In questo luogo stemo tutto questo dì, e per simonia n’ebbi tutto quello che si colse e parecchie altre ampolluzze, e così n’ebbe alcuno de’ compagni, ma minore quantità.

In questo giardino si è un fico di Faraone, il quale ha un ramo cavato, dove nostra Donna pose il fanciullo mentre ch’ella lavò i panni. E sappiate che per tutto questo paese per insino al Cairo non è altra acqua, e con questa innacquano tutta la contrada con certi anificii che fanno volgere a’ buoi; e mai non vogliono volgere dal sabato sera a vespro insino al lunedì mattina. In questo luogo recamo ogni nostro guernimento,salvo che acqua, per passare ‘l diserto, e quivi al tardi empiemo i nostri otri d’acqua e caricamo i nostri cammelli, mettendoci nel nome di Cristo per lo diserto, tenendo verso il mare Rosso per fare la via di Santa Caterina.

Leonardo FrescobaldiViaggio in Terrasanta (1385), in Pellegrini scrittori: viaggiatori toscani del Trecento in Terrasanta, a cura di Antonio Lanza e Marcellina Troncarelli, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.


Il racconto di Marco di Bartolomeo Rustici
Inverso levante e tramontanaIn Egitto vi sta una villa acasata, chiamasi la Mattalia, nella quale quando la vergine Maria madre di Cristo fugiva in Egitto per la persecuzione di Erode col suo figliuolo santissimo Iesù Cristo, insieme col vechierello Giusepo andando di drieto all’asino. E in quelo luogo le venne grande sete, lei subito il guardando in faccia i·suo santo figliuolo, dicendo: «Io ho sete»; di onde lei beve Gioseppe, e poi in questa acqua lei lavò gli panni al suo figliuolo. Lavato ch’ebe gli panni, quante gocciole d’acqua cade da quelli panni di Cristo tanti albori mi nascerono, e quelli fanno il balsimo. E avisandovi che i·niuna parte del mondo si truova balsimo acetto che in questo luogo.
Marco di Bartolomeo Rustici, Dimostrazione dell’andata e viaggio al Santo Sepolcro e al Monte Sinai, (1442-1457), a cura di K. Olive e N. Newbigin, in Codice Rustici, vol. 2, Firenze, Olschki, 2015, p. 222.


Historia Plantarum, XIV sec., Biblioteca Casanatense di Roma, Ms. 459, c. 33v

 

Il balsamo

“Il balsamo si trova presso Babilonia in un certo campo in cui vi sono sette fonti. Se si trasferisce altrove non fa né fiori né frutti. In estate i suoi rami si incidono con un coltello non tropo profondamente per far fuoriuscire il succo. Le gocce si raccolgono in vasi di vetro sospesi in corrispondenza delle incisioni. Il succo ha virtù energica, ma è molto costoso”.
Historia Plantarum, a cura di V. Segre Rutz, Cosimo Panini Editore.
Nota: Potrebbe trattarsi del Commiphora opobalsamum Commiphora gileadensis.

Nicola di Mira, Santa Claus, Babbo Natale

 

Nato probabilmente a Pàtara di Licia, in Asia Minore (attuale Turchia), è poi eletto vescovo di Mira, nella stessa Licia. Un passionario del VI secolo afferma che ha subito le ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.

Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore: 25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo. La sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira, richiama pellegrinaggi. Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.

Oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, Nicola di Mira diventa Nicola di Bari. Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore (già soggetta ai Turchi) arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari.

Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare. Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale (è già avvenuto lo scisma d’Oriente). Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia.

Nell’iconografia San Nicola è facilmente riconoscibile perché tiene in mano tre sacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d’oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d’oro. Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre, non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie, avesse deciso di mandarle a prostituirsi. Nicola, venutone a conoscenza, fornì tre sacchietti di monete d’oro che costituirono quindi la dote delle ragazze.

Il suo culto (patrono dei naviganti, delle fanciulle e degli scolari) raggiunse il culmine verso la fine del Medioevo, e le sue leggende furono celebrate in pitture e in sacre rappresentazioni. Nell’Europa centro-settentrionale e orientale la sua figura corrisponde a quella di Babbo Natale: per la sua festa (6 dicembre) si scambiano doni e, fin dal XIII secolo, si eleggeva in quel giorno il “vescovo dei fanciulli”. Con la Riforma, questi usi furono per lo più trasferiti al Natale e il nome Sanctus Nicolaus si corruppe in Santa Claus.

Prima della conversione al cristianesimo, il folklore tedesco narrava che Odino ogni anno tenesse una grande battuta di caccia nel periodo del solstizio invernale accompagnato dagli altri dei e dai guerrieri caduti.

La tradizione voleva che i bambini lasciassero i propri stivali nei pressi del caminetto, riempendoli di carote, paglia o zucchero per sfamare il cavallo volante del dio. In cambio, Odino avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi. Questa pratica è sopravvissuta in Belgio e Paesi Bassi anche in epoca cristiana, associata alla figura di san Nicola.

I bambini, ancor oggi, appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d’inverno, perché vengano riempite di dolci e regali da san Nicola. Anche nell’aspetto, quello di vecchio barbuto dall’aria misteriosa, Odino era simile a san Nicola.

La tradizione germanica arrivò negli Stati Uniti attraverso le colonie olandesi di New Amsterdam (rinominata dagli inglesi in New York) prima della conquista britannica del XVII secolo.

