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L’eclissi dell’anno mille

Rodolfo il Glabro (Rodulphus o Radulphus Glaber) fu un monaco e cronista del sec. XI, nato in Borgogna verso il 985. Dal 1026 a dopo il 1044, tra Cluny e Saint-Germain, scrisse gli Historiarum libri quinque che narrano i fatti dal 900 al 1044. Come già Beda (Historia ecclesiastica gentis Anglorum) e Paolo Diacono (Historia Langobardorum) per i loro popoli, così Rodolfo si propose di scrivere una storia universale avente per centro gli eventi della Chiesa e dello Stato nel popolo franco. Nel quarto libro delle Historiae  di Rodolfo il Glabro si parla anche dell’eclissi di sole che si verificò nell’anno mille.

 

La descrizione dell’eclissi dell’anno mille in Raoul Glaber, Historiarum libri quinque, ed. Prou, Parigi, 1886:

 

Il testo dell’eclissi nell’edizione italiana di Rodolfo il Glabro, a cura di Andenna e Tuniz, Milano, 2004:

 

Due astronomi arabi del IX-X secolo

Ahmad ibn Muhammad ibn Kathir al Farghani fu un astronomo arabo persiano del IX secolo oriundo della provincia detta Farghānah. La sua fama in Oriente e in Occidente è dovuta al suo compendio d’astronomia in 30 capitoli, intitolato Kitāb fī ǵiawām i‛ ‛ilm annuǵiūm (Il libro delle nozioni elementari intorno alla scienza degli astri). Fu tradotto in latino da Giovanni di Siviglia nel 1135 e da Gherardo da Cremona († 1187). La versione di Giovanni di Siviglia fu stampata a Ferrara nel 1493 e a Norimberga nel 1537.

Abu Abdallah Mohammad ibn Jabir Al-Battani (ca. 850 – 929) fu un matematico e astronomo (e fabbricante di strumenti astronomici) arabo musulmano. Durante il suo lavoro di osservazione catalogò 489 stelle, perfezionò l’accertamento della durata dell’anno (365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 24 secondi), calcolò il valore della precessione degli equinozi. In opposizione a Tolomeo stabilì che la luna può assumere un diametro apparente minore di quello del sole: in questo modo riuscì a spiegare il fenomeno delle eclissi anulari. La sua opera, Kitab al-Zij, venne tradotta in latino nel 1116 da Platone da Tivoli con il titolo De motu stellarum.

 

Sotto alcune carte dei Rvdimenta Astronomica AlfragraniItem Albategnivs Astronomvs Peritissimvs De Motv Stellarvm che contengono sia l’opera di al-Farghani che l’opera di Al-Battani nell’edizione a stampa Norimberga 1537.

 

A questo link si possono leggere i Rudimenta astronomica (Rvdimenta Astronomica AlfragraniItem Albategnivs Astronomvs Peritissimvs De Motv Stellarvm) 

A questo link la notizia del ritorvamento dell’Officiolum di Francesco da Berberino

 

Il canone delle streghe di Reginone di Prum (906)

Luca Signorelli – Duomo di Orvieto (1499)

 

Per caso mi sono imbattuta in una notizia molto adatta alla giornata di oggi, otto marzo, ma declinata nella mia chiave di lettura: quella della storia. Questo brano è, a quanto pare, un passaggio fondamentale nella rappresentazione della donna-strega. Buon divertimento. Soprattutto è convinto che la storia sia noiosa, pedante e lontana. Consiglio di leggere bene la chiusa per avere idea di quale fosse la considerazione del fenomeno, al di là dei miti pseudostorici.

Quando nel 906 Reginone, abate di Prum, scrisse il suo Canon Episcopi, fissò, nel testo, lo stereotipo che, per tutto il medioevo e oltre, venne impiegato per descrivere e trattare il fenomeno delle streghe. Dice, infatti: «certe donne depravate, rivolte a Satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di caval care la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Ero diade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire a lei come loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio. Volesse il Cielo che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non avessero trascinato parecchi altri nella perdizione dell’anima! Moltissimi, infatti, si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ciò sia vero, e in tal modo si allontanano dalla vera fede e cadono nel l’errore dei pagani, credendo che vi siano altri dei o divinità, oltre all’unico Dio. Perciò, nelle chiese a loro assegnate, i preti devono predicare con grande diligenza al popolo di Dio affinché si sappia che queste cose sono completamente false e che tali fantasie sono evocate nella mente dei fedeli non dallo spirito divino ma dallo spirito malvagio. Infatti […] durante le ore del sonno inganna la mente che tiene prigioniera, alter nando visioni liete a visioni tristi, persone note a persone ignote, e conducendole attraverso cammini mai praticati; e benché la donna in­fedele esperimenti tutto ciò solo nello spirito, ella crede che avvenga non nella mente ma nel corpo».

Aniconismo e iconoclastia

Riguardo alle recenti questioni sull’islam e le immagini si tende spesso a parlare di iconoclastia ma questo è profondamente errato e genera confusione. Bisognerebbe infatti parlare di aniconismo. C’è una differenza sostanziale tra iconococlastia e aniconismo, la stessa che passa tra distruggere un’immagine e scegliere una forma d’espressione non-figurativa.

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Queste sono le definizioni di Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclostia fu la dottrina e l’azione che nell’Impero bizantino, tra VII e IX secolo, avversò il culto religioso e l’uso delle immagini sacre, dando origine a una serie di contrasti religiosi e politici che provocarono la distruzione di un notevole patrimonio di arte sacra.

Aniconismo è il divieto di raffigurazione del volto umano e divino come precetto di alcune religioni. Esso è norma fondamentale dell’antico ebraismo e del giudaismo medievale e moderno. Appare anche nell’Islam, principalmente per quanto riguarda il volto di Maometto e di Alì.

Per intenderci la distruzione dei Buddha di Bamijan (2001) da parte dei Talebani è stato un gesto iconoclasta mentre l’islam in sè è tendenzialmente aniconico, non iconoclasta.

