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Category Archives: Donne

La santa dei gatti, Gertrude di Nivelles

Santa Gertrude che gira il fuso con gatto. Ore di Maastricht, Paesi Bassi (Liegi), inizi XIV secolo, Stowe MS 17, c. 34r

 

Questa figura femminile che lavora insieme al felino che le tiene il fuso è Santa Gertrude protettrice dei gatti. Nata nel 626, alla morte del padre si fa monaca con la madre Itta e la sorella Begga. La madre trasforma il castello di famiglia in un monastero misto e Gertrude ne diventa la badessa, subito dopo di lei. Gertrude cerca un’approfondita conoscenza delle Sacre Scritture così chiama dall’Irlanda monaci dotti nelle Scritture e manda gente a Roma per rifornire la comunità di libri liturgici. I suoi resti sono sepolti nella chiesa di San Pietro a Nivelles, che prende il nome di Chiesa di Santa Gertrude nel X secolo. Una leggenda del XV secolo considera la sua intercessione efficace contro le invasioni di ratti e topi. Nell’iconografia medievale, la santa è già associata a ratti e topi che si arrampicano lungo il suo vestito o lungo il bastone. La sua complicità con i gatti sarebbe l’origine del suo potere di intercessione per far fuggire i roditori. Secondo la tradizione invocare Santa Gertrude serve anche per guarire o recuperare i gatti persi. La donna morì il 17 Marzo 659 e il suo corpo venne deposto in una cappella che poi diventerà chiesa e basilica.

 

Bassorilievo raffigurante Santa Gertrude e topi o topi a Utrecht

 

Statua di Santa Gertrude, Collegiata di Santa Gertrude, Nivelles

 

Collegiata del convento di Santa Gertrude a Nivelles

 

Santa Gertrude di Nivelles negli Acta Sanctorum:

Vita sanctae Geretrudis, in Monumenta Germaniae historica

Per chi vuole approfondire:

Nivelles

 

Fonti:

Annales Marbacenses

Annales Mettenses

Annales Xantenses

Bibliografia.: Vita, in Acta Sanctorum, marzo, II, p. 592; ediz. critica di B. Krusch, in Monum. Germ. Hist., Script. Rerum Meroving., II (1888), p. 447 segg.; cfr. J. Ghesquière, Acta Sanct. Belgii, III, Bruxelles 1785, p. 141 segg.

Donna de paradiso

Montone
Deposizione di Montone – Umbria, XIII secolo

Jacopone da Todi (1230-36 circa – 1306) è autore di circa 100 laude in volgare di carattere religioso, in forma di ballate di settenari o ottonari. La conversione, avvenuta sull’onda di una forte esperienza emotiva (scoprì il cilicio sul corpo della moglie morta durante una festa), il suo ingresso nell’ordine francescano, la scomunica comminata dal papa Bonifacio VIII (per essersi opposto alle gerarchie ecclesiastiche) e la vicinanza con l’ala più rigorosa dei francescani lo allontanano progressivamente dalla società umana. Ne deriva una visione cupa e pessimista, caratterizzata, soprattutto nelle laude dialogate, di cui Donna de Paradiso è l’esempio migliore, da una particolare attenzione all’animo umano e ai suoi tormenti. In tal modo, avviene una sorta di ‘umanizzazione’ tanto della Vergine quanto di Cristo (che soffre delle torture inflitte) che, accanto a un linguaggio facilmente comprensibile anche da un pubblico popolare e alla forma della rappresentazione drammatica, contribuisce al forte coinvolgimento dei fedeli.

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«Donna de Paradiso, lo tuo figliolo è preso Iesù Cristo beato.

Accurre, donna e vide che la gente l’allide;

credo che lo s’occide, tanto l’ho flagellato»

«Como essere porria, che non fece follia,

Cristo, la spene mia, om l’avesse pigliato?».

«Madonna, ello è traduto, Iuda sì ll’à venduto;

trenta denar’ n’à auto, fatto n’à gran mercato».

«Soccurri, Madalena, ionta m’è adosso piena!

Cristo figlio se mena, como è annunzïato».

«Soccurre, donna, adiuta, cà ’l tuo figlio se sputa

e la gente lo muta; òlo dato a Pilato».

«O Pilato, non fare el figlio meo tormentare,

ch’eo te pòzzo mustrare como a ttorto è accusato».

«Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege contradice al senato».

«Prego che mm’entennate, nel meo dolor pensate!

