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I Re Magi e Marco Polo

I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.
I Re Magi in viaggio scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.

I Magi, erano sacerdoti dell’antica religione persiana (probabilmente zoroastriani) cui tarde tradizioni greche attribuivano doti di astrologi e indovini. Il vangelo non dice il loro numero ma solo che, guidati da una stella, giunsero a Betlemme per onorare Gesù, portandogli in dono oro, incenso e mirra. La più tarda tradizione agiografica li chiamò “re” fissandone il numero a tre, in ragione del numero di doni che portavano, ma non mancano autori che parlano di due, quattro o sei Magi.

 

Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano, Formella del portale del duomo di Pisa, 1180
Viaggio dei Re Magi (con peccato originale). Bonanno Pisano , formella del portale del duomo di Pisa, 1180.

 

La narrazione di Marco Polo

De la grande provincia di Persia: de’ 3 Magi.

Persia si è una provincia grande e nobole certamente, ma ‘l presente l’ànno guasta li Tartari. In Persia è l[a] città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò piú volte in quella cittade di quegli 3 re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano 3 re soppelliti anticamente. Andando 3 giornate, trovaro uno castello chiamato Calasata, ciò è a dire in francesco ‘castello de li oratori del fuoco’; e è ben vero che quelli del castello adoran lo fuoco, e io vi dirò perché. Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre lo’ re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono 3 oferte: oro per sapere s’era signore terreno, incenso per sapere s’era idio, mirra per sapere se era eternale. E quando furo ove Dio era nato, lo menore andò prima a vederlo, e parveli di sua forma e di suo tempo; e poscia ‘l mezzano e poscia il magiore: e a ciascheuno p[er] sé parve di sua forma e di suo tempo. E raportando ciascuno quello ch’avea veduto, molto si maravigliaro, e pensaro d’andare tutti insieme; e andando insieme, a tutti parve quello ch’era, cioè fanciullo di 13 die. Allora ofersero l’oro, lo ‘ncenso e la mirra, e lo fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò a li tre re uno bossolo chiuso. E li re si misoro per tornare in loro contrada.

De li tre Magi.

Quando li tre Magi ebbero cavalcato alquante giornate, volloro vedere quello che ‘l fanciullo avea donato loro. Aperso[r]o lo bossolo e quivi trovaro una pietra, la quale gli avea dato Idio in significanza che stessoro fermi ne la fede ch’aveano cominciato, come pietra. Quando videro la pietra, molto si maravigliaro, e gittaro questa pietra entro uno pozzo; gittata la pietra nel pozzo, uno fuoco discese da cielo ardendo, e gittòssi in quello pozzo. Quando li re videro questa meraviglia, pentérsi di ciò ch’aveano fatto; e presero di quello fuoco e portarone in loro contrada e puoserlo in una loro chiesa. E tutte volte lo fanno ardere e orano quello fuoco come dio; e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada;e tutti li sacrifici che fanno condisco di quello fuoco, e quando si spegne, vanno a l’orig[i]nale, che sempre sta aceso, né mai non l’accenderebboro se non di quello. Perciò adorano lo fuoco quegli di quella contrada; e tutto questo dissero a messer Marco Polo, e è veritade. L’uno delli re fu di Saba, l’altro de Iava, lo terzo del Castello.

(Marco Polo, Il Milione, a cura  A. Lanza,  Editori riuniti, Roma, 1981)

La narrazione del vangelo di Matteo

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese. Matteo 2, 1-12 (Bibbia CEI)

 

La traslazione delle reliquie

Le reliquie dei Re Magi sono conservate a Colonia, nella cattedrale dei Santi Pietro e Maria, appositamente costruita per ospitarle. Giovanni di Hildesheim (†1375), teologo, maestro alla Sorbona e priore di Kassel, raccontò la storia delle reliquie nel Liber de trium regum corporibus Coloniam translatis. Le reliquie erano originariamente conservate nella basilica di Sant’Eustorgio a Milano dove le aveva volute trasportare lo stesso vescovo milanese. Eustorgio, con l’approvazione dell’imperatore Costante, aveva fatto giungere i resti dalla basilica di Santa Sofia a Costantinopoli dove erano stati portati da sant’Elena, che li aveva ritrovati durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa. Intorno ai resti Eustorgio aveva fatto costruire, verso l’anno 344, la basilica che porta il suo nome. Tutt’oggi, nel transetto destro, si trova la cappella dei Magi in cui è conservata una grande arca vuota che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum. Quando il Barbarossa mise a sacco la città portò con sé le reliquie dei Re Magi e le donò all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo di Dassel, che era in conflitto con il papa di Roma. Rainaldo di Dassel, nel 1164, trasferì i corpi attraverso Lombardia, Piemonte, Borgogna e Renania, fino a Colonia.

Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile
Adorazione dei Magi, capsella dei Santi Quirico e Giulietta, marmo, V sec d.c., da San Giovanni Battista, Ravenna, Museo Arcivescovile

 