Un’altra tradizione folklorica germanica racconta le vicende di un sant’uomo alle prese con un demone che uccideva nei sogni. La leggenda narra di un mostro che si insinuava nelle case attraverso la canna fumaria durante la notte, aggredendo e uccidendo i bambini.

Il sant’uomo cattura il demone imprigionandolo con dei ferri magici (o benedetti). Obbligato ad obbedire agli ordini del santo, il demone viene costretto a passare di casa in casa per fare ammenda portando dei doni ai bambini.

 

San Nicola resuscita tre fanciulli messi in salamoia, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola resuscita tre fanciulli messi in salamoia, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola dona la dote alle fanciulle povere, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola dona la dote alle fanciulle povere, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola Salva una nave dalla tempesta, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani
San Nicola Salva una nave dalla tempesta, Gentile da Fabriano, 1425. Storie di S. Nicola di Bari, Musei vaticani

 

San Nicola calma la tempesta, Bicci di Lorenzo (1373-1452), Ashmolean Museum, Oxford, Predella d’altare dipinta per San Niccolò in Cataggio, Firenze. La chiesa è stata distrutta nel 1787

 

La carità di san Nicola, Ambrogio Lorenzetti (1290-1348), Louvre

 


 

 


Il testo della leggenda di san Nicola in latino
Jacobi a Voragine, Legenda Aurea: Vulgo Historia Lombardica Dicta, a cura di J. G. T. Grasse, Lipsia, Librariae Arnoldianae, 1850

 


 

Il testo della leggenda di san Nicola in italiano

Jacopo da Varagine, Leggenda aurea, Traduzione di C. Lisi, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina,1999

 


 

Scarica i testi delle fonti agiografiche tradotti in italiano

Praxis de stratelatis

Proclo di Costantinopoli

Teodoro Anagnostes

Procopio di Cesarea

Vita Nicolai Sionitae

Eustrazio di Costantinopoli

Calendario Palestino Georgiano

Passionario Romano

Praxis De Tributo

Andre di Creta

Michele Archimandrita

Teodoro di Myra al concilio Niceno II (787)

Teodoro Studita – Inno a San Nicola

Legenda Aurea traduzione C. Lisi

 

Link alle fonti agiografiche in greco e latino

 


 

Cartoline e stampe vintage


L’evoluzione di Santa Claus
L'evoluzione di Santa Claus nel tempo, Peggy Jo Ackley per "Renaissance Greeting Cards" in Springvale, Maine, USA
L’evoluzione di Santa Claus nel tempo, Peggy Jo Ackley per “Renaissance Greeting Cards” in Springvale, Maine, USA

 


 

Siti consulati

http://www.treccani.it/enciclopedia/nicola-di-mira-santo/

http://www.historyextra.com/feature/festive-features

http://www.stnicholascenter.org/pages/home/

http://www.centrostudinicolaiani.it/ita/home

http://www.santiebeati.it/dettaglio/30300

Danza macabra

Pinzolo, Chiesa di San Vigilio. La morte e le parole che rivolge agli uomini. Simone Baschenis, Danza Macabra, 1539

Testo:

Io sont la morte che porto corona / Sonte signora de ognia persona / Et cossì son fiera e dura / Che trapaso le porte et ultra le mura / Et son quela che fa tremar el mondo / Revolzendo mia falze atondo atondo.

Ov’io tocco col mio strale / Sapienza, beleza forteza niente vale. / Non è signor, madona nè vassallo / Bisogna che lor entri in questo ballo / Mia figura o peccator contemplarai / Sinche a mi tu diverrai.

Non ofender a Dio per tal sorte / Che al transire non temi la morte, / Che più oltre no me impazo in be’ nè in male, / Che l’anima lasso al giudice eternale. / E come tu avrai lavorato / Lassù hanc sarai pagato.

 

Chiesa di Pinzolo con affreschi

 

 

 

Testo integrale della danza macabra di Pinzolo XVI secolo

Io sont la morte che porto corona / Sonte signora de ognia persona / Et cossì son fiera e dura / Che trapaso le porte et ultra le mura / Et son quela che fa tremar el mondo / Revolzendo mia falze atondo atondo.

Ov’io tocco col mio strale / Sapienza, beleza forteza niente vale. / Non è signor, madona nè vassallo / Bisogna che lor entri in questo ballo / Mia figura o peccator contemplarai / Sinche a mi tu diverrai.

Non ofender a Dio per tal sorte / Che al transire non temi la morte, / Che più oltre no me impazo in be’ nè in male, / Che l’anima lasso al giudice eternale. / E come tu avrai lavorato / Lassù hanc sarai pagato.

O peccator più no peccar no più / Che ‘l tempo fuge et tu no te n’ avedi / Dela tua morte che certeza ai tu ? / Tu sei forse alo extremo et no lo credi / De ricorri col core al bon Jesu / Et del tuo fallo perdonanza chiedi.

Vedi che in croce la sua testa inchina / Per abrazar l’anima tua meschina / O peccatore pensa de costei / La me à morto mi che son signor di ley.

O sumo pontifice de la cristiana fede / Christo è morto come se vede / a ben che tu abia de san Piero al manto / acceptar bisogna de la morte il guanto.

In questo ballo ti cone intrare / Li antecessor seguire et li succesor lasare, / Poi che ‘l nostro prim parente Adam è morto / Sì che a te cardinale no le fazo torto.

Morte cossì fu ordinata / In ogni persona far la intrata / Sì che episcopo mio jocondo / È giunto il tempo de abandonar el mondo.