Forsa mo vo mutate de que avete pensato».

«Traiàn for li latruni, che sian soi compagnuni;

de spine s’encoroni, ché rege ss’è clamato!».

«O figlio, figlio, figlio, figlio, amoroso giglio!

Figlio, chi dà consiglio al cor me’ angustïato?

Figlio occhi iocundi, figlio, co’ non respundi?

Figlio, perché t’ascundi al petto o’ sì lattato?».

«Madonna, ecco la croce, che la gente l’aduce,

ove la vera luce déi essere levato».

«O croce, e que farai? El figlio meo torrai?

E que ci aponerai, che no n’à en sé peccato?».

«Soccurri, plena de doglia, cà ’l tuo figliol se spoglia;

la gente par che voglia che sia martirizzato».

«Se i tollit’el vestire, lassatelme vedere,

com’en crudel firire tutto l’ò ensanguenato».

«Donna, la man li è presa, ennella croc’è stesa;

con un bollon l’ò fesa, tanto lo ’n cci ò ficcato.

L’altra mano se prende, ennella croce se stende

e lo dolor s’accende, ch’è plu multiplicato.

Donna, li pè se prènno e clavellanse al lenno;

onne iontur’ aprenno, tutto l’ò sdenodato».

«Et eo comenzo el corrotto; figlio, lo meo deporto,

figlio, chi me tt’à morto, figlio meo dilicato?

Meglio aviriano fatto ch’el cor m’avesser tratto,

ch’ennella croce è tratto, stace descilïato!».

«O mamma, o’ n’èi venuta? Mortal me dà’ feruta,

cà ’l tuo plagner me stuta ché ’l veio sì afferato».

«Figlio, ch’eo m’aio anvito, figlio, pat’e mmarito!

Figlio, chi tt’à firito? Figlio, chi tt’à spogliato?».

«Mamma, perché te lagni? Voglio che tu remagni,

che serve mei compagni, ch’êl mondo aio aquistato».

«Figlio, questo non dire! Voglio teco morire,

non me voglio partire fin che mo ’n m’esc’el fiato.

C’una aiàn sepultura, figlio de mamma scura,

trovarse en afrantura mat’e figlio affocato!».

«Mamma col core afflitto, entro ’n le man’ te metto

de Ioanni, meo eletto; sia to figlio appellato.

Ioanni, èsto mea mate: tollila en caritate,

àginne pietate, cà ’l core sì à furato».

«Figlio, l’alma t’è ’scita, figlio de la smarrita,

figlio de la sparita, figlio attossecato!

Figlio bianco e vermiglio, figlio senza simiglio,

figlio e a ccui m’apiglio? Figlio, pur m’ài lassato!

Figlio bianco e biondo, figlio volto iocondo,

figlio, perché t’à el mondo, figlio, cusì sprezzato?

Figlio dolc’e piacente, figlio de la dolente,

figlio àte la gente mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello, morto s’è ’l tuo fratello.

Ora sento ’l coltello che fo profitizzato.

Che moga figlio e mate d’una morte afferrate,

trovarse abraccecate mat’e figlio impiccato!».

Jacopone da Todi, Laude, a cura di F. Mancini, Laterza, Bari 1974


Laude di Iacopone da Todi testo in PDF


Donna de paradiso, recitata da Irene Papas

dallo spettacolo Stabat Mater al Teatro San Carlo di Napoli
sacra rappresentazione su testi di Jacopone da Todi

Il canone delle streghe di Reginone di Prum (906)

Luca Signorelli – Duomo di Orvieto (1499)

 

Per caso mi sono imbattuta in una notizia molto adatta alla giornata di oggi, otto marzo, ma declinata nella mia chiave di lettura: quella della storia. Questo brano è, a quanto pare, un passaggio fondamentale nella rappresentazione della donna-strega. Buon divertimento. Soprattutto è convinto che la storia sia noiosa, pedante e lontana. Consiglio di leggere bene la chiusa per avere idea di quale fosse la considerazione del fenomeno, al di là dei miti pseudostorici.