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Quelle che seguono, invece, sono brevi trattazioni su Aniconismo e Iconoclastia (Treccani):

Iconoclastia:

La lotta contro le immagini cominciò con le disposizioni prese nel 726 dall’imperatore Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico immediato (togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani) sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini particolarmente e fanaticamente venerate. Alle disposizioni aderirono alcuni vescovi, mentre il patriarca di Costantinopoli resistette e fu perciò rimosso (729). Stessa sorte toccò ai patriarchi di Antiochia, Alessandria e Gerusalemme. I papi Gregorio II e Gregorio III protestarono, e quest’ultimo fece dichiarare la legittimità del culto delle immagini nel sinodo romano del 731. In risposta, Leone III confiscò le rendite della Chiesa romana nei territori bizantini dell’Italia e ne sottopose le diocesi al patriarcato di Costantinopoli. Costantino V Copronimo, successore di Leone III, fu dapprima più prudente, ma, rafforzatosi sul trono, anch’egli fece proclamare il divieto delle immagini da un concilio ecumenico nel 754 (tenutosi nel palazzo imperiale di Hieria, nella periferia asiatica di Costantinopoli). Ma il popolo e i monaci non si sottomisero, nonostante le misure violente dell’imperatore (distruzione delle immagini e delle reliquie e imposizione di rinunciare a esse, con giuramento, 764). Mitigò alquanto la persecuzione Leone IV; successivamente l’imperatrice Irene, madre e reggente del giovane Costantino VI (780-798), si rivolse al papa Adriano I (785) chiedendo la convocazione di un concilio che a Nicea (787) definì la dottrina ortodossa riguardo le immagini. Tuttavia l’iconoclastia non terminò: Leone V l’Armeno, nell’813, riprese a perseguitare il culto delle immagini; e queste rimasero proibite sotto gli imperatori Michele II e Teofilo; solo con l’imperatrice Teodora, deposto il patriarca iconoclasta Giovanni I, si ristabilì l’ortodossia (843) e si cominciò a celebrare, nella Chiesa bizantina, la ‘festa dell’ortodossia’.

Aniconismo:

Dalla metà dell’VIII secolo, e forse anche prima, l’aniconismo era stato formalmente proclamato come dottrina dominante della fede, con deroghe occasionali, come nei bagni. Tuttavia, perlomeno nei primi secoli, l’aniconismo era relativamente raro e non si tramutò in un’effettiva distruzione delle immagini come si verificò per altre religioni. Un’apparente eccezione è quella del cosiddetto editto di Yazīd II, del 723, il quale avrebbe condotto a consistenti alterazioni, nei mosaici cristiani in Siria, Palestina e Giordania. Ma sussiste molta incertezza sull’effettiva esistenza di quell’editto. Altre motivazioni, interne e di origine cristiana, potrebbero spiegare, in maniera migliore di quanto farebbe un ordine del califfo omayyade, la rimozione di raffigurazioni dai mosaici pavimentali delle chiese di villaggi e di piccole città. Esempi di una reale e sistematica iconoclastia si verificarono molto più spesso alle frontiere del crescente impero islamico, specialmente in Asia centrale, dove erano connessi piuttosto alla lotta al paganesimo. Il rifiuto della rappresentazione di esseri viventi è dovuto al fatto che, per il loro nesso con la vita, avrebbero potuto facilmente essere considerate idoli, come era avvenuto nel caso del paganesimo arabo.

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Distruzione delle immagini cristiane durante l’iconoclastia Salterio Chludov, Mosca, Hist. Mus. MS. D.129, F. 67

 

Di seguito potete leggere uno stralcio da un articolo pubblicato sulla rivista Diritto e questioni pubbliche (Università degli studi di Palermo) che definisce la questione dell’aniconismo:

«L’Arabia preislamica pullulava d’idoli e immagini, sotto forma di statue o pitture; con l’Islam, pur non essendovi un espresso divieto nella rivelazione del Corano, le rappresentazioni vennero sempre meno utilizzate. Un’intera civiltà, senza un’imposizione diretta, accettò, quasi con sentimento collettivo, di rinunciare all’immagine.

Quando Maometto entrò alla Mecca gli idoli presenti nella Ka’ba vennero distrutti; bisogna ricordare, però, che venne salvata l’immagine della Vergine col Bambino, andato distrutto in un successivo incendio.

Maometto stesso aveva salvato quindi un’immagine sacra e non aveva vietato l’uso dell’immagine, ne aveva semmai sconsigliato l’uso nei luoghi di preghiera e di raccoglimento, perché non vi fossero distrazioni durante le orazioni. Ma la distruzione degli idoli, è bene non dimenticarlo, si ricollega all’unicità di Dio e alla difesa di tale credo.

Certe posizioni riflettono l’attitudine spontanea dei musulmani a proteggere l’assoluta trascendenza divina dalle tendenze antropomorfe o idolatre, in modo tale, che ne risulti un divieto di fatto, anche se non giuridicamente fondato. L’idea di fondo di questa concezione è che l’immagine rinvii a una realtà troppo sacra per essere materializzata; l’arte non potrà fare a meno della calligrafia e i versetti coranici prenderanno la forma di un animale, di un uomo, di una barca o di un edificio. (…)

Il principale oppositore delle rappresentazioni umane fu lo shāfi’īta Al- Nawawī del XIII secolo, secondo il quale, in base ad un hadīth, bisognava evitare le rappresentazioni che portassero ombra, la quale darebbe maggior risalto alle forme del corpo; questa è un’interpretazione restrittiva che proibirebbe di fatto la statuaria, di cui, infatti, non possediamo grandi esempi artistici. Nel 1898 però furono scoperti gli affreschi di Qusayr ‘Amrā risalenti al periodo ommaiade. Questi non erano un caso eccezionale, ma si inserivano in un repertorio artistico comune del tempo, e mettevano di fatto in crisi le tesi contrarie alle immagini avanzate sino a quel momento. Ali Enani sostiene che lo stesso Corano contenga il divieto: traduce infatti ansāb (Sura V,92) che comunemente significa idoli con bilder, ovvero ritratti. Questa, però, tra le posizioni degli studiosi musulmani, è tra le più estreme; altri si interrogano se la proibizione si debba riferire ad alcune forme di arti figurative o se la si debba considerare assoluta. I modernisti che si richiamano a Mohammed Abduh, ritengono che l’Islam sia stato contrario alle rappresentazioni umane, fino a quando potevano essere di appoggio all’idolatria o alla diffusione di qualche malcostume: il divieto per quanto riconosciuto dagli ulemā (giuristi), spesso non veniva osservato a causa dello scarso zelo religioso, come nel periodo ommaiade, o per l’opposizione delle tradizioni artistiche come avvenne in Persia. Con lo sviluppo, in ambito bizantino, della reazione iconoclasta, che raggiunse il suo apice durante VIII secolo, periodo di formazione del diritto musulmano, si vennero a creare le condizioni per una diffusione e affermazione di alcuni hadīth che limitavano la produzione figurativa. Pur tuttavia il sistema giuridico era ancora in costruzione e gli Ommaiadi ebbero ampio spazio per i propri progetti edili e di abbellimento delle proprie corti, poiché il divieto non costituiva ancora un valore normativo.