O Sacerdote mio riverendo / Danzar teco io me intendo / A ben che di Christo sei vicario / Mai la morte fa divario.

Buon partito pilgiasti o patre spirituale / A fuzer del mondo el pericoloso strale / Per l’anima tua può esser alla sicura / Ma contra di me non avrai scriptura.

O cesario imperator vedi che li altri jace / Che a creatura umana la morte non à pace. / Tu sei signor de gente e de paesi o corona regale / Ne altro teco porti che il bene el male.

In pace portarai gentil regina / Che ho per comandamento di non cambiar farina. / O duca signor gentile / Gionta a te son col bref sottile.

Non ti vale scientia ne dotrina / Contra de la morte non val medicina. / O tu homo gagliardo e forte / Niente vale l’arme tue contra la morte.

O tu ricco nel numero deli avari / Che in tuo cambio la morte non vuol danari. / De le vostre zoventù fidar no te vole / Però la morte chi lei vole tole.

Non dimandar misericordia o poveretto zoppo / A la morte, che pietà non li dà intopo. / Per fuzer li piazer mondani monica facta sei / Ma da la sicura morte scapar no poi da lei.

Non giova ponpe o belese / Che morte te farà puzar e perdere le treze. / Credi tu vecchia el mondo abbandonare / Che no pe(s?)a… cu(elo?)… ch (morte?) fa fare.

O fantolino de prima etade / Come sei igenerato tu sei in libertade. / Fate bene tanto che siete in vita / Che come lombra tornerete in sepoltura / De li nostri deliti penitenza fate / Presto…

 

 

Come avrete notato Io sont la morte che porto corona  è l’incipit della canzone di Branduardi Ballo In Fa Diesis Minore. L’operazione è stata di fondere il testo con una melodia di provenienza diversa: Schiarazula marazula.

 

Schiarazula marazule da: Il primo libro de’ balli accomodati per cantar et sonar d’ogni sorte de instromenti di Giorgio Mainerio (1585ca-1582) Parmeggiano Maestro di Capella della S. Chiesa d’Aquilegia fu stampato da Angelo Gardano a Venezia nel 1578.

Partitura di Schiarazula marazula in PDF

Le parole della canzone conosciuta come Schiarazula marazula sono state composte nella seconda metà del Novecento dal poeta friulano Domenico Zannier, ignorando il testo originale che pare fosse citato in una lettera di denuncia all’inquisizione del 1624 che indicava come donne e uomini di Palazzolo eseguissero questa danza.

 

Scjaraçule Maraçule

la lusigne e la craçule,

la piçule si niçule

di polvar a si tacule.

O scjaraçule maraçule

cu la rucule e la cocule,

la fantate je une trapule

il fantat un trapulon.

Bastone e finocchio,

la lucciola e la raganella,

la piccola si dondola

di polvere si macchia.

Bastone e finocchio,

con la rucola e la noce,

la ragazza è una bugiarda

il ragazzo un bugiardone

 

Ballo In Fa Diesis Minore

Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona  / E così sono crudele, così forte sono e dura / Che non mi fermeranno le tue mura
Sono io la morte e porto corona / Io son di tutti voi signora e padrona / E davanti alla mia falce il capo tu dovrai chinare / E dell’oscura morte al passo andare
Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo / Posa la falce e danza tondo a tondo / Il giro di una danza e poi un altro ancora / E tu del tempo non sei più signora
 .

Il medioevo buio

 


Il Medioevo non era buio come lo dipingono

“Roba da medioevo”. Espressione che si usa per marchiare, con infamia, tutto ciò che puzza di reazione o disumanità. Così nel linguaggio giornalistico e quello da bar, spesso si assomigliano, anche una lapidazione islamica diventa “roba medioevale”. Eppure nell’Europa dell’età di mezzo non si lapidavano le donne, nemmeno gli uomini; nessun essere umano subiva quel tipo di pena capitale, nessun cristiano. Appunto, un’epoca così profondamente cristiana, evitava ciò che Cristo aveva sconsigliato.

Certo, ci ricordano l’avventore del bar e il giornalista memori dei libri di storia delle medie, c’erano i roghi, l’inquisizione, gli strumenti di tortura che mettono i brividi in tanti musei. C’era il male, dunque: bella scoperta. Nella storia intera dell’umanità, e probabilmente anche prima, il male si è accomodato ovunque, in ogni stagione. Il secolo scorso ha visto raffinatezze d’infamia sconosciute a quelli precedenti, eppure non si sente ancora dire “roba novecentesca” quando si parla di lager, gulag e bombardamenti atomici.

Inoltre la ricerca storica degli ultimi decenni, meno faziosa di quella di scuola illuminista e marxista, ha restituito un’immagine del medioevo più complessa, sfaccettata e in estrema sintesi meno negativa. Il Sacro Romano Impero, nonostante il nome stesso possa incutere timore a un sincero democratico, non era un mostro totalitario ma garantiva notevoli libertà civili e federali. I servi della gleba, anche loro penalizzati dal nome poco onorevole, non erano schiavi ma lavoratori che spesso potevano gestire i tempi del mestiere con più autonomia di un odierno impiegato.

Fra parentesi, ai tempi di vassalli e valvassori la schiavitù era stata abolita, condannata dalla Chiesa; pareva un crimine contro Dio considerare una sua creatura alla stregua di una cosa. L’economia schiavista riprese alla grande con l’epoca moderna, cosiddetta riformata, grazie agli stati assoluti e al mercato capitalista. Una seria studiosa del periodo, Régine Pernoud, oltre a criticare l’uso del termine “medioevo” già ideologico e peggiorativo, ha dimostrato che le donne non erano mica tanto sottomesse, anzi spesso occupavano ruoli chiave nel mondo della politica e della cultura.