Quando nel 906 Reginone, abate di Prum, scrisse il suo Canon Episcopi, fissò, nel testo, lo stereotipo che, per tutto il medioevo e oltre, venne impiegato per descrivere e trattare il fenomeno delle streghe. Dice, infatti: «certe donne depravate, rivolte a Satana, e sviate da illusioni e seduzioni diaboliche, credono e affermano di caval care la notte alcune bestie al seguito di Diana, dea dei pagani (o di Ero diade), e di una innumerevole moltitudine di donne; di attraversare larghi spazi grazie al silenzio della notte profonda e di ubbidire a lei come loro signora e di essere chiamate certe notti al suo servizio. Volesse il Cielo che soltanto loro fossero perite nella loro falsa credenza e non avessero trascinato parecchi altri nella perdizione dell’anima! Moltissimi, infatti, si sono lasciati illudere da questi inganni e credono che tutto ciò sia vero, e in tal modo si allontanano dalla vera fede e cadono nel l’errore dei pagani, credendo che vi siano altri dei o divinità, oltre all’unico Dio. Perciò, nelle chiese a loro assegnate, i preti devono predicare con grande diligenza al popolo di Dio affinché si sappia che queste cose sono completamente false e che tali fantasie sono evocate nella mente dei fedeli non dallo spirito divino ma dallo spirito malvagio. Infatti […] durante le ore del sonno inganna la mente che tiene prigioniera, alter nando visioni liete a visioni tristi, persone note a persone ignote, e conducendole attraverso cammini mai praticati; e benché la donna in­fedele esperimenti tutto ciò solo nello spirito, ella crede che avvenga non nella mente ma nel corpo».

Ildegarda di Bingen, mistica benedettina, 1098 – 1179

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Codice Rupertsberger - Biblioteca di Stato di Wiesbaden - ms 2
Ildegarda di Bingen riceve una visione e la descrive al suo segretario. Codice Rupertsberger – Biblioteca di Stato di Wiesbaden – ms 2

 

Ildegarda (lat. Hildegarda) di Bingen, santa. – Mistica benedettina (Bermeshein1098 – presso Bingen 1179). Entrata a otto anni nell’abbazia di Disibodenberg, nel1136 prese la direzione della comunità, trasferita più tardi (114750) nel monastero da lei fondato presso Bingen. Fondò poi (1165), come filiale, un altro monastero a Eibingen e svolse molta attività in favore della Chiesa e del clero, specialmente nella Germania meridionale. La sua esperienza mistica è descritta in particolare nel Liber scivias (sci vias lucis “conosci le vie della luce”, degli anni114151); altre sue importanti opere di edificazione religiosa sono il Liber vitae meritorum (115964) e il Liber divinorum operum (116470). Nelle sue opere (che, donna di modesta cultura, dettava a segretarî e correttori), sono notevoli anche i motivi cosmologici nell’ambito di una interpretazione allegorico-simbolica del mondo fisico e del corpo umano. Abbiamo di lei anche poesie, canti, moltissime lettere e un’autobiografia di cui ci restano frammenti. Festa, 17 settembre. (Treccani)

 


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L’influenza esercitata sulla terra dalle sfere del fuoco, dell’aria e dell’acqua - Ildegarda di Bingen, Liber Divinorum Operum (copia della prima metà XIII sec.) Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942
L’influenza esercitata sulla terra dalle sfere del fuoco, dell’aria e dell’acqua – Ildegarda di Bingen, Liber Divinorum Operum (copia della prima metà XIII sec.) Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942

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Hildegard von Bingen della Biblioteca statale di Lucca

Il Codice, proveniente dal Convento dei Chierici regolari della Madre di Dio di Lucca, contiene il Liber Divinorum Operum di Hildegard von Bingen. Nata dalla nobile famiglia francone Vermersheim nel 1098, Hildegard morì a Bingen nel 1179. Destinata alla vita monastica fin da bambina, entra nel convento benedettino di Disibodenberg. Nel 1147 fondò il monastero di Rupertsberg a Bingendove visse fino alla fine della sua vita.Scrittrice, compositrice, naturalista, condusse una vita attiva non solo all’interno del monastero ma intraprendendo molti viaggi e mostrando capacità e consapevolezza sia nella vita spirituale che in ambito giuridico, economico e politico.Intrattenne relazioni dirette o epistolari con le più alte personalità della sua epoca: con San Bernardo, con i papi Eugenio III, Anastasio IV, Adriano IV, Alessandro III, con gli imperatori Corrado e Federico Barbarossa. Ha lasciato alcuni libri profetici: loScivias, il Liber Vitae e il Liber Divinorum Operum (il “Libro delle opere divine”). Di quest’ultima opera rimangono tre trascrizioni, di cui quella lucchese è l’unica miniata e la sua datazione è stata collocata tra il secondo e il terzo decennio del XIII secolo. L’opera contiene le visioni di Hildegard ed il testo di ogni visione è composto da una descrizione nella quale la Santa parla in prima persona ed espone il contenuto dell’apparizione, cui segue un commento esplicativo pronunciato dalla voce di Dio. Le tavole miniate illustrative delle visioni sono dieci, tutte a piena pagina. All’interno della cornice di tali tavole o in un riquadro adiacente, è presentata la figura di Hildegard seduta, il capo elevato verso l’alto, con gli strumenti scrittori fra le mani, o appoggiati su un leggio, in atto di scrivere le sue visioni. Delle visioni vengono enucleati gli episodi di particolare evidenza e intensità: l’immagine dello spirito del mondo, la struttura del cosmo, il sistema dei venti, la figura umana collocata al centro dell’universo, il tema del mostro e delle figure fantastiche ed allegoriche, il globo terrestre, lo schema della città. Nel 2012 è stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Benedetto XVI.