Quindi non nel Corano si trovano divieti espliciti, ma è negli hadīth che è contenuto il divieto dato agli uomini di cancellare con una rasatura perfetta i tratti primigeni del volto di Adamo30 e di riprodurre raffigurazioni naturalistiche, per non mettersi in competizione con Dio, l’unico che può realizzare opere dotate di vita. La “fabbricazione” di Adamo non è imitabile e gli esseri più vicini a Dio non hanno la “ricetta” relativa».

(A. Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto?)


Uno stralcio dalle disposizioni del Secondo concilio di Nicea (787)

«Alcuni, dunque, incuranti di questo dono, come se avessero ricevuto le ali dal nemico ingannatore, hanno deviato dalla retta ragione opponendosi alla tradizione della chiesa cattolica, non hanno più raggiunto la conoscenza della verità. E, come dice il proverbio, sono andati errando per i viottoli, del proprio campo e hanno riempito le loro mani di sterilità; hanno tentato, infatti, di screditare le immagini dei sacri monumenti dedicati a Dio; sacerdoti, certo, di nome, ma non nella sostanza. Di questi il Signore dice cosi nella profezia: Molti Pastori hanno devastato la mia vigna; hanno contaminato la mia parte, seguendo, infatti, uomini scellerati, e trascinati dalle loro passioni, hanno accusato la santa chiesa, sposata a Cristo Dio, e non distinguendo il sacro dal profano, hanno messo sullo stesso piano le immagini di Dio e dei suoi santi e le statue degli idoli diabolici. (…)

Noi intendiamo custodire gelosamente intatte tutte le tradizioni ecclesiastiche, sia scritte che orali. Una di queste, in accordo con la predicazione evangelica, è la pittura delle immagini, che giova senz’altro a confermare la vera e non fantastica incarnazione del Verbo di Dio, e ha una simile utilità per noi infatti, le cose, che hanno fra loro un rapporto di somiglianza, hanno anche senza dubbio un rapporto scambievole di significato.

In tal modo, procedendo sulla via regia, seguendo in tutto e per tutto l’ispirato insegnamento dei nostri santi padri e la tradizione della chiesa cattolica riconosciamo, infatti, che lo Spirito santo abita in essa noi definiamo con ogni accuratezza e diligenza che, a somiglianza della preziosa e vivificante Croce, le venerande e sante immagini sia dipinte che in mosaico, di qualsiasi altra materia adatta, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, nelle sacre suppellettili e nelle vesti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie; siano esse l’immagine del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quella della immacolata Signora nostra, la santa madre di Dio, degli angeli degni di onore, di tutti i santi e pii uomini. Infatti, quanto più continuamente essi vengono visti nelle immagini, tanto più quelli che le vedono sono portati al ricordo e al desiderio di quelli che esse rappresentano e a tributare ad essi rispetto e venerazione. Non si tratta, certo, secondo la nostra fede, di un vero culto di latria, che è riservato solo alla natura divina, ma di un culto simile a quello che si rende alla immagine della preziosa e vivificante croce, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi, com’era uso presso gli antichi. L’onore reso all’immagine, infatti, passa a colui che essa rappresenta; e chi adora l’immagine, adora la sostanza di chi in essa è riprodotto. (…)

Chi, perciò, oserà pensare o insegnare diversamente, o, conformemente agli empi eretici, o oserà impugnare le tradizioni ecclesiastiche, o inventare delle novità, o gettar via qualche cosa di ciò che è consacrato a Dio, nella chiesa, come il Vangelo, l’immagine della croce, immagini dipinte, o le sante reliquie dei martiri, o pensare con astuti raggiri di sovvertire qualcuna delle legittime tradizioni della chiesa cattolica; o anche di servirsi dei vasi sacri come di vasi comuni, o dei venerandi monasteri (come di luoghi profani), in questo caso, quelli che sono vescovi o chierici siano deposti, i monaci e i laici, vengano esclusi dalla comunione».


Ecco infine dei materiali su un documento storico poco conosciuto: i Libri Carolini (Treccani).

I Libri carolini sono una polemica, assai aspra, contro il secondo concilio di Nicea (VII ecumenico; 787) che riconobbe il culto delle immagini. Ma la polemica è fondata sopra l’imperfetta traduzione latina degli Atti del Concilio (fu poi rifatta da Anastasio bibliotecario), che rendeva molto infelicemente proskynesis (prosternazione) con l’ambiguo termine adoratio, e su altri equivoci (Pincherle). L’opera doveva confutare le disposizioni sul culto delle immagini formulate in ventidue canoni disciplinari dal concilio di Nicea del 787. Incerti sono gli artefici e la data della stesura dei Libri Carolini, posti più o meno direttamente in relazione con il concilio di Francoforte del 794, presieduto dallo stesso imperatore, che deliberò la condanna dei canoni niceni. I Libri Carolini prefigurano la condanna dei canoni niceni giudicandoli non scevri da tendenze all’iconolatria; nel complesso, stigmatizzano come peccato qualunque forma di culto delle immagini, ma insieme ne affermano la liceità del possesso, prendendo chiaramente le distanze dalle posizioni degli iconoclasti. Le immagini sono oggetti materiali, manufatti estranei alla sfera del sacro: la parola divina non è rivelata in esse, ma va cercata nel Vecchio e nel Nuovo Testamento “non in picturis, sed in Scripturis” (Réfice).

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Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus, IX-X secolo, Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663

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Alcuni link utili

Francesco Arduini, La disputa iconoclasta Indagine sulle ragioni in InStoria

Andrea Lombardo, Le immagini nel mondo musulmano. Quale diritto? in Diritto e questioni pubbliche

Vito Augugliaro, I Libri Carolini sive Caroli Magni Capitulare de imaginibus di Teodulfo d’Orléans in Spolia

Disposizioni del secondo concilio di Nicea 787, Mansi, Concilia, Tomo XII.

Libri Carolini sive Capitulare de imaginibus Bibliothèque nationale de France, Bibliothèque de l’Arsenal, Ms-663 (IX-X secolo)

Enluminure en Islam sito della mostra della Bibliothèque nationale de France

Jami’ al-Tawarikh (Storia del mondo), di Rashid al-Din, Persia, 1307 ca. (una delle opere dove si può vedere l’immagine di Maometto).