Ilaria Sabbatini

Il giardino del balsamo

Lavorando sull’odeporica (diari di viaggio e di pellegrinaggio) si incontrano spesso leggende apocrife con sviluppi e tradizioni proprie. Una delle più gentili e piene di tenerezza quotidiana è quella del giardino del balsamo, nell’oasi di Matarea, oggi Matarieh, sobborgo del Cairo.
L’episodio che molti viaggiatori del pieno e tardo Medioevo narrano è riferito alla vicenda della fuga in Egitto. Giuseppe, come riporta il vangelo di Matteo, viene avvertito di portare in salvo il bambino e la madre per sottrarli alla persecuzione di Erode il Grande, re della Giudea, allora sotto il protettorato romano. Il resto proviene dal vangelo arabo dell’infanzia, facente parte della serie degli apocrifi. I fuggiaschi incontrano l’oasi di Matarea dove il bambino fa sgorgare una sorgente. La madre lava la sua camicia in quell’acqua e dove cadono le gocce dei panni stesi ad asciugare nasce in quel giardino il balsamo. La leggenda è risalente al XIII secolo e può essere un’interpolazione dell’apocrifo (Craveri).
La Fuga in Egitto di Giotto e bottega nel transetto destro della basilica inferiore di Assisi
Vangelo di Matteo
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e restaci finché io non te lo dico; perché Erode sta per cercare il bambino per farlo morire». Egli dunque si alzò, prese di notte il bambino e sua madre, e si ritirò in Egitto. Là rimase fino alla morte di Erode, affinché si adempisse quello che fu detto dal Signore per mezzo del profeta: «Fuori d’Egitto chiamai mio figlio» (Es 1, 15). Mt 2, 13-15

 

Vangelo arabo dell’infanzia

Da qui si diressero alla (città del) famoso sicomoro, che oggi si chiama Matarea, e a Matarea il Signore Gesù fece sgorgare una fontana nella quale santa Maria lavò la sua tunica. E dal sudore del Signore Gesù, che essa fece lì gocciolare, si produsse in quella regione il balsamo. Vangelo dell’infanzia arabo siriaco, in I vangeli apocrifi, a cura di M. Craveri, Einaudi, Torino, 1990, p. 127.

 

Laurenziana, Ms. 387, c. 5r

 

Il racconto di Leonardo Frescobaldi nel 1385

Questo luogo della Materia è quel luogo dove prima si riposò nostra Donna innanzi che entrasse nel Cairo. E ivi avendo sete, lo disse al suo fanciullino Cristo Gesù, ed egli col piede razzolò in terra, e ivi di subito nacque una grandissima fonte e copiosa di buona acqua. E quando si furono riposati, ella lavò colle sue santissime mani i pannicelli del fanciullo; e lavati che gli ebbe, gli tese a rasciugare in su certi arbuscellini di grandezza di mortine di due anni; le loro foglie sono come di basilico, e da quel punto in qua quegli arbuscelli sempre hanno menato e menano balsimo che più non ne nasce nel mondo (…).

Questo fattore [il turcimanno Elia n.d.r.] ci menò a vedere il giardino e come si coglie il balsimo, il quale si coglie in questo modo: che levano di quelle foglie che sono intorno al gambo come di basilico, e di quindi esce certe gocciuole bianche a modo di lattificio di fico, e con un poco di bambagia ricolgono questo liquore; e quando hanno inzuppata la bambagia, la premono colle dita in una ampoluzza, e penasi un gran pezzo ad averne un poco. In questo luogo stemo tutto questo dì, e per simonia n’ebbi tutto quello che si colse e parecchie altre ampolluzze, e così n’ebbe alcuno de’ compagni, ma minore quantità.

In questo giardino si è un fico di Faraone, il quale ha un ramo cavato, dove nostra Donna pose il fanciullo mentre ch’ella lavò i panni. E sappiate che per tutto questo paese per insino al Cairo non è altra acqua, e con questa innacquano tutta la contrada con certi anificii che fanno volgere a’ buoi; e mai non vogliono volgere dal sabato sera a vespro insino al lunedì mattina. In questo luogo recamo ogni nostro guernimento,salvo che acqua, per passare ‘l diserto, e quivi al tardi empiemo i nostri otri d’acqua e caricamo i nostri cammelli, mettendoci nel nome di Cristo per lo diserto, tenendo verso il mare Rosso per fare la via di Santa Caterina.

Leonardo FrescobaldiViaggio in Terrasanta (1385), in Pellegrini scrittori: viaggiatori toscani del Trecento in Terrasanta, a cura di Antonio Lanza e Marcellina Troncarelli, Ponte alle Grazie, Firenze, 1990.


Il racconto di Marco di Bartolomeo Rustici
Inverso levante e tramontanaIn Egitto vi sta una villa acasata, chiamasi la Mattalia, nella quale quando la vergine Maria madre di Cristo fugiva in Egitto per la persecuzione di Erode col suo figliuolo santissimo Iesù Cristo, insieme col vechierello Giusepo andando di drieto all’asino. E in quelo luogo le venne grande sete, lei subito il guardando in faccia i·suo santo figliuolo, dicendo: «Io ho sete»; di onde lei beve Gioseppe, e poi in questa acqua lei lavò gli panni al suo figliuolo. Lavato ch’ebe gli panni, quante gocciole d’acqua cade da quelli panni di Cristo tanti albori mi nascerono, e quelli fanno il balsimo. E avisandovi che i·niuna parte del mondo si truova balsimo acetto che in questo luogo.
Marco di Bartolomeo Rustici, Dimostrazione dell’andata e viaggio al Santo Sepolcro e al Monte Sinai, (1442-1457), a cura di K. Olive e N. Newbigin, in Codice Rustici, vol. 2, Firenze, Olschki, 2015, p. 222.


Historia Plantarum, XIV sec., Biblioteca Casanatense di Roma, Ms. 459, c. 33v

 

Il balsamo

“Il balsamo si trova presso Babilonia in un certo campo in cui vi sono sette fonti. Se si trasferisce altrove non fa né fiori né frutti. In estate i suoi rami si incidono con un coltello non tropo profondamente per far fuoriuscire il succo. Le gocce si raccolgono in vasi di vetro sospesi in corrispondenza delle incisioni. Il succo ha virtù energica, ma è molto costoso”.
Historia Plantarum, a cura di V. Segre Rutz, Cosimo Panini Editore.
Nota: Potrebbe trattarsi del Commiphora opobalsamum Commiphora gileadensis.