Che il medioevo sia stato tante cose, soprattutto un inesauribile serbatoio di suggestioni culturali, religiose e politiche dal quale estraiamo ancora a volontà, lo spiega bene il professor Tommaso di Carpegna Falconieri in un saggio ben scritto e documentato: Medioevo militante (Einaudi). Scopriamo così tante età di mezzo; spesso più immaginarie che storicamente attendibili, partorite dalle fervide menti e dai cuori generosi del romanticismo ottocentesco.

Chi crede che l’attrazione o la nostalgia per l’epoca possa collocarsi politicamente solo a destra (la monarchia, la Tradizione, il cavaliere crociato, la società gerarchica) scopre che esiste un medioevo di sinistra fatto di anarchia giullaresca e libertà comunali. Inoltre, qualcosa di magico e fatato aleggiava per forza su quei secoli, se la loro civiltà fa sfondo alle fiabe e ai romanzi fantasy.

Fu poi l’epoca d’oro della cristianità, dominio incontrastato della Chiesa sul piano culturale. Infatti molti cattolici tradizionalisti si abbandonano  all’utopia  reazionaria e vorrebbero tornare indietro, restaurare la teocrazia. Cosa impossibile, sconsigliabile per la Chiesa stessa, dato che equivarrebbe a consegnarla al passato invece di proiettarla nel futuro pur mantenendola ancorata all’eterno. Semmai, come consigliò Augusto Del Noce, occorre interiorizzare il Sacro Impero e cercare di attuarne le positività nell’epoca del liberalismo democratico e della civiltà massmediatica. Così fece papa Wojtyla, meritandosi un bel complimento da parte dell’insigne storico dell’età di mezzo Jacques Le Goff: “Giovanni Paolo II è il medioevo più la televisione”.

Di Carpegna Falconieri concentra però il suo saggio sulle tracce di medioevo ancora presenti nella nostra contemporaneità, belle o brutte che siano: dal neo-templarismo demente e degenerato di Breivik ai giuramenti leghisti di Pontida, dalle rievocazioni storiche in tanti borghi italici ai giochi di ruolo ambientati fra castelli e foreste celtiche.

Dunque, il medioevo è ancora nostri contemporaneo, non se né mai completamente andato. È un peccato che il libro non citi nemmeno in nota il filosofo russo Nikolaj Berdjaev che nei primi anni ’20 firmò un saggio di non trascurabile fascino e potente spirito profetico: “Nuovo medioevo” annunciava la fine della modernità ed il ritorno ad una nuova età di mezzo dove le questioni religiose e spirituali avrebbero mosso il mondo e i popoli molto più delle idee laiche ereditate dall’umanesimo.  Allora è meglio tenersi pronti, indossare l’armatura o mettersi in marcia a piedi verso un santuario come un pio e tenace pellegrino.


 

PROGETTO DI UN PRONTUARIO DEGLI STEREOTIPI E DEI LUOGHI COMUNI SUL MEDIOEVO

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  Argomenti a. Stereotipi della vulgata attuale b. Messa a punto della storiografia
1. I barbari 1. Invadono l’impero e lo distruggono.
2. Si caratterizzano per la loro alterità, rispetto al mondo imperiale.
3. Vivono in comunità primitive e semplici, rispetto alla società mediterranea complessa
Quando penetrano nell’impero sono già abbondantemente latinizzati.
Sergi, pp. 8-9
2. I barbari L’organizzazione sociale dei popoli germanici è fondata su sostanziale egualitarismo. Le diverse popolazioni germaniche erano, infatti, abituate a spartirsi il bottino, ma nel contatto con il mondo romano, hanno cominciato a perdere questa loro caratteristica. Si tratta di postulati del tutto indimostrabili.
Sergi, p. 9

.
3. Il feudalesimo Il feudalesimo è stato abbattuto dalla rivoluzione francese che ha dissolto ogni “residuo medievale”. Il feudalesimo abbattuto dalla rivoluzione francese (la celebre “piramide feudale”) non era quello tipico del medioevo (caratterizzato piuttosto da una struttura a “rete”), ma era un feudalesimo nato da sviluppi ulteriori legati alla nuova Europa degli Stati nazionali.
Sergi, p. 4
4. La curtis Azienda agricola autarchica. Economia povera e stentata, non produce abbastanza per mettere in modo il commercio Questa è un’immagine tipica dell’800. La curtis produce alimenti a sufficienza. La moneta esiste e circola.
Sergi, pp. 22, 23, 27

.
5.