Il costo delle riproduzioni con mezzi propri

La gabella (da abolire) che pesa sugli studiosiCorriere della sera, 5 nov 2014

Il punto della situazione sul blog FOTOGRAFIE LIBERE PER I BENI CULTURALI

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L’ARTBONUS, GLI ARCHIVI E LE BIBLIOTECHE

Il sogno infranto delle libere riproduzioni

A Londra e Parigi gli studiosi possono riprodurre i documenti con mezzi propri, in Italia ancora no. Il danno per la libera ricerca è gravissimo

La nuova norma introdotta dal decreto ArtBonus, che prevede la liberalizzazione delle riproduzioni nei musei, sarà pure una novità interessante per le migliaia di turisti che potranno ora sbizzarrirsi con le foto ricordo, ma per la realtà della ricerca rappresenta purtroppo una delle tante occasioni perse che oggi faremmo volentieri a meno di collezionare. Ce ne accorgiamo subito se confrontiamo il testo definitivo della legge con quello, davvero rivoluzionario, del decreto nella sua formulazione originaria che liberalizzava la riproduzione per finalità di studio dell’intero universo dei beni culturali, compreso dunque quel materiale documentario conservato negli archivi e nelle biblioteche, che invece un emendamento della Camera dei Deputati ha deciso di escludere, stroncando l’iniziale entusiasmo dei ricercatori. Il decreto ArtBonus, entrato in vigore il primo giugno, nel rendere libere e gratuite le riproduzioni tramite mezzo proprio aveva garantito un notevole risparmio, in termini di tempo e denaro, a tutti quei ricercatori e professionisti dei beni culturali che, nonostante le difficoltà economiche e le incertezze lavorative ancora svolgono attività di ricerca e valorizzazione di beni culturali. Si poneva fine a un vero e proprio commercio delle riproduzioni sulle spalle dei ricercatori: prima dell’entrata in vigore del decreto alcuni istituti consentivano l’uso della propria fotocamera dietro pagamento di un canone (che poteva giungere sino ai 2 euro a scatto), altri negavano invece tassativamente il ricorso al mezzo proprio per garantire il massimo del profitto alle ditte private cui era stato concesso l’appalto del servizio di riproduzione in esclusiva, secondo un regime di concessione introdotto dalla legge Ronchey nel 1993. Il sogno è stato, purtroppo, di assai breve durata: il 9 luglio, a poco più di un mese dall’entrata in vigore della liberalizzazione, nell’iter di conversione del decreto in legge, la Camera dei Deputati ha approvato un emendamento restrittivo che esclude i «beni archivistici e bibliografici» dal novero dei beni culturali liberamente riproducibili. La legge ora approvata in Senato ha frustrato le speranze di tutti quegli studiosi che a gran voce ma invano avevano richiesto di ripristinare il testo originario. Con un passo in avanti per i turisti (le foto nei musei) e due indietro per i ricercatori che frequentano archivi e biblioteche, come se nulla fosse, si è così ritornati al regime precedente. Prima ancora che sulle responsabilità amministrative e politiche di questo emendamento, è bene qui riflettere sulle sue deboli ragioni di fondo sul piano che fanno riferimento all’interpretazione del testo normativo e ad argomenti di tipo economico. L’emendamento è stato giustificato anzitutto con un abile cavillo giuridico: dal momento che la norma permette la libera riproduzione a condizione che non si determini un contatto fisico con il bene, è stato facile escludere manoscritti e documenti che richiedono di essere maneggiati e sfogliati per essere riprodotti, a differenza delle opere esposte nei musei. In realtà l’intento del decreto originario era ben diverso. Esso non intendeva tanto creare distinzioni tra le categorie di beni culturali, quanto piuttosto tra le tecniche di riproduzione, da un lato ammettendo le fotografie a distanza dall’altro escludendo scansioni, fotocopie o comunque quei mezzi che avrebbero comportato inevitabilmente un contatto con il bene, e dunque una sua potenziale usura. Un discrimine perciò meramente tecnologico, già presente nell’art. 107 del Codice dei Beni culturali che vieta espressamente le tecniche di riproduzione per contatto, e che è stato ribadito da un’autorevole mozione del Consiglio superiore del Mibact del 15 luglio che conferma l’estensione della liberalizzazione a tutti i beni culturali al di là di ogni possibile distorsione interpretativa che, come in questo caso, appare null’altro che un pretesto per escludere i beni archivistici e bibliografici.
La seconda motivazione alla base dell’emendamento è invece squisitamente economica: i proventi derivanti dall’appalto alle ditte private di fotoriproduzione sarebbero l’unico cespite non pubblico per il sostentamento degli archivi.
In realtà proprio per prevenire simili obiezioni il parere espresso sul decreto dalla Commissione Bilancio della Camera è stato netto: «L’ampliamento delle ipotesi di mancata corresponsione del canone (…) non determinerà effetti apprezzabili rispetto ai flussi di entrate attesi dalle amministrazioni concedenti».
A ben guardare il sistema dell’outsourcing nasce per gestire i cosiddetti servizi aggiuntivi, come bookshop o caffetterie, e dotare gli istituti di quelle competenze professionali di cui sono sprovvisti. Siffatta delega diventa però del tutto superflua, e anzi un vero ostacolo per la ricerca, se lo stesso servizio risulta invece gestibile in perfetta autonomia dagli utenti grazie al mezzo digitale che, rispetto alla tecnologia analogica, ha reso la fotografia finalmente alla portata di tutti con enormi vantaggi sia per la ricerca che per la conservazione: anche se gli scatti realizzati durante la consultazione delle fonti non saranno degni di un Cartier-Bresson, avranno almeno il pregio di permettere una semplice trascrizione dei documenti senza dover tornare sull’originale. Per non parlare dei dubbi di legittimità sollevati dal sistema delle concessioni applicato alle riproduzioni: l’art. 108 del Codice stabilisce infatti una gratuità delle riproduzioni a scopo di studio che però sinora non s’è mai riscontrata. Al massimo è previsto un rimborso spese a carico del richiedente nel caso in cui sia l’amministrazione a farsi carico della riproduzione, vale a dire l’esatto contrario di quanto accade oggi con il sistema dell’appalto a ditte private specializzate, che è divenuto un mezzo per generare nuovi introiti. Le ditte di riproduzione offrono comunque un servizio altamente qualificato per produrre, su richiesta, immagini di alta qualità ideali per le pubblicazioni più raffinate, che è giusto che si affianchi, ma senza sostituirsi, come oggi avviene, alla libera riproduzione con mezzo proprio.
Vi è il forte sospetto che dietro a simili motivazioni se ne celino altre più subdole, in particolare l’idea inconfessata che la proliferazione delle copie dei documenti, senza i limiti imposti da un tariffario che ne scoraggi la riproduzione, svilisca l’unicità dell’originale. In quest’ottica archivi e biblioteche rischiano di somigliare alle collezioni dei principi dell’evo moderno che limitavano o proibivano il disegno dei loro cimeli per imporne l’unicità. Sono tracce di una concezione proprietaria e patrimoniale dei beni culturali, che è l’esatto opposto della moderna nozione democratica di bene pubblico da cui è urgente invece oggi ripartire. La missione delle biblioteche e degli archivi è infatti sì quella di conservare, ma anche di garantire, agevolando le libere riproduzioni, la massima fruibilità dei documenti e dei loro contenuti a tutti quegli studiosi che, attraverso la ricerca, restituiscono un valore al materiale documentario, e quindi un senso alla loro stessa conservazione. È questo che indica il combinato degli artt. 9 e 33 della Costituzione. La carenza di risorse per gli archivi rimane un problema oggettivo che impone una riflessione attenta, ma la scelta di far gravare la spesa di gestione degli archivi sugli studiosi è un danno inaccettabile per chi ancora oggi si ostina a percorrere la strada impervia della ricerca storica. Vi è stato persino chi è s’è visto costretto a modificare il proprio progetto di tesi di laurea o di dottorato per i costi insostenibili richiesti dalla riproduzione del materiale documentario. La piena libertà della ricerca non è un lusso, ma un principio costituzionale sul quale non si può scendere a compromessi. È perciò auspicabile che la politica si ravveda e rivaluti le potenzialità della libera riproduzione, già intraviste nella prima formulazione dell’ArtBonus, come volàno per la ricerca storica, e rimuova così l’emendamento allineandosi alla prassi degli archivi nazionali di Parigi e Londra, dove la libera fotografia con mezzo proprio è già da tempo realtà.