Invenzione della Croce – 3 maggio

Il 3 maggio il calendario liturgico celebra la festa dell’inventio crucis, il ritrovamento della croce da parte della madre dell’imperatore Costantino (†337). Elena (†329) è venerata dai cattolici come santa Elena Imperatrice

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Il Ritrovamento delle tre croci, Piero della Francesca e aiuti. Ciclo delle Storie della Vera Croce, cappella maggiore della basilica di San Francesco ad Arezzo, Databile al 1458-1466. L’affresco raffigura l’episodio centrale dell’inventio crucis: Elena ha ritrovato la croce di Gesù e quelle dei due ladroni. Non riuscendo a capire quale possa essere quella di Cristo, ella le fa esporre tutte e tre sopra il cadavere di un giovane appena defunto, che risorge miracolosamente allorché viene a contatto con la reliquia.

 

Il lignum crucis, il legno della croce di Cristo che così tanta importanza riveste non solo nel culto cristiano ma nell’intero immaginario occidentale, è una reliquia strettamente legata al fenomeno dei pellegrinaggi in Terrasanta. La tradizione della sua leggenda ha un’origine ben precisa che si colloca nel pieno del medioevo latino. La storia è narrata dalla Legenda aurea di Jacopo da Varagine che, come egli stesso afferma, la raccoglie da altri autori precedenti.

Elena, madre dell’imperatore Costantino, giunta a Gerusalemme, chiese alle autorità se conoscevano il luogo nel quale si trovava la Croce della Passione di Cristo. Solo un tale di nome Giuda lo sapeva e dopo che fu costretto a rivelarlo si scavò nel luogo da lui indicato dove vennero fuori tre croci che furono consegnate all’imperatrice. A quel punto, continua la Legenda, non sapendo come distinguere la croce di Cristo da quelle dei ladroni, le misero tutte in mezzo alla piazza di Gerusalemme aspettando che si manifestasse la gloria del Signore. Ed ecco che venne portato un giovane morto: furono posate sul corpo senza vita prima una croce, poi un’altra e il giovane non risorse ma appena gli fu avvicinata la terza croce il morto tornò in vita.

La Legenda aurea è una collezione di vite di santi compilata dal domenicano Jacopo da Varagine intorno al 1260 e veniva probabilmente usata come manuale di predicazione. Nel tardo medioevo la Legenda fu tradotta in molte lingue europee compreso il francese. La più importante di tali traduzioni è quella realizzata intorno al 1333 da Jean de Vignay di cui sono sopravvissuti sedici manoscritti corredati di belle miniature.

Fu proprio in questa traduzione francese che anche la leggenda del Volto Santo entrò nella raccolta della Legenda aurea che così tanta importanza rivestiva per il periodo medievale.

Il Volto Santo di Lucca infatti era ben conosciuto nel Nord Europa ed era oggetto di grande devozione da parte della nobiltà francese del tardo medioevo. Quando la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, celebrata il 14 settembre in ricordo del ritrovamento della croce di Gesù, entrò a far parte del calendario liturgico fu il momento in cui la leggenda del Volto Santo venne integrata nel compendio che originariamente accoglieva solo le vite dei santi ordinate secondo il calendario liturgico.

Iacopo da Varagine, Legenda aurea, traduttore Jean de Vignay, continuatore Jean Golein, datazione  ca. 1470

Invenzione ed esaltazione della croce. Iacopo da Varagine, Legenda aurea, edizione Lipsia (Graesse) 1850

 

 

Le pèlerinage dans les religions d’Abraham

The Xth Congress of the EAJS:

Jewish and Non-Jewish Cultures in Contact: New Research PerspectivesEcole Normale Supérieure, 20-24 July 2014

 

I. Sabbatini, «In terram quam mostrabo». L’itinérance pieuse dans les religions d’Abraham. 

22 July, Ecole Normale Supérieure, Salle des RÉSISTANTS, Main building, 1st floor,

Session 1: 9.00-10.30 Early Modern History. Travel and Cultural Interchange in Pre-Modern Jewry

Le pèlerinage dans les religions d’Abraham

Sukkah, Italia 1374, British Library, MS Or 5024 fol 70v
Jewish pilgrimage: Sukkah, Italy 1374, British Library

 

Muhi al-Din Lari, Futuh al-Haramayn (Description of the Holy Cities), A.H. 1089/ A.D. 1678, India, Deccan, Kharepatan, The Metropolitan Museum of Art
Muhi al-Din Lari, Futuh al-Haramayn (Description of the Holy Cities), A.H. 1089/ A.D. 1678, India, Deccan, Kharepatan, The Metropolitan Museum of Art

 

A mosaic map of 6th century Jerusalem found under the floor of St George’s Church in Madaba, Jordan. The map depicts some famous Old City structures such as the Damascus Gate, St Steven’s Gate, the Golden Gate, the gate leading to Mount Zion, the Citadel (Tower of David), the Church of the Holy Sepulcre, and the Cardo Maximus.

 

 

La via Egnazia: ponti e muri tra Oriente e Occidente

 

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/La-via-Egnazia-ponti-e-muri-tra-Oriente-e-Occidente-104845

 

Gli Stati o gli imperi in ascesa o all’apice della loro potenza costruiscono strade e ponti, mentre quelli in declino o in pericolo innalzano mura e barriere. Un viaggio lungo l’antica via Egnatia che collegava Italia e Grecia antica, proseguendo fino a Bisanzio e che ora dà il nome a un’autostrada

Chi frequenta la Grecia da molti anni non può non ricordarselo. Traversare il nord del Paese, dall’Egeo allo Ionio, era una piccola avventura: un saliscendi di sette, otto ore, tra giravolte e dure pendenze su una striscia d’asfalto intasata da camion e corriere arrancanti, che a tratti s’incanalavano in paesini pittoreschi e superavano passi montani vertiginosi. Alla fine si arrivava ad imbarcarsi per l’Italia dal porto di Igoumenitsa, confinata in un angolino là, sotto l’Albania, non lontano dalle coste pugliesi.