Servi della gleba
. . .
Sono l’emblema della condizione servile del lavoro agricolo Vi sono rare attestazioni di adscripti glebae. Si tratta di una cattiva lettura di Marc Bloch. I contadini erano liberi, servi o schiavi: ma non legati alla terra.
Sergi, p. 25
6. Papato Dopo Costantino, la chiesa è un potere unico, esteso in tutta Europa. Le eresie rappresentano una rottura di questa unità. Attentano all’unità ecclesiale anche l’anarchia feudale e i processi di autonomia. I papi dell’XI secolo, a partire da Gregorio, lottano per ripristinare l’unità originaria Solo dopo il XII secolo il papato si presenta come un potere monarchico. Fino ad allora, i vescovi erano sovrani nelle loro sedi.
Sergi, p. 29
7. Riforme Il matrimonio dei preti, la vendita delle cariche, le chiese dei laici sono degenerazioni che i papi riformatori tentano di combattere. Costituivano aspetti normali della vita religiosa e sociale del tempo. Vengono messi sotto accusa da Gregorio VII, nel contesto della sua riforma accentratrice.
Sergi, p. 29
8. Concordato di Worms Segna la vittoria del potere papale (o di quello temporale) a seconda delle interpretazioni Vi si stabiliscono forme di gradimento reciproco.
Sergi, p. 30
9. Vescovi conti Ottone I li istituisce, per impedire che nei feudi si affermi il principio ereditario. Esistevano ovunque vescovi con poteri civili.Gli Ottoni ottengono l’alleanza di quelli più potenti.
Sergi, p. 31
10. Opulenza dei monasteri La ricchezza è un’aspetto della degenerazione della vita monastica – originariamente costruita intorno al precetto della preghiera e del lavoro – contro la quale insorge la riforma. Erano segno di superiore disciplina spirituale. I benedettini non amavano il lavoro manuale.
Sergi, pp. 31-32
11. Comuni Sono gli antagonisti principali dei poteri feudali. In essi si sviluppa la classe borghese. Impongono a Federico I Barbarossa il rispetto delle libertà comunali; rappresentano gli esordi di una italianità (o un’identità lombarda), nei confronti del nemico straniero e centralizzatore. L’età comunale non rappresenta un superamento dell’età feudale. I comuni sono immersi in una rete di rapporti feudali e signorili. La lotta contro Federico I non ha nulla di nazionale, borghese o lombardo. La pace di Costanza è un momento di tarda feudalizzazione.
Sergi, pp. 33-34

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12.

La libertà comunale
L’aria della città rende liberi. Usano strumenti non nuovi di assoggettamento delle campagne. Molto raramente i contadini accolgono come “liberatori” i nuovi dominatori comunali
Sergi, p. 35
13. Podestà Erano un potere neutrale, esterno alle rissose famiglie cittadine Non si ricorreva al podestà tanto per la sua neutralità, quanto per la sua esperienza in diritto e nell’arte del governo.
Sergi, p. 36
14. Germani I “popoli germanici”. Il concetto di nazione è frutto dell’elemento germanico Un popolo che si chiamava “germani” forse non è mai esistito. I goti non sono germani. Non avevano la sensazione di far parte di un popolo.
Pohl, p. 73
15. Alimentazione altomedievale La povera e disperata agricoltura altomedievale. Mangiavano più carne che vegetali e, probabilmente, avevano più problemi di colesterolo che di fame.
Wickham, p. 211
16. La rivoluzione dell’anno mille Nuovi strumenti, aumento di produzione, aumento di popolazione ecc. Non è vero che le innovazioni abbiano avuto l’effetto di produrre una sorta di rivoluzione medievale dei rendimenti agricoli.
Petralia, p-. 297

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17.
Regni medievali
Al termine del periodo di anarchia feudale, si riprendono gli antichi regni Non di ricostruzione di ordinamenti pubblici si trattò, ma di vera e propria costruzione di quadri politici fondati su una concezione del potere monarchico sostanzialmente diversa da quella dei cosiddetti regni romano-germanici e da quella dell’impero carolingio.
Corrao, p. 321