di Mirco Modolo

fonte Il Giornale dell’Arte numero 345, settembre 2014

 

Il Sogno Infranto Delle Libere Riproduzioni in PDF


 

Codice dei beni culturali e del paesaggio

Articolo 108
Canoni di concessione, corrispettivi di riproduzione, cauzione

1. I canoni di concessione ed i corrispettivi connessi alle riproduzioni di beni culturali sono determinati dall’autorità che ha in consegna i beni tenendo anche conto:
a) del carattere delle attività cui si riferiscono le concessioni d’uso;
b) dei mezzi e delle modalità di esecuzione delle riproduzioni;
c) del tipo e del tempo di utilizzazione degli spazi e dei beni;
d) dell’uso e della destinazione delle riproduzioni, nonche’ dei benefici economici che ne derivano al richiedente.

2. I canoni e i corrispettivi sono corrisposti, di regola, in via anticipata.

3. Nessun canone e’ dovuto per le riproduzioni richieste da privati per uso personale o per motivi di studio, ovvero da soggetti pubblici per finalità di valorizzazione. I richiedenti sono comunque tenuti al rimborso delle spese sostenute dall’amministrazione concedente.

4. Nei casi in cui dall’attività in concessione possa derivare un pregiudizio ai beni culturali, l’autorità che ha in consegna i beni determina l’importo della cauzione, costituita anche mediante fideiussione bancaria o assicurativa. Per gli stessi motivi, la cauzione e’ dovuta anche nei casi di esenzione dal pagamento dei canoni e corrispettivi.

5. La cauzione e’ restituita quando sia stato accertato che i beni in concessione non hanno subito danni e le spese sostenute sono state rimborsate.

6. Gli importi minimi dei canoni e dei corrispettivi per l’uso e la riproduzione dei beni sono fissati con provvedimento dell’amministrazione concedente.


Costituzione italiana

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

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(segue discussione)

(altro…)

Arazzo di Bayeux

La battaglia di Hastings ebbe luogo il 14 ottobre 1066

Le pèlerinage dans les religions d’Abraham

The Xth Congress of the EAJS:

Jewish and Non-Jewish Cultures in Contact: New Research PerspectivesEcole Normale Supérieure, 20-24 July 2014

 

I. Sabbatini, «In terram quam mostrabo». L’itinérance pieuse dans les religions d’Abraham. 

22 July, Ecole Normale Supérieure, Salle des RÉSISTANTS, Main building, 1st floor,

Session 1: 9.00-10.30 Early Modern History. Travel and Cultural Interchange in Pre-Modern Jewry

Le pèlerinage dans les religions d’Abraham

Sukkah, Italia 1374, British Library, MS Or 5024 fol 70v
Jewish pilgrimage: Sukkah, Italy 1374, British Library

 

Muhi al-Din Lari, Futuh al-Haramayn (Description of the Holy Cities), A.H. 1089/ A.D. 1678, India, Deccan, Kharepatan, The Metropolitan Museum of Art
Muhi al-Din Lari, Futuh al-Haramayn (Description of the Holy Cities), A.H. 1089/ A.D. 1678, India, Deccan, Kharepatan, The Metropolitan Museum of Art

 

A mosaic map of 6th century Jerusalem found under the floor of St George’s Church in Madaba, Jordan. The map depicts some famous Old City structures such as the Damascus Gate, St Steven’s Gate, the Golden Gate, the gate leading to Mount Zion, the Citadel (Tower of David), the Church of the Holy Sepulcre, and the Cardo Maximus.

 

 

La via Egnazia: ponti e muri tra Oriente e Occidente

 

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/La-via-Egnazia-ponti-e-muri-tra-Oriente-e-Occidente-104845

 

Gli Stati o gli imperi in ascesa o all’apice della loro potenza costruiscono strade e ponti, mentre quelli in declino o in pericolo innalzano mura e barriere. Un viaggio lungo l’antica via Egnatia che collegava Italia e Grecia antica, proseguendo fino a Bisanzio e che ora dà il nome a un’autostrada

Chi frequenta la Grecia da molti anni non può non ricordarselo. Traversare il nord del Paese, dall’Egeo allo Ionio, era una piccola avventura: un saliscendi di sette, otto ore, tra giravolte e dure pendenze su una striscia d’asfalto intasata da camion e corriere arrancanti, che a tratti s’incanalavano in paesini pittoreschi e superavano passi montani vertiginosi. Alla fine si arrivava ad imbarcarsi per l’Italia dal porto di Igoumenitsa, confinata in un angolino là, sotto l’Albania, non lontano dalle coste pugliesi.

Ora, tutto questo è finito. Un solo breve tunnel rimaneva ancora incompiuto quest’estate lungo la nuovissima autostrada greca che, con un percorso di 670 km, permette di passare in un paio d’ore da un mare all’altro, e addirittura nella stessa mattinata di raggiungere i confini della Turchia europea. E poi, da lì, volendo, si prosegue per Istanbul, porta dell’Asia. E viceversa.