Ora, tutto questo è finito. Un solo breve tunnel rimaneva ancora incompiuto quest’estate lungo la nuovissima autostrada greca che, con un percorso di 670 km, permette di passare in un paio d’ore da un mare all’altro, e addirittura nella stessa mattinata di raggiungere i confini della Turchia europea. E poi, da lì, volendo, si prosegue per Istanbul, porta dell’Asia. E viceversa.

Il paradosso è che il suo tratto più orientale, quello che dalla cittadina di Alexandroupoli giunge al posto di confine greco-turco di Kipi, risulta spesso semivuoto. Conduce infatti non solo alla barriera tra due Stati i cui rapporti continuano a non essere facili, ma anche al limite estremo dell’Unione Europea, segnato dal tratto finale del fiume Evros . E’ proprio qui che il governo ellenico sta costruendo una barriera costituita da reticolati e da un profondo fossato. Lo scopo è porre argine al crescente flusso di migranti provenienti dai paesi asiatici o africani che passano attraverso la Turchia. Capita perfino di vederli, a volte, al calar del sole, marciare a piccoli gruppi in fila indiana lungo la corsia di emergenza dell’autostrada deserta.

L’autostrada Egnatia

La moderna Via Egnatia nel tratto dell'Epiro
La moderna Via Egnatia nel tratto dell’Epiro (Foto di Fabrizio Polacco)

L’idea di questo collegamento viario era nata negli anni Novanta (i lavori sono cominciati nel 1996). Il crollo dell’Unione Sovietica e l’avvicinamento della Turchia all’Unione Europea facevano prevedere un intensificarsi degli scambi in quella direzione, e il fenomeno migratorio era ben lungi dal destare le reazioni odierne. Per l’opera fu risuscitato un nome prestigioso: quello dell’antica Via Egnatia . Si trattava nientemeno che della prosecuzione al di là dell’Adriatico e nei Balcani della regina viarum dei Romani: l’Appia. Questa, come è noto, collegava l’Urbe col porto di Brindisi, da dove ci si imbarcava per approdare sulle coste dell’odierna Albania; e là iniziava appunto l’ Egnatia , che collegava così Italia e Grecia antica, proseguendo fino a Tessalonica (Salonicco) e a Bisanzio (Istanbul). Da qui gli eserciti, i funzionari e i mercanti proseguivano verso le province dell’Asia ellenizzata e i suoi grandi empori, dove arrivavano anche le carovane partite dal più lontano Oriente.

Era così importante, l’ Egnatia , che fu la prima delle numerose strade che i Romani decisero di costruire fuori dalla nostra penisola. Si trattò, per quei tempi, di un’impresa straordinaria: traversare i Balcani da est a ovest a quella latitudine, infatti, è una sfida all’orografia. Già di per sé il termine ‘Balcani’ significa ‘monti’; ma per di più in queste regioni i rilievi, così come i principali fiumi, scendono da nord verso sud: e quindi l’ Egnatia doveva tagliarli, tutti. Solo l’organizzazione e i mezzi finanziari del più grande impero dell’antichità poterono realizzare quel percorso lastricato in pietra di 1.120 km, ben più lungo della odierna autostrada, l’ Eghnatìa Odòs , come la chiamano i greci.

Come è noto, i Romani erano grandi costruttori di strade; e lavorarono talmente bene, con in mente una prospettiva di durata nei secoli, che tratti dell’antico tracciato resistono ancora. Mi è capitato di ritrovarne in più punti. Come alle spalle dell’odierna Kavala, una cittadina macedone incastonata tra le montagne e affacciata sull’Egeo scintillante, con gli immancabili traghetti che salpano per le isole. E’ questo un tratto in forte pendenza, poiché la strada risaliva e poi scendeva per il passo che sovrasta la città provenendo dalla non lontana Filippi: sì, proprio quella della battaglia vinta da Ottaviano e Antonio contro gli uccisori di Cesare; e anche quella che ispirò le ‘Lettere ai Filippesi’ di S. Paolo – il quale come tanti si trovò a passarvi nel suo viaggio verso Roma.

L’antica via Egnatia , la strada bipolare

Anche l’asse viario moderno è un prodigio di ingegneria. Le semplici cifre bastano a dimostrarlo. Vi si contano 177 grandi ponti per un totale di 40 km, nonché 73 lunghe gallerie (la maggiore è lunga 4,8 km.). Specie nel tratto dell’Epiro, il 30% del percorso passa assai più in alto, oppure al di sotto, del livello suolo.

Oggi come allora – nel XXI secolo come nel II a.C. – un piccolo Stato da solo, con le sue limitate risorse, non ce l’avrebbe mai fatta. E così, dei circa 6 miliardi di euro di costo complessivi, la metà è venuta dai finanziamenti dell’Unione Europea: come non si stancano di ricordare lungo le corsie sospese tra le montagne i cartelli che i turisti scorrono con lo sguardo annoiato. Le imprese ciclopiche hanno sempre alle spalle ampie entità statali o, in alternativa, una grande unione di Stati: come quella costituita del nostro continente, almeno finché reggerà. Anche la moderna impresa, così come quella avviata dal console Gnaeus Egnatius dopo il 146 a.C., aveva una grandiosa ambizione: collegare in modo rapido e sicuro le due parti del mondo. La via Egnatia insomma era, ed è, per le sue dimensioni e i suoi costi, una strada il cui senso non può che essere bipolare. Allora i poli erano le teste politiche delle due parti dell’immenso impero: quello romano d’Occidente, con capitale Roma, e quello d’Oriente, con capitale Costantinopoli. E oggi?