.
18. Il sacro romano impero Così si chiama il regno di Carlo Magno, per distinguerlo dall’impero romano. A partire dal 1158 cominciò ad essere adoperato il termine Sacrum Imperium. Dunque, il Sacro Romano Impero fu opera di Federico I Barbarossa.
Miglio, p. 439
19 Modelli di organizzazione famigliare L’origine del modello di famiglia allargata e patriarcale, opposta a quella nucleare odierna, è individuabile nel medioevo. Nel medioevo prevaleva la famiglia nucleare, o coniugale, molto più simile a quella di oggi.
Sergi, p. 4
20. Frazionamento Nel frazionamento politico-territoriale del medioevo è rintracciabile l’origine delle civiltà nazionali. Immagine elaborata nell’Ottocento.
Sergi, p. 8
21. I franchi L’invasione “francese” (non definita germanica) del suolo italico porta alla sconfitta dei longobardi. In realtà il suolo italico è teatro di un grande conflitto intergermanico in cui prevale il popolo più incline alle integrazioni etniche, pur presentando molteplici aspetti di primitivismo,(lex Salica), rispetto ai longobardi più evoluti.
Sergi, p. 10
22. I vincoli feudali I vincoli feudali sono l’esito dello smembramento del patrimonio statale e del potere pubblico a favore di un’aristocrazia militare e fondiaria. I poteri signorili si sono formati più o meno spontaneamente dal basso e non delegati feudalmente dall’alto.
Sergi, p. 15
23. Medioevo “europeo” o medioevo “nazionale” Nel medioevo è rintracciabile quel “mosaico etnico preesistente” rispetto all’età moderna. L’origine etnica delle nazioni è rintracciabile proprio nel medioevo. (Anthony Smith). Non si può parlare di medioevo “nazionale” sia perché era molto frazionato, sia perché non c’è nulla di vocazionale nelle linee di ricomposizione che affiorano nei secoli finali.
Sergi, p. 21
24. La fine del mondo antico Il 476 contrassegna l’inizio del Medioevo caratterizzato dal tracollo imperiale di Roma e dal conseguente decomporsi di un’intera civiltà: quella del mondo antico. Un’immagine così drammatica appartiene soltanto al mondo occidentale. Vista da Oriente, la caduta dell’Impero d’Occidente, appare piuttosto come una mutazione. Per un altro millennio i sudditi dell’Impero Bizantino avrebbero continuato a definirsi “romani”.
A. Schiavone, p. 45
25. Il ruolo delle clientele nei popoli germanici. Il guerriero che giurava fedeltà al capo doveva poi seguirlo per tutta la vita. I guerrieri spesso cambiavano signore secondo le opportunità che venivano loro offerte e le prospettive di successo.
W. Pohl, p.79
26. Il ruolo del re nei popoli germanici. A differenza dell’impero, i popoli germanici erano governati da “re”. Ciò che le nostre fonti definiscono “re” non è un’istituzione fissa ma una designazione data dai romani a vari fenomeni: capi di gruppi locali o di piccole tribù, comandanti di eserciti piccoli o grandi, sovrani di grandi imperi di steppa come Attila, o reggenti di regni potenti sul suolo romano come Teodorico o Clodoveo.
W. Pohl, p. 79
27. Paganesimo, magie e superstizioni Ogni credenza, rito o pratica delle religioni politeistiche. Religione connessa con pratiche umane volte a controllare la natura: la magia, l’astrologia, l’uso di amuleti e così via. Nella recente letteratura si tende a ridimensionare l’entità e la presenza del paganesimo come coerente sistema religioso, e a ridiscutere di conseguenza il carattere di radicale azzeramento delle credenze precedenti attribuito di solito all’azione di evangelizzazione, e alle missioni monastiche in particolare.
C. La Rocca, p. 121
28. Cristianesimo Il cristianesimo si diffuse in maniera sempre più decisa a partire dal IV secolo, quando divenne religione ufficiale dello Stato. Tale processo portò all’omogenizzazione della cultura e delle pratiche religiose dell’Europa occidentale. Risulta inadeguata l’idea dell’avanzata del cristianesimo come un processo senza ostacoli e contrasti.
C. La Rocca, p. 138
29. La fine dell’età carolingia Segna il crollo dell’unità imperiale e l’indebolimento dell’autorità politica e la fine della concezione pubblica di quest’ultima. Il frazionamento dell’unità carolingia non determinò la fine della concezione pubblica dell’autorità politica, ma l’avvio e l’accelerazione di processi più complessi. Si ebbe la formazione di nuove realtà politico territoriali come da una parte le “signorie”, e dall’altra l’individuazione di due aree geografiche e culturali: quella francese e quella germanica.
P. Guglielmotti, p. 201
30. La crisi economica al crollo dell’Impero d’Occidente. Questo periodo vide una catastrofe economica generalizzata contrassegnata da una notevole contrazione degli scambi e dell’attività produttiva. Non possiamo parlare i catastrofe economica generalizzata. La schiacciante maggioranza della popolazione, fatta di contadini, non avvertì i cambiamenti macro-economici e continuarono a vivere in un mondo tutto sommato immutato.
Ch. Wickham, p. 225
31. La curtis Il modello curtense costituisce il sistema agrario medievale per eccellenza. R. Latouche e A. Verhulst (tra 1950-70) hanno dimostrato che il modello curtense ebbe nei fatti una diffusione assai limitata nello spazio e nel tempo, concentrata sostanzialmente in Gallia, in Inghilterra e nell’Italia del Nord solo dopo la metà dell’VIII secolo.
C. Wickham, p. 210

.
32.
La schiavitù
Con la caduta dell’Impero d’Occidente, e la diffusione del Cristianesimo, ha fine il modo di produzione basato sul lavoro degli schiavi. Nel tardo impero e all’inizio dell’età medievale c’erano ancora molti schiavi, nel senso di uomini e donne senza diritti legali. Per quanto riguarda l’impero romano, poi, bisogna tenre presente che il sistema di produzione basato sul lavoro degli schiavi fu diffuso solo nell’Italia centrale.
C.Wickham, pp. 208-9
33. Il commercio nel 700 Con l’espansione del mondo arabo il commercio subisce una brusca interruzione. Il commercio dei beni di lusso continuò senza interruzione grazie alla vocazione commerciale degli arabi. Il commercio dei generi di consumo di medio livello era già in declino nel V e VI secolo.
C.Wickham, p. 216
34. L’immagine degli arabi Le rapidissime e fortunate campagne militari costituirono la ragione fondamentale dell’ampliamento del mondo islamico. Lo sviluppo era legato all’esistenza di una complessa società stratificata al cui interno funzionari civili e giuristi, mercanti e dotti avevano un ruolo di rilievo. Il commercio rivestiva un ruolo di importanza maggiore, per il consolidamento dell’Impero, dello stesso espansionismo armato.
M. Gallina, p. 239