http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/collezioni/collezione_0103.html

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Liber divinorum operum – Biblioteca Governativa di Lucca, Codex Latinus 1942 Download

Liber revelationis in Revelationes S. S. Virginum Hildegardis et (…), Colonia, 1628 Download

 


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Hildegard von Bingen – Cum vox sanguinis

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VIDEO RAI: Il tempo e la Storia

29/04/2014 29/04/2014

Ildergarda di Bingen: santa eclettica della modernità

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Vision – Margarethe von Trotta.

Con Barbara Sukowa, Heino Ferch, Hannah Herzsprung, Gerald Alexander Held, Lena Stolze. continua» Titolo originale Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen. Drammatico, durata 110 min. – Germania, Francia 2009. http://www.youtube.com/watch?v=g-kBG3KxAjQ

  Barbara Sukowa, Vision – Aus dem Leben der Hildegard von Bingen (Vision, 2009; directed by Margarethe von Trotta) - Berlinale 2012 Jury .

Marie Dentière

Marie Dentière (1495-1561), una donna protagonista della Riforma
di Isabelle Graesslé


Nel 2002, in occasione dei festeggiamenti per la riforma protestante del sedicesimo secolo, per la prima volta è stato inciso sul Muro della Riforma di Ginevra il nome di una donna. L’iscrizione non si trova sulla facciata principale del monumento, bensì su uno dei contrafforti laterali: è lì che ora si può leggere il nome di Marie Dentière.
Per molti secoli la reputazione di Marie Dentière non è stata delle migliori. La ricerca storica più recente ne ha tuttavia rivelato un profilo diverso da quello finora conosciuto. L’immagine di questa donna, a lungo discreditata perché ritenuta un’esaltata, appare in una luce nuova. Marie Dentière è oggi descritta come un personaggio per certi versi atipico nel quadro del nascente movimento di riforma della chiesa: una delle prime intellettuali della riforma protestante, una storica, pedagoga e teologa di valore.
L’iscrizione del suo nome sul Muro della Riforma costituisce il meritato riconoscimento tributato dal 21. secolo a una donna che si è dedicata alla causa della Riforma pagando un prezzo molto alto: condannata al silenzio, da viva, ricordata a lungo con disprezzo, da morta.

Cenni biografici
Nata nel 1495, Marie Dentière è originaria delle Fiandre. Vive dapprima a Tournai, poi entra nel convento agostiniano dell’abazia Saint-Nicolas-des-Près e diventa priora. Intorno al 1520 aderisce al luteranesimo e lascia il convento. Si trasferisce a Strasburgo e sposa Simon Robert, un ex prete ed eminente ebraista. Da lui ha due figlie. Nel 1528 la coppia si trasferisce a Bex, poi ad Aigle, dove Simon Robert è predicatore evangelico. Poco dopo la sua morte, avvenuta nel 1532, Marie Dentière sposa Antoine Froment, di 14 anni più giovane di lei. Froment è compaesano di Guillaume Farel, uno dei primi Riformatori, attivo in particolare a Neuchâtel. Froment, predicatore a Yvonand, segue Farel nei suoi viaggi di evangelizzazione. Nel 1535 la coppia si trasferisce a Ginevra. Marie Dentière dà alla luce una terza figlia, Judith.