La nuova via Egnatia, la strada sospesa

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Oggi, questo superbo nastro d’asfalto rischia di diventare un magnifico ponte sospeso, cui manchino le campate finali: alle sue estremità non lo attendono infatti varchi spalancati, ma le indecisioni e le lentezze, le miopie e le dispute che dividono i governi della regione. Non si tratta solo degli alterni rapporti dell’Europa con la Turchia. Anche il tracciato occidentale dell’Egnatia, se lo si confronta con quello della strada romana, è rivelatore dell’attualità geopolitica. Infatti l’antica Via non partiva da Igoumenitsa, non attraversava l’Epiro meridionale: i Romani sapevano che il tratto di mare più breve tra Brindisi e i Balcani non era lì, ma più a nord, dove si apriva il porto di Apollonia; mentre ancor più a settentrione quello di Durazzo offriva alle spalle un facile accesso ai Balcani. E così essi la fecero partire da queste due città: che allora erano greche, abitate da Greci, mentre attualmente sono albanesi. Dopodiché, la Via Egnatia giungeva in Grecia, a Salonicco, attraversando il territorio della Repubblica di Macedonia o FYROM, a seconda dei punti di vista, dove toccava il lago di Ochrid ed Erakleia Lynkestis , l’odierna Bitola. Insomma, se si fossero rispettati la logica e il percorso originari, la nuova Egnazia avrebbe traversato oggi quattro stati (Albania, Macedonia/FYROM, Grecia e Turchia), non uno solo.

Comunque, era forse scontato che assieme ai fondi europei la Grecia incamerasse, per questa meritevole impresa, anche il nome della prestigiosa Via romana. Essere o non essere nell’Unione Europea: anche questo fa la differenza, specie nel campo delle infrastrutture.

L’antica Via  di Solimano il Magnifico

Ma se nel suo primo tratto la moderna Egnatia ha mutato percorso, e se quello finale resta senza grandi sbocchi, che ne è di quello ancora successivo della antica Via romana, quello che arrivava fino alla imperiale Costantinopoli? Essa attraversava l’attuale confine greco-turco (quello che oggi si vorrebbe ‘fortificare’ con la barriera) poco più a sud della stazione doganale di Kipi, nei pressi dell’antica Traianoupolis : ed è anche lì per buoni tratti visibile, sebbene abbia perso il manto lapideo. Giunta sul Mar di Marmara, l’antica Via ne seguiva le coste fino a sbucare nella ‘Città’ per eccellenza attraverso la ‘Porta d’Oro’, aperta nelle maestose mura della capitale d’Oriente.

In effetti anche durante l’età dei Bizantini e degli Ottomani la via Egnazia continuò parzialmente a funzionare: ad essere percorsa da mercanti, eserciti, viandanti, predicatori, crociati, invasori, esploratori, migranti e fuggiaschi, in entrambe le direzioni. Ma poiché in quel lungo millennio Oriente e Occidente furono quasi sempre contrapposti, da ‘bipolare’ che era stata divenne ‘unipolare’. Il suo traffico, cioè, fluiva e rifluiva sempre partendo dalla capitale. In quei secoli erano le acque salate dell’Adriatico, non quelle dolci dell’Evros, a costituire un confine sensibile.

Gli imperatori cristiani e i padiscià musulmani continuarono quindi a restaurarla e ad utilizzarla. Ma mentre Bisanzio era in declino e la vedeva più come un possibile varco per gli invasori, l’impero ottomano dei secoli d’oro, specie al tempo di Solimano il Magnifico, la considerava una delle due ‘ali’ che dalla capitale permettevano di volare ai due estremi del mondo: più precisamente, l’ala occidentale, quella che la univa ai popoli sottomessi dei Balcani, e che avrebbe portato – si sperava, prima o poi – gli eserciti della mezzaluna a conquistare Vienna.

Il ponte in pietra con 28 archi

Il ponte di Sinan a Büyükçekmece
Il ponte di Sinan a Büyükçekmece (foto di Fabrizio Polacco)

Chi esce oggi da Istanbul e supera l’aeroporto Atatürk, procedendo lungo la costa segue su un ampio e trafficatissimo stradone moderno più o meno il percorso della Via Egnatia . Ad un certo punto, però, incontra un’ampia laguna che sfocia nel mare, e che l’antica strada romana aggirava verso l’interno. I sultani, non tollerando quella deviazione proprio alle porte della capitale, decisero che lì andava costruito un ponte e che questo avrebbe tagliato la laguna in linea retta. E così chi si affaccia per la prima volta sulla cittadina di Büyükçekmece può ammirare una straordinaria opera di ingegneria, che è anche uno dei capolavori artistici della Turchia ottomana; e che, perfettamente restaurata una quindicina d’anni fa, è tuttora funzionante. In effetti il ponte che scavalca la laguna, lungo 636 metri, è tanto pratico quanto singolare. E’ sorretto da 28 archi a volta, ma ha la caratteristica di essere suddiviso in quattro sezioni, ciascuna delle quali costruita ‘a schiena d’asino’. Perciò, pur essendo assai largo e imponente, sembra distendersi snello e flessuoso. E’ opera del celebre architetto ottomano Sinan, che lo volle costruito interamente in pietra, una pietra che si tinge di un caldo colore morbido, quasi rosato, alla luce del giorno.

L’ho attraversato a piedi (fortunatamente è chiuso al traffico) nella sua ora più luminosa, con un sole a picco di fine agosto reso tollerabile dal vento fresco e vivace che qui soffia costantemente dal Mar Nero.