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35.
La piramide feudale
I rapporti sociali presenti nel Medioevo possono essere rappresentati attraverso una “piramide” di subordinazioni feudali che dal piccolo signore saliva, passando per vassalli di livello crescente, fino al re. I domini signorili non scaturivano da concessioni “feudali” compiuti dal re e dagli ufficiali pubblici, ma erano il prodotto di una evoluzione spontanea. Per questo l’immagine della “piramide feudale” si può applicare semmai ai secoli XII e XIII: ma non al periodo carolingio o a quelli immediatamente successivi.
S. Carrocci, p. 257
36. Età signorile-feudale Nella prima parte del medioevo si forma il sistema feudale; a questo succedono le signorie. L’incontro tra signoria e feudalesimo ha luogo solo a partire dall’XII secolo. Potremo parlare quindi per il periodo compreso tra X-XII di “età signorile”perché caratterizzato dalla signoria e non dal feudalesimo.
S. Carrocci, p. 266
37. Età buia Medioevo come periodo caratterizzato da guerre, fame e carestie. Ciò si può dire solo dei secoli XIV e XV, i due secoli finali del medioevo, che tuttavia hanno determinato l’immagine che del medioevo si è successivamente consolidata. Le carestie fecero immaginare un medioevo molto più affamato di quanto non fu in realtà.
Sergi, p. 37
38. Il monachesimo I monaci benedettini si rifacevano al principio dell’ “ora et labora”. Ovvero credevano nella funzione purificatrice dell’attività manuale. Non amavano il lavoro se non come condizione indispensabile per consentire la preghiera, non credevano a una funzione purificatrice dell’attività manuale.
Sergi, p. 32
39. Il VII secolo Secolo di morte, in cui un’Europa cristiana indebolita è soggetta agli attacchi di nuovi nemici, gli Arabi.  
40. Oscurantismo medievale Ignoranza, superstizione, oscurantismo, arroganza del potere ecclesiastico appaiono i tratti dominanti di una realtà medievale poi rinnovata dalla riforma di Lutero. I polemisti luterani tracciarono, nel XVI secolo, un disegno della storia europea recente centrata sulla questione religiosa, ossia sulla decadenza dell’originaria spiritualità cristiana causata dal papato romano. In tal modo si precisò un’immagine di Medioevo da condannare in blocco e si affermò l’idea di una pressoché totale coincidenza fra il concetto di Medioevo e la storia del cattolicesimo romano.
Montanari, p. 109

 

BIBLIOGRAFIA

Questo “prontuario” è stato pubblicato in una forma più ridotta in A. Brusa, Guida a Il nuovo racconto delle grandi trasformazioni, vol. I, PBM editori, Milano 2004, nel quale cerco di proporre un modello diverso di vulgata. E’ stato, poi, ripreso da Valentina Sepe, nell’ambito del suo dottorato di ricerca, presso Didattica della Storia, con una ricerca che comprende non solo i manuali, ma anche la comunicazione attraverso il Web. Questa nuova versione del “prontuario” è debitrice di questi lavori, e va considerata, perciò come provvisoria.
Nel volume Medioevo e luoghi comuni si trovano, oltre all’introduzione di Montanari, citata nel testo, saggi di M.G. Muzzarelli, G. Albertoni, B. Andreolli, G.M. Cantarella, T. Lazzari, A.L. Trombetti Budrieri, su diversi aspetti: la piramide feudale, la vita nei castelli, i barbari, l’anno mille, i servi della gleba e Federico II.
Massimo Montanari, con Albertoni, Milani e Lazzari, ha pubblicato un manuale per i tipi Laterza (Bari 2002), Storia medievale, che raccoglie le nuove interpretazioni in capitoli succinti e precisi, con una bibliografia essenziale, di facile consultazione.

L’autore al quale si deve l’impulso fondamentale verso questo genere di studi è sicuramente Giuseppe Sergi, la cui battaglia per un medioevo correttamente raccontato ha superato ormai il quarto di secolo. La prefazione al manuale Donzelli, da cui è ricavato il prontuario, è stata pubblicata anche a parte, in un volume intitolato L’idea di Medioevo. Fra luoghi comuni e pratica storica, Donzelli, Roma 1999. Fra gli scritti più “classici” sugli stereotipi medievali di Sergi, segnalo: Feudalesimo senza “sistema”, in «Prometeo», n. 43, 10 Settembre 1993, pp.52-61 e Lo sviluppo signorile e l’inquadramento feudale, La storia UTET,Torino 1986, pp. 367. Quest’ultimo saggio, ripubblicato in una iniziativa editoriale di “Repubblica” dà la misura della persistenza degli stereotipi: infatti, è illustrato con una splendida “piramide feudale”, da un redattore per il quale, evidentemente, questa è l’unica immagine possibile del medioevo: La storia, vol. 5, La biblioteca di Repubblica, Gruppo editoriale l’Espresso, Novara 2004, p. 154.

I saggi del manuale Donzelli citati nel prontuario sono:

  1. Sergi, L’idea di medioevo, pp. 3-42.
    A. Schiavone, Il mondo tardoantico, pp. 43-64.
    W. Pohl, L’universo barbarico, pp. 65-88.
    C. La Rocca, Cristianesimi, pp. 113-139.
    P. Guglielmotti, I franchi e l’Europa carolingia, pp. 175-201.
    CH. Wickham, L’economia altomedievale, pp. 203-226.
    M. Gallina, La formazione del Mediterraneo medievale, pp. 227-246.
    S. Carrocci, Signori, castelli, feudi, pp. 247-267.
    G. Petralia, Crescita e espansione, pp. 291-318.
    P. Corrao, Regni e principati feudali, pp. 319-362.

 

Buffalmacco

Durante il cannoneggiamento alleato per liberare Pisa, il 27 luglio 1944 uno spezzone incendiario cade sul Camposanto provocando la distruzione della copertura in legno e piombo. È impossibile limitare l’estensione dell’incendio: gli affreschi del ciclo del “Trionfo della morte” vengono irrimediabilmente danneggiati. Nell’aprile del 2014 sono state ricollocate le Storie dei Santi Padri. Il 2 gennaio 2016 è iniziata la ricollocazione dell’affresco dell’Inferno.