Il paradosso è che il suo tratto più orientale, quello che dalla cittadina di Alexandroupoli giunge al posto di confine greco-turco di Kipi, risulta spesso semivuoto. Conduce infatti non solo alla barriera tra due Stati i cui rapporti continuano a non essere facili, ma anche al limite estremo dell’Unione Europea, segnato dal tratto finale del fiume Evros . E’ proprio qui che il governo ellenico sta costruendo una barriera costituita da reticolati e da un profondo fossato. Lo scopo è porre argine al crescente flusso di migranti provenienti dai paesi asiatici o africani che passano attraverso la Turchia. Capita perfino di vederli, a volte, al calar del sole, marciare a piccoli gruppi in fila indiana lungo la corsia di emergenza dell’autostrada deserta.

L’autostrada Egnatia

La moderna Via Egnatia nel tratto dell'Epiro
La moderna Via Egnatia nel tratto dell’Epiro (Foto di Fabrizio Polacco)

L’idea di questo collegamento viario era nata negli anni Novanta (i lavori sono cominciati nel 1996). Il crollo dell’Unione Sovietica e l’avvicinamento della Turchia all’Unione Europea facevano prevedere un intensificarsi degli scambi in quella direzione, e il fenomeno migratorio era ben lungi dal destare le reazioni odierne. Per l’opera fu risuscitato un nome prestigioso: quello dell’antica Via Egnatia . Si trattava nientemeno che della prosecuzione al di là dell’Adriatico e nei Balcani della regina viarum dei Romani: l’Appia. Questa, come è noto, collegava l’Urbe col porto di Brindisi, da dove ci si imbarcava per approdare sulle coste dell’odierna Albania; e là iniziava appunto l’ Egnatia , che collegava così Italia e Grecia antica, proseguendo fino a Tessalonica (Salonicco) e a Bisanzio (Istanbul). Da qui gli eserciti, i funzionari e i mercanti proseguivano verso le province dell’Asia ellenizzata e i suoi grandi empori, dove arrivavano anche le carovane partite dal più lontano Oriente.

Era così importante, l’ Egnatia , che fu la prima delle numerose strade che i Romani decisero di costruire fuori dalla nostra penisola. Si trattò, per quei tempi, di un’impresa straordinaria: traversare i Balcani da est a ovest a quella latitudine, infatti, è una sfida all’orografia. Già di per sé il termine ‘Balcani’ significa ‘monti’; ma per di più in queste regioni i rilievi, così come i principali fiumi, scendono da nord verso sud: e quindi l’ Egnatia doveva tagliarli, tutti. Solo l’organizzazione e i mezzi finanziari del più grande impero dell’antichità poterono realizzare quel percorso lastricato in pietra di 1.120 km, ben più lungo della odierna autostrada, l’ Eghnatìa Odòs , come la chiamano i greci.

Come è noto, i Romani erano grandi costruttori di strade; e lavorarono talmente bene, con in mente una prospettiva di durata nei secoli, che tratti dell’antico tracciato resistono ancora. Mi è capitato di ritrovarne in più punti. Come alle spalle dell’odierna Kavala, una cittadina macedone incastonata tra le montagne e affacciata sull’Egeo scintillante, con gli immancabili traghetti che salpano per le isole. E’ questo un tratto in forte pendenza, poiché la strada risaliva e poi scendeva per il passo che sovrasta la città provenendo dalla non lontana Filippi: sì, proprio quella della battaglia vinta da Ottaviano e Antonio contro gli uccisori di Cesare; e anche quella che ispirò le ‘Lettere ai Filippesi’ di S. Paolo – il quale come tanti si trovò a passarvi nel suo viaggio verso Roma.

L’antica via Egnatia , la strada bipolare

Anche l’asse viario moderno è un prodigio di ingegneria. Le semplici cifre bastano a dimostrarlo. Vi si contano 177 grandi ponti per un totale di 40 km, nonché 73 lunghe gallerie (la maggiore è lunga 4,8 km.). Specie nel tratto dell’Epiro, il 30% del percorso passa assai più in alto, oppure al di sotto, del livello suolo.

Oggi come allora – nel XXI secolo come nel II a.C. – un piccolo Stato da solo, con le sue limitate risorse, non ce l’avrebbe mai fatta. E così, dei circa 6 miliardi di euro di costo complessivi, la metà è venuta dai finanziamenti dell’Unione Europea: come non si stancano di ricordare lungo le corsie sospese tra le montagne i cartelli che i turisti scorrono con lo sguardo annoiato. Le imprese ciclopiche hanno sempre alle spalle ampie entità statali o, in alternativa, una grande unione di Stati: come quella costituita del nostro continente, almeno finché reggerà. Anche la moderna impresa, così come quella avviata dal console Gnaeus Egnatius dopo il 146 a.C., aveva una grandiosa ambizione: collegare in modo rapido e sicuro le due parti del mondo. La via Egnatia insomma era, ed è, per le sue dimensioni e i suoi costi, una strada il cui senso non può che essere bipolare. Allora i poli erano le teste politiche delle due parti dell’immenso impero: quello romano d’Occidente, con capitale Roma, e quello d’Oriente, con capitale Costantinopoli. E oggi?

La nuova via Egnatia, la strada sospesa

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Oggi, questo superbo nastro d’asfalto rischia di diventare un magnifico ponte sospeso, cui manchino le campate finali: alle sue estremità non lo attendono infatti varchi spalancati, ma le indecisioni e le lentezze, le miopie e le dispute che dividono i governi della regione. Non si tratta solo degli alterni rapporti dell’Europa con la Turchia. Anche il tracciato occidentale dell’Egnatia, se lo si confronta con quello della strada romana, è rivelatore dell’attualità geopolitica. Infatti l’antica Via non partiva da Igoumenitsa, non attraversava l’Epiro meridionale: i Romani sapevano che il tratto di mare più breve tra Brindisi e i Balcani non era lì, ma più a nord, dove si apriva il porto di Apollonia; mentre ancor più a settentrione quello di Durazzo offriva alle spalle un facile accesso ai Balcani. E così essi la fecero partire da queste due città: che allora erano greche, abitate da Greci, mentre attualmente sono albanesi. Dopodiché, la Via Egnatia giungeva in Grecia, a Salonicco, attraversando il territorio della Repubblica di Macedonia o FYROM, a seconda dei punti di vista, dove toccava il lago di Ochrid ed Erakleia Lynkestis , l’odierna Bitola. Insomma, se si fossero rispettati la logica e il percorso originari, la nuova Egnazia avrebbe traversato oggi quattro stati (Albania, Macedonia/FYROM, Grecia e Turchia), non uno solo.

Comunque, era forse scontato che assieme ai fondi europei la Grecia incamerasse, per questa meritevole impresa, anche il nome della prestigiosa Via romana. Essere o non essere nell’Unione Europea: anche questo fa la differenza, specie nel campo delle infrastrutture.