Così, ancor oggi gli abitanti utilizzano il ponte di Sinan, a preferenza del caotico passaggio automobilistico più a valle, per raggiungere le due parti in cui la cittadina è divisa dalla laguna. Anche l’impiegato in giacca e cravatta che lo percorre a passo veloce, col suo fascicolo gonfio di documenti biancheggianti sotto il braccio, lo sta usando per tornare in ufficio. Mi individua come straniero, forse per via della macchina fotografica, e decide, con la maniere gentili tipiche dei turchi dei piccoli centri, di farmi gli onori di casa. In breve, raggiungiamo assieme il Comune, dove lavora; lì vengo riempito di foto, poster, volumi illustrati su questo bellissimo e poco noto sobborgo di Istanbul.

Quando ci congediamo, riprendo a vagare un po’ stordito dal sole per il porto di Büyükçekmece: sono ormai le tre del pomeriggio e, anche a causa del ramadan, non ho bevuto né mangiato nulla. Dovrei provvedere a rifocillarmi, ma il mio occhio viene attratto dall’ingresso ombroso di una piccola libreria comunale, ancora aperta al pubblico. Decido di entrare lì: spero di trovarvi l’indicazione necessaria per concludere il mio viaggio lungo l’ Egnazia con un’escursione speciale.

Ponti o muri?

Gli Stati o gli imperi in ascesa o all’apice della loro potenza costruiscono strade e ponti, mentre quelli in declino o in pericolo innalzano mura e barriere. E io ho letto da qualche parte che un imperatore bizantino, mentre la pars occidentalis dell’impero romano crollava sotto i colpi delle invasioni, aveva voluto erigere una invalicabile barriera che separasse Costantinopoli dal resto dei Balcani. Non bastavano, no, le possenti e duplici mura teodosiane, che ancor oggi vediamo avvolgere la città. Egli volle dividere, con un vallo lungo 56 km., l’intera penisola alla cui estremità, sulle acque del Bosforo, sorgeva la capitale, dal resto del continente (oggi è detta penisola diÇatalça ). Il problema è che di questo muro quasi nessuno sa o ricorda più nulla. Tutti coloro che avevo interpellato non ne avevano mai sentito parlare, le carte anche dettagliate non ne segnalano i resti, né avevo scorto indicazioni stradali. Eppure, dopo il Vallo di Adriano in Britannia, questo dovette essere il più lungo muro continuo eretto in Europa dall’antica Roma!

Il Vallum Anastasianum ? Mai sentito

Una grossa radice fende la cortina del Vallum Anastasianum
Una grossa radice fende la cortina del Vallum Anastasianum (foto di Fabrizio Polacco)

Anche la gentilissima bibliotecaria che mi accoglie, all’udire la mia richiesta allarga sconsolata le braccia: ‘ Il Vallum Anastasianum ? Mai sentito’. Guidata però dall’esperienza, o da un qualche sesto senso, mi pone sul tavolo di legno due libroni mai visti prima, perché editi da piccole municipalità della penisola. Ed è lì che ne trovo la prima immagine: una foto d’epoca e ingiallita, con una didascalia che ne descrive l’antico tracciato, citando anche i villaggi odierni che attraversava. Ma aggiungendo, ahimè, che nei secoli gli abitanti lo avevano quasi del tutto spogliato delle pietre per costruirci le loro case… Apprendo così che il Vallo partiva dall’antica colonia greca di Selimbria, sul mar di Marmara, una trentina di chilometri oltre Büyükçekmece, e tagliava in due la penisola di Çatalça raggiungendo il Mar Nero dalla parte opposta. Per fortuna, pare che proprio da quel lato un qualche tratto ne sia rimasto, e precisamente nei pressi del minuscolo villaggio turco di Karacaköy. E’ lì che dovrò andare, dico alla mia interlocutrice, per trovare gli ultimi resti di quest’opera colossale: la quale, tra l’altro, contraddiceva tutto il senso della Via Egnatia , spezzandone il corso che passava nei pressi di Selimbria.

Saluto la bibliotecaria ringraziandola anche per due formidabili tè, densi quasi come il miele, che mi hanno dato la forza di proseguire; e mi avvio verso Selimbria. Oggi si chiama Silivri : è un’esplosione di vita, per quanto è movimentata, giovane e popolosa. Dalla sua acropoli si ammira metà del mar di Marmara. Non per nulla i Greci la fondarono ancor prima di Bisanzio. Nessuna traccia del muro, lì: ma, ammirando le sue rive e le sue acque, so già che l’indomani sarò su quelle opposte del Mar Nero.

E così il giorno dopo raggiungo con un amico turco il remoto villaggio di Karacaköy. Qui gli uomini della piazza sanno del muro, e ci danno le indicazioni giuste. Si trova a pochi chilometri, verso il mare. Ci avviamo in auto per un tratto di asfalto angusto e deserto e finalmente, alla nostra sinistra, messa in ombra dalla vegetazione, addirittura dagli alberi che le sono cresciuti sopra, ecco la barriera che doveva salvare Bisanzio. E’ in rovina, le radici delle piante ne fendono qua e là la cortina di pietre rettangolari, ma rivela ancora la sua passata imponenza. La Storia racconta però che ben presto il muro si rivelò inutile agli scopi per cui fu costruito. Gli invasori, alla fine, trovano sempre un punto da cui passare, poiché aspirazione al benessere e declino altrui li facilitano più di quanto le barriere non li ostacolino; e così fu abbandonato. I locali lo smantellarono per erigervi i loro edifici, e nessuno se ne interessò più.