Greccio, un presepe senza il Bambino

Catacomba di Priscilla - III sec. - Roma
Catacomba di Priscilla – III sec. – Roma

Non è chiaro se il presepe di Greccio si possa considerare il primo mai realizzato: in effetti esistono raffigurazioni della Natività risalenti a prima del IV secolo. Di sicuro il presepe di Greccio è quello più noto ma ciò che pochi sanno è che si tratta di un presepe senza Sacra Famiglia. Secondo la leggenda, nel Natale  1223 dopo il rientro dalla Terra Santa, Francesco d’Assisi fece erigere una mangiatoia e vi portò un asino ed un bue viventi, ma senza la Sacra Famiglia.  Fu solo la parola di Francesco a rendere viva la presenza di Gesù. E del resto tutto ciò è estremamente coerente con l’idea del potere del Verbo che spesso si dimentica.


Il racconto evangelico della natività

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. (Lc 2, 1-7)

 


Tommaso da Celano (†1265)

È degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore. C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile e molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello spirito che quella della carne. Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: «Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza! Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme. Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.

[…] e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembra che il Bambinello giaccia privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicina e lo desta da quella specie di sonno profondo. Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria.

Vita prima di Tommaso da Celano, cap. XXX, 84-86.


 

Presepio
di Chiara Frugoni

Avvenire 10-12-2006

Greccio è famosa soprattutto per la rappresentazione del Natale istituita da Francesco nel 1223. Per questo chiese aiuto a un amico, Giovanni, a cui spiegò che avrebbe voluto che il sacerdote celebrasse la messa all’aperto, nella notte stellata, per richiamare «il ricordo di quel Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo… come fu adagiato in una greppia, quando lo misero sul fieno tra il bue e l’asino». Chiese all’amico di fargli trovare la greppia e il fieno; chiese il bue e l’asino, ricordati soltanto dai Vangeli apocrifi (cioè quelli che la Chiesa non ritenne ispirati da Dio). Sorprendentemente però «dimenticò» i protagonisti principali: la Madonna e il Bambino. Non chiese alcun bambino, reale o in immagine, mentre già ai suoi tempi si usava, a Natale, mettere sull’altare una tavola dipinta che rappresentasse la Natività; spesso sacerdoti o ragazzi, debitamente addobbati, si trasformavano in attori, permettendo al pubblico di seguire gli eventi di quella notte straordinaria.

Fu soltanto l’eccellente capacità oratoria di Francesco, che suscitò in un astante una visione, a colmare il vuoto della mangiatoia. A quell’uomo pio «sembrò che il Bambinello giacesse privo di vita nella mangiatoia, e che Francesco gli si avvicinasse e lo destasse da quella specie di sonno profondo». Tommaso da Celano commenta: «per i meriti del santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria».
Con quell’insolita rappresentazione e con la sua predica Francesco lanciò un messaggio preciso (nel 1220 il santo per molti mesi si era trattenuto in Terra Santa, dove si combatteva la quinta crociata): era inutile passare il mare in armi e uccidere in nome della fede. L’importante, per un vero cristiano, era avere Betlemme nel cuore, come appunto in maniera illuminante aveva scritto Tommaso da Celano: per effetto della predica di Francesco «Greccio è di venuta come una nuova Betlemme».
Visti in questa prospettiva acquistano allora un preciso significato quelli che, in un primo momento, potevano sembrare elementi di contorno: il bue, l’asino e il fieno. Infatti in tanti commenti dei Padri della Chiesa (ad esempio Agostino e Gregorio Magno) il bue rappresenta gli ebrei, l’asino i pagani e il fieno l’ostia consacrata. Lo riassume mirabilmente Valafrido Strabone: «Cristo fu adagiato nella mangiatoia perché il corpo di Cristo è posto sull’altare». Il bue e l’asino significano gli ebrei e i pagani che verranno a comunicarsi all’altare.

Il Dio che prospetta Francesco non è il Dio soltanto dei cristiani, ma un Dio creatore di tutto, nei cui piani sono compresi perciò anche gli «infedeli», un Dio che non giudica e non condanna, ma accoglie e redime. A Greccio il Bambino nasce di nuovo attraverso la parola trascinante del santo e l’emozione dei presenti; Betlemme è a Greccio e ovunque nella sorprendente soluzione escogitata da Francesco in risposta al bisogno di liberare con un pellegrinaggio armato i luoghi dell’esperienza terrena di Cristo, propagandato allora dalla Chiesa. La pace fu il punto centrale del progetto di Francesco, instancabilmente ricercata per tutta la vita, pace che coincide con l’essenza stessa del Natale: «Pace in terra agli uomini di buona volontà», annunciano gli angeli nella notte santa (Lc 2,14).

Giotto_-_Legend_of_St_Francis_-_-13-_-_Institution_of_the_Crib_at_Greccio
Giotto, La leggenda del presepe di Greccio. Storie di San Francesco, Basilica superiore di Assisi, 1295 – 1299

Quel mistero venuto dal mare

Link PDF: ARVO_Medioevo

Capodanno ebraico

Carma Figurato - Suono dello shofar
Carme figurato (suono dello shofar) da un libro di preghiere francese per Rosh haShana, XIV secolo

 

L’era ebraica inizia con la data della creazione del mondo che la tradizione biblica fissa all’anno 3761 AC del calendario gegoriano. Vi è quindi una differenza di 3760 anni tra l’era ebraica e quella cristiana.

Calendario ebraico perpetuo

Convertitore di calendari

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