Opere e primi contrasti
Nel 1536 pubblica, in forma anonima, La Guerre et Deslivrance de la ville de Genesve (“Guerra e liberazione della città di Ginevra”). Dal testo traspaiono il suo solido bagaglio intellettuale e teologico e le sue conoscenze della Bibbia e del diritto canonico.
Quando Calvino rientra a Ginevra, i suoi rapporti con i Froment si guastano. È Farel a soffiare sul fuoco quando, in una lettera a Calvino del 4 febbraio 1538, scrive: “Froment manca di sensibilità e attenzione nei confronti della chiesa; lo sai, agisce soprattutto in base al volere di sua moglie. Si potrebbe quasi dire che lei lo manipoli”.
Il 6 febbraio 1540 Farel rincara la dose. Scrive a Calvino, in esilio a Strasburgo: “Il nostro Froment, a causa di sua moglie, è il primo ad avere capitolato”.

Una lettera a Margherita di Navarra
In questo periodo, caratterizzato anche dalla stretta amicizia con la regina Margherita di Navarra, Marie Dentière scrive, nel 1539, L’Épître très utile (“Epistola molto utile”).
Ritenuta scandalosa a motivo dei suoi accenni femministi in contrasto con lo spirito dell’epoca (sostiene che uomini e donne hanno le stesse capacità e gli stessi diritti per quanto riguarda la lettura e l’interpretazione della Bibbia), l’opera viene confiscata e il suo stampatore, Jean Girad, finisce in carcere.
Nel 1540 Froment diventa pastore a Massongy, nello Chablais. Marie e Antoine aprono, nella loro nuova casa, una pensione per giovani donne. Le ragazze che vi alloggiano, così come le tre figlie di Marie Dentière, beneficiano di un’educazione molto accurata, che comprende anche lezioni di greco ed ebraico. Prima della sua morte nel 1561, Marie Dentière pubblica – con la firma M.D. – una prefazione (in realtà si tratta di un piccolo trattato di teologia) alla predica di Calvino sull’abbigliamento delle donne.

Dalle tenebre alla luce
Marie Dentière si è chinata con sensibilità ed intelligenza sui quesiti religiosi del suo tempo. Il 25 agosto 1536, presso il convento delle Clarisse di Jussy, dove si è recata per convincere le suore ad aderire alla Riforma, formula una bellissima professione di fede: “Per molto tempo sono stata avvolta nel buio dell’ipocrisia, l’unico Dio mi ha tuttavia permesso di prendere coscienza della mia condizione e di raggiungere la luce della verità”. Marie ha vissuto e interpretato la propria vita, trascorsa in parte nella Ginevra rimodellata dalla Riforma, alla luce di quella straordinaria scoperta. (Isabelle Graesslé, direttrice Museo internazionale della Riforma, Ginevra; trad. it. Amanda Pfändler / Paolo Tognina)

Bibliografia:
Doris Brodbeck (a cura di), Dem Schweigen entronnen. Religiöse Zeugnisse von Frauen des 16. bis 19. Jahrhunderts, Religion und Kultur Verlag, 2006, pp. 304-312
Isabelle Graesslé, Vie et légendes de Marie Dentière, Bulletin du CPE 55/1 (2003), pp. 3-22, con una scelta di testi di Marie Dentière
Irena Backus, Marie Dentière: un cas de féminisme théologique à l’époque de la Réforme, Bull. de la Soc. d’Hist. du Protest. Franç., 137, 1991, pp.177-195

Santa Wilgefortis

Santa WilgefortisLa statua di Santa Wilgefortis nella Chiesa di Wissages, Pas-de-Calais, Francia

La storia di sant Wilgefortis fu raccontata per la prima volta dal Martirologio Romano del 1586, secondo il quale sarebbe stata la figlia di un re del Portogallo vissuto nell’VIII secolo. Convertita al cristianesimo  progettava di dedicare la sua esistenza a Dio ma il padre la voleva maritare con il re di Sicilia. Messa davanti al fatto compiuto Wilgefortis si disperò, supplicò e pianse ma non ci fu nulla da fare. Dopo qualche settimana il promesso sposo giunse per nave al porto di Lisbona e le nozze furono fissate di lì a qualche giorno. La principessa trascorse la vigilia in continua preghiera, implorando Dio di salvarla da quel matrimonio. La mattina delle nozze sul viso della ragazza era comparso una folta barba. Quando il re di Sicilia la vide rifiutò il matrimonio e se ne andò. Il re del Portogallo, furente, chiese spiegazioni alla figlia che rivelò l’intervento divino. Il genitore, pagano, rispose che se non poteva disporre della figlia nessun altro avrebbe potuto farlo e ordinò che fosse messa a morte come il suo Dio.

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