Giunto in vista delle onde fredde e nervose del mar Nero, su cui si rispecchiano le nubi trascinate veloci dal vento, ripenso a tutti ponti, ai tratti di strade, ai passaggi e ai cavalcavia che ho visto in queste settimane di pellegrinaggio lungo l’ Egnazia , e li paragono a quei poveri resti. I secoli, i millenni, finiscono prima o poi col rendere superate e prive di senso le barriere. Ma gli uomini, a qualsiasi civiltà appartengano, ricostruiscono sempre, orgogliosi, i loro ponti e le loro vie. E questo qualcosa vorrà pur dire.

Fabrizio Polacco 

Canti di pellegrinaggio – Llibre Vermell de Montserrat


“Quia interdum peregrini quando vigilant in ecclesia Beate Marie de Monte Serrato volunt cantare et trepudiare, et etiam in platea de die, et ibi non debeant nisi honestas ac devotas cantilenas cantare, idcirco superius et inferius alique sunt scripte. Et de hoc uti debent honeste et parce, ne perturbent perseverantes in orationibus et devotis contemplationibus”.  Llibre Vermell de Montserrat c. 22v


 

Canto: “Ad mortem festinamus”, Llibre Vermell de Montserrat, cc. 26v-27r.

 


 

Ad Mortem Festinamus, dal concerto El Llibre Vermell de Montserrat,  Barcellona chiesa di Santa Maria Del Pi, 25 Novembre 2013. Direzione di Jordi Savall, solisti de La Capella Reial de Catalunya, musicisti di Hespèrion XXI.

 

Scribere proposui de contemptu mundano / ut degentes seculi non mulcentur in vano / iam est hora surgere / a sompno mortis pravo / a sompno mortis pravo

Vita brevis breviter in brevi finietur / mors venit velociter quae neminem veretur / omnia mors perimit / et nulli miseretur / et nulli miseretur.

Ad mortem festinamus / peccare desistamus / peccare desistamus.

Ni conversus fueris et sicut puer factus / et vitam mutaveris in meliores actus / intrare non poteris / regnum Dei beatus / regnum Dei beatus.

Tuba cum sonuerit dies erit extrema / et iudex advenerit vocabit sempiterna / electos in patria / prescitos ad inferna / prescitos ad inferna.

Ad mortem festinamus / peccare desistamus / peccare desistamus.

 


Llibre Vermell de Montserrat, introduzione a cura di Francesc Xavier Altés i Aguiló, Barcelona, 1989

Benet Ribas i Calaf, História de Montserrat (888-1258), Barcelona 1990


Ilaria Sabbatini, Il cammino di Santiago. La guida del pellegrino, in «InStoria» n. 15 – Marzo 2009 (XLVI)

Ilaria Sabbatini, Il culto di Santiago tra devozione e politica, in «InStoria» n. 12 – Dicembre 2008 (XLIII)

 

El camino catalán

 


Musica e canti dei pellegrinaggi, conferenza di Giovannangelo Di Gennaro, per I Mercoledì con la storia del Centro di Studi Normanno-Svevi di Bari, 15 aprile 2009

 

Arrigo VII

La discesa in Italia dell’esercito imperiale – Codex Balduini Trevirensis
L’apertura del sarcofago di Enrico VII a Pisa

http://www.youtube.com/watch?v=PaUjPbUtAKk#t=22

Un tesoro medievale nella tomba di Enrico VII – Oltre a corona, scettro e globo, è tornata alla luce una rara stoffa di oltre tre metri

http://www.unipi.it/index.php/tutte-le-news/item/4198-un-tesoro-medievale-nella-tomba-di-arrigo-vii

Codex Calixtinus

Il Codex Calixtinus (occasionalmente chiamato anche Codex Compostellarum), composto da cinque libri e la cui redazione è databile alla metà del secolo XII, è una delle testimonianze manoscritte più importanti per lo studio della cultura medievale: infatti non solo contiene informazioni dettagliate sulla vita quotidiana dei pellegrini diretti a Santiago di Compostela, sulle vicende di San Giacomo e sul relativo culto, ma documenta anche il più antico repertorio musicale polifonico di area francese. Le sue 226 carte pergamenacee si suddividono in cinque sezioni più un’appendice, aggiunta probabilmente intorno agli anni 1160-’65; è proprio quest’ultima parte del codice a tramandare una ventina di brani polifonici (organa e conductus) molto vicini agli stilemi musicali della Francia del Nord (nonostante utilizzino invece la medesima notazione della Francia meridionale), e dotati dei nomi degli autori – anche in questo caso si tratta di una novità assoluta, per composizioni di tipo polifonico. Il I libro contiene a sua volta brani musicali, ma si tratta di composizioni monodiche (ovvero, scritti per un’unica voce, e quindi eseguiti all’unisono da un piccolo coro); i libri II, III, IV sono dedicati alla vita di San Giacomo, mentre il V costituisce la celebre guida “pratica” per i pellegrini sulla via di Santiago, la più antica a noi nota. Investito presto da una grande popolarità, il Codex venne copiato in moltissimi altri esemplari (oggi ne rimangono circa 300, cifra ragguardevole, trattandosi di testimonianze di più di otto secoli fa), ed il suo testo venne “sezionato” e tramandato tramite innumerevoli estratti, adattamenti ed edizioni ridotte, spesso ancora prima che l’intero manoscritto fosse terminato; il corpus di tutte queste preziose testimonianze è denominato complessivamente Liber Sancti Jacobi, e consta soprattutto di libelli dal formato ridotto, maneggevoli e “pratici”, adatti alle esigenze dei numerosissimi pellegrini che si mettevano in viaggio alla volta di Compostela. Le vicende della transazione delle spoglie di San Giacomo in Galizia e la successiva scoperta della sepoltura ad opera di Carlo Magno ebbero notevole fortuna, ma furono soprattutto i racconti relativi ai miracoli compiuti dal santo a rendere il Codex Calixtinus (o sue determinate sezioni) un vero best-seller del basso Medioevo. Quanto al termine calixtinus, esso deriva dalla lettera, attribuita in passato a papa Callisto II (1119-1129) e presente all’inizio del manoscritto, che il pontefice avrebbe inviato ai monaci benedettini di Cluny dichiarandosi responsabile dell’esecuzione del codice e raccomandandone la lettura; tuttavia, si è ormai da tempo accertato che il copista (molto probabilmente si trattò di uno solo, di provenienza franca ma temporaneamente residente a Santiago) non fu il papa, ma un compilatore a tutt’oggi rimasto anonimo. Ma fu lo stesso copista ad alimentare la convinzione che il codice fosse opera di papa Callisto, affermandolo in una sorta di dichiarazione autografa sugli obiettivi del suo lavoro, compresa nello stesso manoscritto e “corroborata”, nelle carte finali, da un ulteriore documento in cui Innocenzo III (1130-1143) ribadisce la paternità calistina del Codex.