L’antica Via  di Solimano il Magnifico

Ma se nel suo primo tratto la moderna Egnatia ha mutato percorso, e se quello finale resta senza grandi sbocchi, che ne è di quello ancora successivo della antica Via romana, quello che arrivava fino alla imperiale Costantinopoli? Essa attraversava l’attuale confine greco-turco (quello che oggi si vorrebbe ‘fortificare’ con la barriera) poco più a sud della stazione doganale di Kipi, nei pressi dell’antica Traianoupolis : ed è anche lì per buoni tratti visibile, sebbene abbia perso il manto lapideo. Giunta sul Mar di Marmara, l’antica Via ne seguiva le coste fino a sbucare nella ‘Città’ per eccellenza attraverso la ‘Porta d’Oro’, aperta nelle maestose mura della capitale d’Oriente.

In effetti anche durante l’età dei Bizantini e degli Ottomani la via Egnazia continuò parzialmente a funzionare: ad essere percorsa da mercanti, eserciti, viandanti, predicatori, crociati, invasori, esploratori, migranti e fuggiaschi, in entrambe le direzioni. Ma poiché in quel lungo millennio Oriente e Occidente furono quasi sempre contrapposti, da ‘bipolare’ che era stata divenne ‘unipolare’. Il suo traffico, cioè, fluiva e rifluiva sempre partendo dalla capitale. In quei secoli erano le acque salate dell’Adriatico, non quelle dolci dell’Evros, a costituire un confine sensibile.

Gli imperatori cristiani e i padiscià musulmani continuarono quindi a restaurarla e ad utilizzarla. Ma mentre Bisanzio era in declino e la vedeva più come un possibile varco per gli invasori, l’impero ottomano dei secoli d’oro, specie al tempo di Solimano il Magnifico, la considerava una delle due ‘ali’ che dalla capitale permettevano di volare ai due estremi del mondo: più precisamente, l’ala occidentale, quella che la univa ai popoli sottomessi dei Balcani, e che avrebbe portato – si sperava, prima o poi – gli eserciti della mezzaluna a conquistare Vienna.

Il ponte in pietra con 28 archi

Il ponte di Sinan a Büyükçekmece
Il ponte di Sinan a Büyükçekmece (foto di Fabrizio Polacco)

Chi esce oggi da Istanbul e supera l’aeroporto Atatürk, procedendo lungo la costa segue su un ampio e trafficatissimo stradone moderno più o meno il percorso della Via Egnatia . Ad un certo punto, però, incontra un’ampia laguna che sfocia nel mare, e che l’antica strada romana aggirava verso l’interno. I sultani, non tollerando quella deviazione proprio alle porte della capitale, decisero che lì andava costruito un ponte e che questo avrebbe tagliato la laguna in linea retta. E così chi si affaccia per la prima volta sulla cittadina di Büyükçekmece può ammirare una straordinaria opera di ingegneria, che è anche uno dei capolavori artistici della Turchia ottomana; e che, perfettamente restaurata una quindicina d’anni fa, è tuttora funzionante. In effetti il ponte che scavalca la laguna, lungo 636 metri, è tanto pratico quanto singolare. E’ sorretto da 28 archi a volta, ma ha la caratteristica di essere suddiviso in quattro sezioni, ciascuna delle quali costruita ‘a schiena d’asino’. Perciò, pur essendo assai largo e imponente, sembra distendersi snello e flessuoso. E’ opera del celebre architetto ottomano Sinan, che lo volle costruito interamente in pietra, una pietra che si tinge di un caldo colore morbido, quasi rosato, alla luce del giorno.

L’ho attraversato a piedi (fortunatamente è chiuso al traffico) nella sua ora più luminosa, con un sole a picco di fine agosto reso tollerabile dal vento fresco e vivace che qui soffia costantemente dal Mar Nero.

Così, ancor oggi gli abitanti utilizzano il ponte di Sinan, a preferenza del caotico passaggio automobilistico più a valle, per raggiungere le due parti in cui la cittadina è divisa dalla laguna. Anche l’impiegato in giacca e cravatta che lo percorre a passo veloce, col suo fascicolo gonfio di documenti biancheggianti sotto il braccio, lo sta usando per tornare in ufficio. Mi individua come straniero, forse per via della macchina fotografica, e decide, con la maniere gentili tipiche dei turchi dei piccoli centri, di farmi gli onori di casa. In breve, raggiungiamo assieme il Comune, dove lavora; lì vengo riempito di foto, poster, volumi illustrati su questo bellissimo e poco noto sobborgo di Istanbul.

Quando ci congediamo, riprendo a vagare un po’ stordito dal sole per il porto di Büyükçekmece: sono ormai le tre del pomeriggio e, anche a causa del ramadan, non ho bevuto né mangiato nulla. Dovrei provvedere a rifocillarmi, ma il mio occhio viene attratto dall’ingresso ombroso di una piccola libreria comunale, ancora aperta al pubblico. Decido di entrare lì: spero di trovarvi l’indicazione necessaria per concludere il mio viaggio lungo l’ Egnazia con un’escursione speciale.

Ponti o muri?

Gli Stati o gli imperi in ascesa o all’apice della loro potenza costruiscono strade e ponti, mentre quelli in declino o in pericolo innalzano mura e barriere. E io ho letto da qualche parte che un imperatore bizantino, mentre la pars occidentalis dell’impero romano crollava sotto i colpi delle invasioni, aveva voluto erigere una invalicabile barriera che separasse Costantinopoli dal resto dei Balcani. Non bastavano, no, le possenti e duplici mura teodosiane, che ancor oggi vediamo avvolgere la città. Egli volle dividere, con un vallo lungo 56 km., l’intera penisola alla cui estremità, sulle acque del Bosforo, sorgeva la capitale, dal resto del continente (oggi è detta penisola diÇatalça ). Il problema è che di questo muro quasi nessuno sa o ricorda più nulla. Tutti coloro che avevo interpellato non ne avevano mai sentito parlare, le carte anche dettagliate non ne segnalano i resti, né avevo scorto indicazioni stradali. Eppure, dopo il Vallo di Adriano in Britannia, questo dovette essere il più lungo muro continuo eretto in Europa dall’antica Roma!