Le composizioni musicali di tipo polifonico sono costituite soprattutto da conductus; talvolta è presente anche un ritornello, dotato di intonazione musicale differente da quella della strofa. Grande è il legame con le melodie gregoriane: mentre infatti quasi tutti i brani polifonici di provenienza aquitana (quindi attinenti alla parte meridionale della Francia) venivano composti interamente ex novo, nel caso del Calixtinus gli autori si basavano sulla melodia gregoriana, sulla quale imponevano la seconda voce; inoltre, la monodia “tradizionale” interrompeva la composizione polifonica in modo da creare alternanza tra esecuzione a più voci ed esecuzione all’unisono. Tutto questo era assente nella prassi compositiva aquitana, gravitante soprattutto (ma non esclusivamente) intorno al centro di San Marziale: anche i brani polifonici a noi noti provenienti da quest’area geografica (circa 70, tutti a due voci) si organizzano nella struttura del conductus, ma vengono denominati versus, e nascono quasi esclusivamente per un contesto paraliturgico e devozionale, e non liturgico in senso stretto – ecco quindi la preferenza per l’argomento natalizio o mariano, ed il forte legame con le manifestazioni processionali. Al contrario, le consuetudini musicali documentate dal Calixtinus denotano il forte legame dei brani polifonici con la liturgia di Messa e Ufficio, già da tempo accompagnata da composizioni monodiche tratte dal repertorio gregoriano, ma che ora, con la polifonia, si arricchivano di uno splendore sonoro tutto particolare – oltre ovviamente a costituire una pietra miliare per l’evoluzione dell’arte musicale in Occidente. Come si è detto, si parla di brani tutti a due voci, ma in un caso – più precisamente, per il famoso Congaudeant Catholici – sussiste l’ipotesi che esso sia il primo esempio noto di polifonia a tre voci: sul tetragramma sono riportate infatti tre linee melodiche, due vergate in inchiostro nero ed una in rosso; tuttavia, se si trattasse davvero dell’esecuzione simultanea di tutte e tre le melodie si realizzerebbero scontri dissonanti “sospetti” per l’epoca, invece assenti se si procede all’esecuzione di due melodie per volta (la più grave nera con la mediana rossa, oppure le due in nero). D’altra parte, l’esecuzione di forti dissonanze in polifonia era prassi consolidata già intorno alla metà del 1100, sia in quella a due voci sia nell’unico altro brano (sicuramente) a tre voci databile al secolo XII, ovvero il Verbum Patris umanatur tràdito dal Cambridge Songbook: anche qui le dissonanze sono forti, ma inequivocabili, visto che la notazione utilizzata è uniforme e l’inchiostro per le diverse parti melodiche è il medesimo. Riassumendo: anche se non ve n’è la certezza, il Codex Calixtinus potrebbe dimostrarsi “pionieristico” anche sul lato dell’organico polifonico, contenendo una probabile composizione a tre voci, la più antica conosciuta, che ad ogni modo non sarebbe un esempio del tutto isolato, vista l’esistenza di un brano analogo nel repertorio inglese.

Questo è un mio articolo inerente a una parte specifica del Codex Calixtinus

IL CAMMINO DI SANTIAGO – LA GUIDA DEL PELLEGRINO
http://www.instoria.it/home/cammino_santiago.htm

Via Francigena

La carta georeferenziata della Regione Toscana

http://www306.regione.toscana.it/mappe/index_francigena.html?area=francigena_multi_cluster

Fregio - Duomo di Fidenza
Fregio – Duomo di Fidenza

Inno dei pellegrini

http://www.youtube.com/watch?v=8-AQx5yDS58

Himno de los peregrinos a Santiago Dum pater familias, rex universorum, del Códice Calixtino.

11 de mayo de 2011. Fundación Juan March.
http://www.march.es/musica/detalle.as…
El himno Dum pater familias, interpretado por el Esemble Discantus exclusivamente integrado por voces femeninas que se acompañan de campanas de mano, es una pieza monódica que se añadió al Códice Calixtino posiblemente a finales del siglo XII. Su principal característica es el tono festivo que impregna la pieza, con un fin más celebrativo que litúrgico. El perfil internacional de la peregrinación jacobea tiene su reflejo en la inclusión en el himno de expresiones exclamatorias en diferentes idiomas además del latín (alemán o flamenco).
En “Música en vivo”, la fonoteca de la Fundación Juan March, puede escucharse el audio completo de otro concierto de este mismo ciclo, “El año 1000 y el misterio de la polifonía: las abadías de Inglaterra y Francia”, ofrecido por Ensemble Dialogos, el 18 de marzo de 2011. http://www.march.es/musica/envivo/det…

 

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