Il Vallum Anastasianum ? Mai sentito

Una grossa radice fende la cortina del Vallum Anastasianum
Una grossa radice fende la cortina del Vallum Anastasianum (foto di Fabrizio Polacco)

Anche la gentilissima bibliotecaria che mi accoglie, all’udire la mia richiesta allarga sconsolata le braccia: ‘ Il Vallum Anastasianum ? Mai sentito’. Guidata però dall’esperienza, o da un qualche sesto senso, mi pone sul tavolo di legno due libroni mai visti prima, perché editi da piccole municipalità della penisola. Ed è lì che ne trovo la prima immagine: una foto d’epoca e ingiallita, con una didascalia che ne descrive l’antico tracciato, citando anche i villaggi odierni che attraversava. Ma aggiungendo, ahimè, che nei secoli gli abitanti lo avevano quasi del tutto spogliato delle pietre per costruirci le loro case… Apprendo così che il Vallo partiva dall’antica colonia greca di Selimbria, sul mar di Marmara, una trentina di chilometri oltre Büyükçekmece, e tagliava in due la penisola di Çatalça raggiungendo il Mar Nero dalla parte opposta. Per fortuna, pare che proprio da quel lato un qualche tratto ne sia rimasto, e precisamente nei pressi del minuscolo villaggio turco di Karacaköy. E’ lì che dovrò andare, dico alla mia interlocutrice, per trovare gli ultimi resti di quest’opera colossale: la quale, tra l’altro, contraddiceva tutto il senso della Via Egnatia , spezzandone il corso che passava nei pressi di Selimbria.

Saluto la bibliotecaria ringraziandola anche per due formidabili tè, densi quasi come il miele, che mi hanno dato la forza di proseguire; e mi avvio verso Selimbria. Oggi si chiama Silivri : è un’esplosione di vita, per quanto è movimentata, giovane e popolosa. Dalla sua acropoli si ammira metà del mar di Marmara. Non per nulla i Greci la fondarono ancor prima di Bisanzio. Nessuna traccia del muro, lì: ma, ammirando le sue rive e le sue acque, so già che l’indomani sarò su quelle opposte del Mar Nero.

E così il giorno dopo raggiungo con un amico turco il remoto villaggio di Karacaköy. Qui gli uomini della piazza sanno del muro, e ci danno le indicazioni giuste. Si trova a pochi chilometri, verso il mare. Ci avviamo in auto per un tratto di asfalto angusto e deserto e finalmente, alla nostra sinistra, messa in ombra dalla vegetazione, addirittura dagli alberi che le sono cresciuti sopra, ecco la barriera che doveva salvare Bisanzio. E’ in rovina, le radici delle piante ne fendono qua e là la cortina di pietre rettangolari, ma rivela ancora la sua passata imponenza. La Storia racconta però che ben presto il muro si rivelò inutile agli scopi per cui fu costruito. Gli invasori, alla fine, trovano sempre un punto da cui passare, poiché aspirazione al benessere e declino altrui li facilitano più di quanto le barriere non li ostacolino; e così fu abbandonato. I locali lo smantellarono per erigervi i loro edifici, e nessuno se ne interessò più.

Giunto in vista delle onde fredde e nervose del mar Nero, su cui si rispecchiano le nubi trascinate veloci dal vento, ripenso a tutti ponti, ai tratti di strade, ai passaggi e ai cavalcavia che ho visto in queste settimane di pellegrinaggio lungo l’ Egnazia , e li paragono a quei poveri resti. I secoli, i millenni, finiscono prima o poi col rendere superate e prive di senso le barriere. Ma gli uomini, a qualsiasi civiltà appartengano, ricostruiscono sempre, orgogliosi, i loro ponti e le loro vie. E questo qualcosa vorrà pur dire.

Fabrizio Polacco 

Ramadan, digiuno e festa

Mira'j Nameh, il libro dell'ascensione del Profeta , Afganistan 1436 (BNCF)
Mira’j Nameh, il libro dell’ascensione del Profeta, Afganistan 1436 (BNCF)

 

Ramadan è il nono mese dell’anno lunare musulmano. Una prescrizione coranica stabilisce che in questo mese, nel quale avvenne la prima rivelazione, i musulmani debbano quotidianamente osservare, dall’aurora al tramonto, l’astinenza totale da cibi e bevande e dai rapporti sessuali (più tardi anche dal fumare). Le notti sono dedicate a pratiche devozionali e a festeggiamenti. La festività del piccolo bairam (in arabo al-‛īd aaghī“la festa piccola” o ‛īd alfi“la festa della rottura del digiuno”), ricorrente nel primo giorno di shawwāl, decimo mese dell’anno lunare musulmano, segna la fine del ramadan. (Treccani)

http://expositions.bnf.fr/islam/livres/sturc_190/index.htm

San Giovanni Battista negli Acta Sanctorum

Jean baptiste
Santa Elisabetta, Zaccaria e Giovanni battista bambino. Pietro Comestore, Bibbia istoriale. Parigi – Bibl. Mazarine – ms. 312 (1440 ca), f. 188

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San Giovanni negli Acta Sanctorum (parte 1) Download
San Giovanni negli Acta Sanctorum (parte 1) Download
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«Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All’ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse.  Egli chiese una tavoletta, e scrisse: “Giovanni è il suo nome”. Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio.  Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. (…) Il fanciullo cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele». (Luca 1:57-65, 80)   La festa della Natività di San Giovanni Battista era celebrata il 24 giugno fin dai tempi di Sant’Agostino (354-430). La data venne determinata in relazione alla data di nascita di Gesù, fissata al 25 dicembre: quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.

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Jean baptiste
Gesù e Giovanni Battista, Herman de Valenciennes, Roman de Dieu et de sa mere. Besançon – BM – ms. 550 (XV sec. ex.), f. 71

 

San Giovanni elemosiniere

Giovanni l’Elemosiniere (gr. ᾿Ελεήμων, propr. “il Misericordioso”), santo. Patriarca di Alessandria d’Egitto (n. Amatunte, Cipro – m. ivi 619 circa). Inviato ad Alessandria dall’imperatore Eraclio, dopo l’uccisione di Foca (610), combatté il monofisismo, la simonia e altri abusi del clero; si dedicò a grandi opere di beneficenza soccorrendo e visitando i poveri: fu per questo chiamato “elemosiniere”. Festa, 23 gennaio (presso i Greci, 12 novembre). E’ patrono dei cavalieri ospitalieri.

Saint Jean l'Aumônier donnant un vêtement à des pauvres. Jacobus de Varagine, Légende dorée, 1380 ca. Paris - Bibl. Mazarine - ms. 1729
Saint Jean l’Aumônier donnant un vêtement à des pauvres. Jacobus de Varagine, Légende dorée, 1380 ca. Paris – Bibl. Mazarine – ms. 1729

 

De sancto Iohanne elemosinario, a cura di Giovanni Paolo Maggioni, in Legenda aurea, ed. G. P. Maggioni Download

https://www.academia.edu/7439227/Legenda_aurea_ed._G._P._Maggioni_De_sancto_Iohanne_elemosinario

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